Oltre le elezioni: Dove va il Venezuela?

Di Martin Sanchez e Jorge Altamira

 

I sei milioni di voti che Maduro ha ottenuto alle elezioni di domenica scorsa rappresentano un importante passo indietro rispetto alle elezioni alla costituente dello scorso anno – con la riserva che molti osservatori hanno notato che i suoi dati sono stati gonfiati. Anche se si tiene conto dei dati ufficiali, il calo di domenica scorsa è stato di oltre il 30 per cento. L’astensione è stata elevata – la più bassa affluenza alle urne dal 1958. I voti a favore di Maduro non hanno superato il 35 per cento del totale delle liste: il ” Chavismo plebiscitario” è un lontano ricordo. Il risultato è ancora peggiore se si considera il dispiegamento del clientelismo in un paese afflitto dal bisogno. Nonostante l’installazione di 12.000 “punti rossi” all’uscita dai seggi per scansionare i “carnet della patria”, che consentono l’accesso a un cestino di prodotti razionati, il Chavismo ha visto la peggiore elezione nella sua storia.

Anche con questi risultati, il ‘madurismo’ è l’unico potere esistente in Venezuela. Si tratta di un potere nelle mani quasi esclusive dell’alto comando militare. L’alternativa di opposizione della MUD è svanita, in primo luogo, per l’incapacità di offrire una via d’uscita alle forze armate. Il comando militare è vessato da denunce di corruzione a livello internazionale, ma oltre a ciò deve fare in modo che una soluzione traumatica all’immensa crisi che il Venezuela sta attraversando non scateni un’esplosione sociale e distrugga la coesione militare.

L’opposizione di destra dovrebbe offrire, come alternativa politica, la sicurezza di un piano internazionale per salvare l’economia venezuelana, che è stato stimato in 200 miliardi di dollari, quando ciò che ha di fronte sono i creditori e i fondi avvoltoio che si sono coalizzati per ottenere i massimi profitti quando avverrà l’auspicato “cambio di regime”. Allo stesso tempo, il Venezuela è un sito privilegiato della guerra economica internazionale, a causa della necessità di ristrutturare e riattivare le sue risorse petrolifere. Il bacino dell’Orinoco è in disputa tra imprese nordamericane, da un lato, e imprese europee, russe e cinesi, dall’altro. L’ultima decisione di Trump di vietare la vendita di beni venezuelani all’estero mira a impedire a Maduro di cedere a Rosneft – la compagnia petrolifera russa – la rete Citgo, il distributore di petrolio della PDVSA, negli Stati Uniti. L’entità della crisi del PDVSA è misurata dal fatto che, secondo gli specialisti, lo spettacolare aumento del prezzo del barile di petrolio registrato negli ultimi mesi è dovuto al calo della produzione in Venezuela, passata da 2,5 a 1,5 milioni di barili al giorno. Quattro delle cinque raffinerie della PDVSA sono fuori servizio e il servizio del debito nei confronti dei fornitori è paralizzato.

 

Economia e politica

Tra il 2014 e il 2017 l’economia venezuelana ha accumulato una contrazione del 33,4%, da un lato a causa della fenomenale caduta del prezzo del petrolio in quel periodo, e dall’altro a causa del caos della gestione burocratica della compagnia petrolifera e dello Stato; le denunce di favolosa corruzione provengono sia dall’esterno che dall’interno del regime politico. Le aspettative per quest’anno non sono migliori, nonostante l’aumento dei prezzi internazionali del petrolio, a causa di questo sconvolgimento. Il Venezuela ha il più basso tasso di estrazione al mondo: è in grado di commercializzare ogni anno solo lo 0,5 per cento delle sue riserve accertate, nonostante abbia firmato un accordo di partenariato con il 95 per cento dei monopoli internazionali. Ancor più che in Brasile, questi accordi sono insoddisfacenti per i monopoli – compresi i russi e i cinesi – perché riservano il controllo operativo nelle mani della compagnia petrolifera statale. I negoziati tra Maduro e Rosneft sullo sfruttamento del bacino dell’Orinoco mirano a porre fine a questa situazione, come già avviene nell’Arco minerario, dove la privatizzazione non è soggetta a restrizioni.

PDVSA ha un default di 3 miliardi di dollari e ha appena perso una causa per la nazionalizzazione, alcuni anni fa, della società Conoco Philips, per due miliardi di dollari. La stessa situazione sta interessando il settore minerario: 1,5 miliardi sono dovuti alle società per espropri non pagati, cosa che nel caso della compagnia mineraria Rusoro è già stata approvata dai tribunali; Crystallex, una società mineraria canadese e altri come Gold Reserve sono dovuti quasi 3 miliardi di euro in più.

I creditori internazionali non hanno sollevato la questione dell'”accelerazione” dei contratti di debito, ossia del loro pieno pagamento, come conseguenza del “default”. Ciò le consentirebbe di esigere il sequestro di beni e/o spedizioni di petrolio all’estero, o addirittura il sequestro di oltre 40 miliardi di dollari di beni detenuti dal Venezuela al di fuori del paese. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno proibito il collocamento del debito venezuelano sui mercati internazionali, ma non la negoziazione del debito esistente. Per quanto sorprendente per molti, questo debito è negoziato in grandi volumi e ad un prezzo che si stima elevato (è passato da 25 a 33 centesimi da febbraio), a causa delle aspettative di una caduta del governo, che si calcola “in mesi”. Ciò deriverebbe da un embargo o blocco del commercio estero del Venezuela. Secondo il corrispondente de La Nación (23/5), il continuismo di Maduro “distrugge il riavvicinamento segreto degli ultimi mesi con l’amministrazione repubblicana”. Nell’ambito di questi “riavvicinamento”, Maduro ha rinviato le elezioni da aprile a maggio e ha incoraggiato la presenza elettorale di Henri Falcón, ex cavaliere, e successivamente fondatore del MUD.

 

La destra e l’imperialismo

La destra è in uno stato di disorientamento politico. È il risultato dei fallimenti del colpo di Stato e dei tentativi interventisti del passato, da un lato, e dell’incapacità di diventare una base popolare per sconfiggere il favoritismo alle urne, dall’altro. Henry Falcon si è presentato come una falsa via d’uscita da questa impasse.

Un nuovo indizio per la destra venezuelana può emergere come conseguenza del crollo del madurismo. Da prima della campagna elettorale, il governo ha dato segni di una via d’uscita dalla crisi monetaria (iperinflazione), quando ha lanciato il petro – una moneta digitale che era garantita dal barile di petrolio. Anche se i critici hanno denunciato come un tentativo di sfuggire al denaro o di negoziare il debito pubblico nonostante i divieti, esso rappresentava una proposta di dollarizzazione dell’economia, qualcosa che sarebbe presto diventato il fulcro della campagna di Falcón. La sostituzione del bolivar con il dollaro ha dovuto andare di pari passo con la cessazione del finanziamento monetario da parte del Tesoro, da un lato, e i tagli alla spesa sociale e la completa privatizzazione del petrolio, dall’altro. Nel mondo finanziario, molti si chiedono se la rielezione di Maduro non sia proprio il primo passo verso la dollarizzazione. È un punto su cui Putin e Xi Jinping sarebbero completamente d’accordo. L’FMI e i Tesori dei grandi paesi sarebbero chiamati a finanziare il cambio e la ristrutturazione della Banca centrale. Sarebbe la chiave per un ritorno in campo della destra, ma divisa. La dollarizzazione metterebbe a nudo l’immensa confisca dei lavoratori venezuelani da parte del governo “nazionale e popolare”. È la via d’uscita per la quale spinge la destra continentale, che sarebbe accompagnata da una probabile elezione in un lasso di tempo da concordare. L’ecuadoriano Correa, un K [kirchnerista, N.d.T.], ha mantenuto la dollarizzazione imposta al paese dai governi precedenti, consigliati da Cavallo [Domingo cavallo, ministro dell’economia ai tempi dell’argentinazo, N.d.T.].

 

La classe operaia e la sinistra

 

Nonostante le lotte quotidiane e di ogni genere, la classe operaia venezuelana è la più arretrata quando si tratta di offrire una via d’uscita politica. La confusione che il Chavismo ha creato nelle sue file, a cui si aggiunge il protochavismo di tutta la sinistra, nel “periodo rivoluzionario del regime”, è stata pagata a caro prezzo. La transizione politica che inizierà con l’inizio della crisi deve creare un nuovo scenario e nuovi riallineamenti politici. Le organizzazioni operaie indipendenti dallo Stato devono affrontare la sfida di offrire un programma di transizione per la nuova fase e a convocare intorno ad essa l’intera classe operaia. La crisi in Venezuela si svilupperà in un nuovo contesto mondiale e latinoamericano, come dimostrano le crisi in Brasile, da un lato, e in Nicaragua, dall’altro, nonché il naufragio del macrismo e le lotte operaie in Argentina.

È necessario, come mai prima d’ora, una conferenza latinoamericana della sinistra che lotti per l’indipendenza politica dei lavoratori e per la direzione politica della classe operaia. Servirà a offrire conclusioni generali alle masse in lotta e ad aprire una prospettiva antagonista al capitalismo e alle sue crisi.

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