UN TRAILER DEL FILM “BANCAROTTA ALL’ITALIANA”

Ciò che è avvenuto negli ultimi giorni è solo un anteprima della crisi che può scoppiare in Italia; in tutti i suoi aspetti: la crisi istituzionale tra il Presidente della Repubblica Mattarella e i partiti di maggioranza in Parlamento, Lega e 5 Stelle; l’innalzamento dello spread e il rischio insostenibilità del debito pubblico; la pressione della speculazione internazionale sullo stato italiano e la paura dell’Unione Europea per una crisi italiana.

Colpirne 1 per educarne 100

Il principale motivo per cui Mattarella ha posto un veto al nome di Savona al ministero dell’economia, mantenuto al costo di far cadere il mandato esplorativo di Conte per formare un governo “giallo-verde”, non è la sua intenzione di far uscire l’Italia dall’Euro – intenzione che non esiste, come dimostrano le sue ripetute dichiarazioni a favore della permanenza nella UE e nella moneta unica – ma l’intenzione, di Mattarella e della borghesia, il cosiddetto “establishment”, di rendere chiaro ai due partiti populisti quali sono i paletti da non superare una volta al governo, il rispetto dei vincoli europei e la stabilità dei conti pubblici italiani.                                                                                                Seguendo il motto “Colpirne 1 per educarne 100” la borghesia italiana e il suo massimo rappresentante hanno scatenato una crisi economica e politica tale da indurre Salvini e Di Maio a capitolare, sotto la pressione dello spread e dell’impasse politico.                          In un primo momento però, i 2 leader populisti per salvare la faccia davanti ai propri elettori hanno resistito alle pressioni dell’establishment, rifiutando di sostituire Savona al ministero dell’economia e facendo cadere l’unica ipotesi possibile di un governo di maggioranza (il governo Conte), e arrivando addirittura a paventare la messa sotto stato di accusa del Presidente Mattarella; questa opposizione iniziale alle imposizioni di Mattarella non ha potuto però superare i limiti di classe dei partiti populisti, due partiti piccolo borghesi che se per motivi congiunturali (ad esempio le necessita della campagna elettorale) possono vantare un certa autonomia dalla grande borghesia – italiana ed europea – quando i nodi vengono al pettine non gli resta che capitolare alle richieste e al comando del grande capitale.                                                                                                              In forme diverse si è ripetuta la drammatica esperienza di Tsipras, che ha iniziato la sua ascesa politica incanalando la rabbia popolare verso la Troika, per poi capitolare vergognosamente dopo il referendum sul memorandum del 2015… Con una differenza, che come capita spesso nella storia, la tragedia greca si è ripetuta in una farsa italiana(“La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa” Karl Marx).

Una prova di forza ?

 Nel commentario di una gran parte della sinistra, per esempio nel comunicato di Potere al Popolo o nelle dichiarazioni sui social media di molti militanti di base o di dirigenti della sinistra come Cremaschi, si è denunciato il comportamento di Mattarella e lo si è definito “un regalo a Salvini”, che lo avrebbe portato a stravincere le prossime elezioni (al tempo dei comunicati si parlava di elezioni in Luglio o Settembre).                                Questa analisi non coglie il centro del problema. La prova di forza di Mattarella non è stata un vizio personale, ma la necessità della classe borghese di imbrigliare i 2 partiti populisti alle proprie direttive. Necessità figlia della crisi economica che soffre l’Italia, perché lo stato italiano ha il terzo debito pubblico al mondo (2300 miliardi pari al 132% del PIL), con un sistema bancario in crisi (il 20% dei crediti sono insolventi) e fortemente esposto sul debito pubblico italiano, il tutto con la minor crescita economica in Europa. In questo contesto esplosivo mettere la bomba del governo Conte, con il famoso “contratto” che prevede una spesa di 105 miliardi l’anno (che creerebbe un deficit fiscale del 9/10% del PIL) e al ministero dell’economia un esponente “euroscettico”, comporterebbe una precipitazione nello stato di default dei conti pubblici. Infatti l’agenzia di rating Moody’s ha annunciato che il giudizio sul debito pubblico italiano Baa2 (ci sono vari livelli, dal AAA al C, in cui Baa2 equivale ad un grado di protezione medio) è sotto osservazione per un possibile declassamento, a causa del contratto di governo che “include costose misure su tasse e spesa, senza proposte chiare su come finanziarle”. Un declassamento provocherebbe un’impennata dello spread, e quindi l’aumento vertiginoso dei tassi d’interesse sul debito pubblico, al quale va sommata la fine del quantitative easing previsto per settembre (QE che ha abbassato il costo del debito pubblico italiano, facendo risparmiare 43 miliardi l’anno); il tutto renderebbe insostenibile il debito pubblico italiano causando la bancarotta dei conti pubblici, alla quale si sommerebbe la bancarotta del sistema creditizio (Banca d’Italia, banche e compagnie d’assicurazione) che detengono il 50% del debito pubblico, e che vedrebbero andare in fumo più di mille miliardi dei propri bilanci.                                                            Come si vede la mossa di Mattarella, era una mossa obbligata per la dimensione della crisi capitalista in Italia, in cui la borghesia ha bisogno di un governo stabile e affidabile per tenere sotto controllo i conti dello stato italiano e delle banche.

Pericolo scampato? 

Paradossalmente però, il veto di Mattarella su Savona, il ritiro di Conte e l’azzardo su Cottarelli ha causato un attacco speculativo sull’Italia e la crescita dello spread, la dimostrazione che la storia è più astuta della borghesia, cioè che le misure prodotte per evitare una crisi economica dell’Italia sono state le stesse che l’hanno avviata. Questo dimostra che nonostante la semi-capitolazione di Di Maio e Salvini, con la rinuncia di Savona all’economia, spostato però al ministero degli Affari Europei, la crisi economica italiana è tutt’altro che scampata.                                                                                                Inoltre si conferma la crisi politica della borghesia: da una parte l’azzardo su Cottarelli ha dimostrato che non c’è un’alternativa possibile ad un governo giallo-verde, cioè l’asse politico tradizionale della borghesia è morto (impossibilità di un governo di unità nazionale PD-Berlusconi o di un governo di centrodestra); dall’altra la prova di forza per imbrigliare i partiti populisti è riuscita, però solo a metà, perché se è vero che hanno rinunciato a Savona come ministro dell’economia, e anche vero che la borghesia non è riuscita a rimuovere del tutto Savona dalla squadra di governo. Chi non vede la contraddittorietà del risultato di questo scontro politico cade in una analisi impressionista che rimuove lo stato di crisi della borghesia italiana (ma al contrario ne esalta la sua forza di coercizione politica e sociale).                                                                    Allo stesso tempo la crisi politica potrà toccare i partiti populisti, che nonostante adesso siano al punto massimo del loro consenso grazie alle speranze che milioni di persone hanno riposto nelle loro promesse di governo (Flat Tax, Reddito di cittadinanza e abolizione riforma Fornero), una volta che queste, probabilmente, saranno smentite perché incompatibili con i vincoli di bilancio, entreranno in una crisi politica similare alla crisi di Renzi, che aveva basato il famoso 40% delle europee sugli 80 euro e che quando non ha potuto ripetere una concessione populista similare è crollato al 18% dei voti.

Il ruolo dell’Unione Europea

La crisi italiana è legata a doppio filo con la crisi dell’Unione Europea. Non a caso la crisi politica istituzionale è scoppiata sulla natura anti-europeista del governo. La borghesia italiana si trova in una impasse: da un lato, l’integrazione europea, il mercato unico e l’abolizione dei dazi interni all’Europa (che hanno causato un importante deficit commerciale verso la Germania), la moneta unica e l’impossibilità di fare le cosiddette “svalutazioni competitive”, hanno creato una crisi sistemica dell’economia italiana (che viene dimostrata dai 20 anni di mancata crescita economica e le durissime recessioni post 2008); dall’altro, un passo indietro nell’integrazione economica, con l’uscita dalla UE e il ritorno ad una politica protezionista, il ritorno alla lira e alle politiche di svalutazione, difficilmente potrebbero far uscire l’Italia dalla crisi, al contrario potrebbe causarne un approfondimento; perché una politica di forti dazi è un boomerang per un paese senza materie prime e la svalutazione della moneta, anche se abbassa i costi del prodotto e della manodopera, favorendo le esportazioni, difficilmente potrà competere nel mercato mondiale con i prezzi cinesi.                                                                            Questa impasse che per ora di traduce in una volontà di permanenza nella UE, cambiando però alcune regole sui bilanci e gli aiuti statali alle banche, potrebbe evolvere in una ipotesi di rottura con la UE in caso di un aggravamento della crisi del debito pubblico (uno dei possibili vantaggi del ritorno alla Lira è la svalutazione della moneta e del debito pubblico).

L’assenza del movimento operaio

Nella crisi di governo e nel dibattito sull’Unione Europea è assente il movimento operaio, manca un suo punto di vista autonomo sulla situazione politica. Assumere le difese “senza se e senza ma” del Presidente della Repubblica Mattarella come hanno fatto la CGIL e l’ANPI o denunciare Mattarella per aver “portato un attacco diretto alla democrazia ed alla Costituzione del nostro paese” e per aver “fatto saltare un governo che avrebbe riscosso la fiducia della maggioranza del Parlamento […] messo sotto scacco” come hanno fatto Potere al Popolo o altre organizzazioni della sinistra (Cremaschi, Rete dei Comunisti, etc…) vuol dire subordinare, de facto, il movimento operaio a uno dei due poli in campo, il polo “progressista” della grande borghesia o il polo della piccola e media borghesia populista.                                                                                                                              È necessario dare una svolta nel movimento operaio: innanzitutto bisogna lottare per una piattaforma rivendicativa dei lavoratori (salario ai disoccupati di 1000 euro, riduzione dell’orario di lavoro e salario minimo di 1200 euro, e l’abolizione del Job Act e della riforma Fornero) che si contrapponga alle promesse elettorali dei partiti populisti, facendo una campagna di agitazione per l’organizzazione dei disoccupati e l’unità d’azione dei settori combattivi della classe operaia; questo è l’unico modo per creare un argine alla crescita dei partiti populisti nella classe operaia.                                                    Però non ci si può ridurre all’agitazionismo economico, ma si deve intervenire nel problema politico centrale del paese, il rapporto con l’Unione Europea e la soluzione della crisi economica dello stato e delle banche.                                                                          La nazionalizzazione senza indennizzo del sistema bancario, l’annullamento del debito pubblico agli speculatori e l’elezione di un’assemblea costituente europea devono essere i temi di una campagna di propaganda della sinistra.

Queste sono le proposte che Prospettiva Operaia fa a tutte le forze e ai militanti della sinistra.

Luca Solfrizzi

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