L’aborto legale è solo un problema di salute pubblica?

Di Gabriel Solano

 

Tra coloro che hanno votato a favore della legalizzazione del diritto all’aborto, è molto comune sentire che si tratta di una questione di “salute pubblica”. Questo concetto è stato ribadito da parlamentari di diversi partiti politici. Nel caso della legislatura della Città [il parlamento della Città Autonoma di Buenos Aires, N.d.T.], in cui la questione è stata discussa giovedì scorso, ha acquisito un carattere quasi esclusivo. Quindi, il diritto all’aborto equivarrebbe a una questione di asepsi sociale, che può essere respinta solo in nome di precetti religiosi o dogmatici.

Ma è corretto dire che il diritto all’aborto è una questione di “salute pubblica”? Anche se indubbiamente lo è, dato che la proibizione di questo diritto porta alla morte e alla mutilazione di centinaia di migliaia di donne, presentarlo come una misura di “salute pubblica” è un riduttivo – in quanto non coglie tutte le determinazioni che gli danno il suo contenuto concreto. In particolare, finisce per omettere le condizioni sociali che producono, in primo luogo, gravidanze indesiderate e, in secondo luogo, la decisione delle donne o, in altri casi, delle coppie, di interrompere tali gravidanze.

Le gravidanze indesiderate e molti tipi di malattie hanno in comune il fatto che con una politica di prevenzione possono essere significativamente ridotte – le gravidanze indesiderate, ad esempio, con una politica pubblica che comprenda l’educazione sessuale e la diffusione e la libera fornitura di contraccettivi. Finora, quindi, il confronto è del tutto legittimo. Ma solo per quanto riguarda qui. Succede che una donna incinta deve decidere se continuare o meno la gravidanza, cosa che non accade con le malattie, che al di là delle differenze che ho inserito se hanno bisogno di trattamenti per combatterle. Le cause che determineranno la sua decisione sono di diverso tipo: da quello che è il suo desiderio di vita in quel momento, il legame di coppia stabilito, alla situazione sociale che si trova ad affrontare e se è in grado di portare avanti una gravidanza in condizioni adeguate. Queste determinazioni, come si può vedere, non dipendono più dalle donne, ma sono indipendenti da loro e sfuggono alla loro dominio individuale. Si tratta di condizioni stabilite da un regime sociale, che condiziona completamente una decisione “libera”. Facciamo un esempio: una donna può decidere di interrompere la gravidanza perché lei e il suo partner sono disoccupati. La sua decisione, in questo caso, difficilmente può essere qualificata come “libera”, poiché è stata imposta da condizioni di sfruttamento e miseria del capitalismo che lei ovviamente non ha scelto. In questo caso, il diritto all’aborto legale diventa un problema di salute pubblica per evitare gli ulteriori danni che l’aborto illegale in condizioni inadeguate causerebbe; ma l’interruzione di gravidanza è stata determinata da problemi sociali che sono al di fuori del controllo della donna e vengono presentati in modo ostile.

Quindi, il “diritto all’aborto è come l’FMI”, come ha detto un sacerdote di campagna durante un’audizione alla Camera dei Rappresentanti? Ovviamente no. Qui il clero ha usato la sua “ala sinistra” per difendere una politica reazionaria ed oscurantista. Da parte nostra, non abbiamo dubbi che se si impone il patto con il FMI, date le gravi conseguenze sociali che esso avrà per la popolazione, si creeranno le condizioni che consentiranno a un maggior numero di donne di decidere di interrompere la gravidanza, o detto al contrario, le condizioni necessarie per svolgere la maternità ne risentiranno in modo decisivo. Ma la Chiesa, invece di chiedere una lotta contro l’FMI, cioè contro il capitalismo, vuole negare alle donne il diritto fondamentale di difendersi costringendole a continuare gravidanze che non possono permettersi. Pertanto, oltre ai piani di aggiustamento dell’FMI, dovranno sopportare la clandestinità dell’aborto.

 

 

L’affermazione unilaterale che il diritto all’aborto è solo una questione di “salute pubblica” risponde ad una visione liberale della società, che omette le determinazioni sociali che condizionano la libertà di decisione e di scelta. Non è un caso, quindi, che questo sia l’argomento più frequentemente usato dai deputati dei partiti della classe capitalista, che vogliono limitare l’azione del movimento delle donne all’estensione di alcuni diritti all’interno del quadro capitalistico, mentre altri come il diritto al lavoro, all’alloggio, a un salario equivalente al paniere familiare, eccetera, vengono negati. Il programma socialista delle donne è un altro: per conquistare la vera capacità di decidere, anche la più elementare di tutto ciò che riguarda il proprio corpo, è necessario porre fine a un regime basato sullo sfruttamento e sull’oppressione. Il capitale richiede uno sfruttamento crescente del corpo e dell’energia dei lavoratori, con le sue riforme del lavoro e l’innalzamento dell’età pensionabile. I bisogni sociali non sono dettati dalla libera decisione della società, ma dall’accumulazione capitalista; è il mercato che “crea” le necessità e non il contrario. Il monopolio dei media da parte del capitale gli conferisce anche uno strumento di dominio ideologico che cerca di giustificare e naturalizzare la società dello sfruttamento.

Per tutte queste ragioni, l'”interruzione volontaria di gravidanza” sarà davvero tale quando la società capitalista sarà sostituita da un’altra in cui ognuno potrà contribuire secondo le proprie possibilità e ricevere secondo i propri bisogni.

La gigantesca lotta per ottenere la mezza sanzione [l’approvazione da parte di una delle due camere del parlamento argentino, N.d.T.] della legge sull’aborto legale è il metodo che, su scala ancora più ampia, dobbiamo sviluppare per porre fine al capitalismo e lasciare il posto a una società veramente umana.

 

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