Catastrofismo, forma e contenuto

 

(Di fronte al crollo teorico di un chavista)

di Pablo Rieznik

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Pablo Rieznik

Lo sviluppo delle forze produttive generato dallo stesso capitale nel suo sviluppo storico, una volta giunto ad un certo punto, annulla l’autovalorizzazione del capitale… a partire da un certo momento lo sviluppo delle forze produttive si trasforma in un ostacolo per il capitale; pertanto la relazione del capitale diventa un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive del lavoro”.[1]

“L’ affermazione che Marx non avrebbe stabilito una “teoria del crollo”, risale, certamente, in primo luogo, all’interpretazione revisionista della sua opera economica”.[2]

In un articolo scritto alcuni mesi fa rivendicammo la filiazione marxista del “catastrofismo”[3]; cioè, che il capitalismo è un modo di produzione storicamente condizionato, e per tanto, condannato ad aver termine come conseguenza delle proprie contraddizioni. È l’essenza dell’impostazione di Marx e la chiave per comprendere ciò che lui stesso chiamò “la legge del movimento” della società moderna, oggetto della sua opera più celebre (Il capitale). “Marx concepisce, quindi, lo sviluppo capitalista come un processo affetto inevitabilmente da movimenti catastrofici”, dice letteralmente uno studio recente molto penetrante che ha per titolo niente meno che “Segni dell’Apocalisse” (in Marx)[4] e la cui attenta lettura è estremamente arricchente perché mette in risalto la tensione ultima, estrema e definitiva in cui il capitale pone la civilizzazione umana.

O l’uomo si emancipa dallo sfruttamento secolare, portato al parossismo da un modo di produzione che ha esaurito la sua missione storica, o la sopravvivenza del capitale, oltre i propri limiti, comporta una distruzione profonda delle condizioni di esistenza della specie e della natura nel suo complesso.

La tendenza del capitalismo a doversi scontrare con le circostanze del proprio collasso è il contenuto originale del “catastrofismo” e la base rigorosa di una politica rivoluzionaria di trasformazione sociale. Il capitalismo rivela una tendenza inevitabile al proprio crollo, creando così le condizioni necessarie per il proprio superamento. In un nostro articolo precedente ricordavamo che la nota corrente revisionista di Eduard Bernstein, nel movimento socialista di fine XIX secolo, iniziò a delimitarsi dal “catastrofismo”, mettendo in discussione proprio la segnalata tendenza al crollo del capitale. La stessa messa in discussione si è ripetuta nel tempo e ha acquisito connotazioni più negative nella misura in cui l’esaurimento storico del capitale come metabolismo sociale si pone “in atto” nell’evoluzione della storia recente. Nelle citazioni di cui sopra riprendiamo come esempio una nota di Claudio Katz, inteso come ideologo di una “nuova sinistra” che qui e nel mondo si vanta del proprio “aggiornamento”. La nota in pratica ripeteva alla lettera Bernstein e contestava l’esistenza di qualsiasi tendenza del capitalismo al collasso per concludere con la proposta di sostituire il socialismo operaio con una democrazia adattata ai nostri tempi. La nostra critica caratterizzava questa posizione come propria della “economia di sinistra” perché Katz pretendeva di sostituire l’analisi della catastrofe capitalista contemporanea con una disciplina dedicata a capire perché “il capitalismo si regge in piedi”, senza dire mai anche che crolla.

 

Rinnegare come metodo

Lo stesso Katz ha accettato la sfida di rispondere a quell’articolo con altri due lunghi

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Claudio Katz

lavori di cui è autore.[5] Malgrado la sua estensione, la risposta del leader dei cosiddetti “economisti di sinistra” (EDI, Economistas de Izquierda) si caratterizza, in primo luogo, per l’evitare la considerazione dei punti più polemici della critica che gli formulammo nel nostro lavoro precedente. Non dice nulla sulla proposta degli “economisti di sinistra” di difendere una politica di “distribuzione delle entrate”, in termini simili a quelli della burocrazia sindacale affine a Duhalde e successivamente a Kirchner. Nulla sulla proposta di una sorta di “socialismo dello baratto” quando la catastrofe capitalista degli inizi di questo decennio ha costretto milioni di argentini a scambiare calzini inutilizzati con un piatto di spaghetti o viceversa. Tantomeno dice nulla sulla presentazione dei sussidi all’ “impiego”, miseri e in nero, come esempio di “cultura del lavoro” e “socialismo”. Nulla sull’opportunismo di lanciare un raggruppamento di “economisti” nello stesso momento in cui Katz, rivendicando il passaggio dal socialismo alla “democrazia”, si è presentato come il Ministro dell’Economia di un personaggio oggi dimenticato che ha raccolto voti ripudiando i partiti di sinistra. Senza esaminare ancora il contenuto delle posizioni del suo nuovo lavoro bisogna dire che Katz procede a ciò che i francesi chiamano la “fuite en avant”, o quello che in lingua creola sarebbe “chi tace acconsente.”

Un altro deficit metodologico del testo di Katz è che si tratta di un attacco al Partido Obrero con un criterio molto particolare. Perché non fa mai riferimento all’enorme letteratura politica del PO, ai suoi testi, alla sua stampa, ai suoi documenti, volantini, libri e risoluzioni. Non cita neppure le posizioni dei suoi dirigenti più noti. E questo malgrado Katz non tralasci di considerare nessun argomento politico rilevante. Supponiamo che nel suo lavoro di professore Katz non ammetterebbe mai un lavoro con queste caratteristiche, con non cita le fonti e che, per di più, le distorce o falsifica in maniera totalmente arbitraria. Trattandosi di una lotta politica, il nostro autore ritiene che si possa utilizzare l’impostura “a piacere”[1] per confondere il lettore sulle posizioni di chi dice di criticare. Lo stesso vale per il dovere dichiarato del suo testo, la critica a “due autori – Pablo Rieznik e Luis Oviedo-”, le cui formulazioni non espone mai con rigore, abusando della citazione fuori contesto e attribuendogli posizioni che non formularono mai. Anche con questo modo di procedere, impropri per chi ha adottato i metodi di lavoro accademici, il recente articolo di Katz ha il merito di contribuire ad una chiarificazione politica. Katz, come ideologo della “nuova sinistra”, espone ampiamente i propri punti di vista. I quali, inoltre, sono agli antipodi di ciò che Katz sosteneva alcuni anni fa e che oggi rinnega benché mai si sia dedicato al lavoro di spiegare la metamorfosi. Per questo la critica ai suoi vecchi compagni ha la forma di una catarsi di un autore che non si sa se si nasconde a quello con cui polemizza, al proprio passato o alle proprie contraddizioni di ieri e di oggi.

Il “nuovo” Katz, dunque, è molto chiaro quando, “in opposizione” ai catastrofisti afferma che è impossibile parlare di una tendenza al collasso del capitalismo, dato che la “dinamica” capitalista è “ciclica” e a ogni crisi segue un’ulteriore ripresa. Tantomeno sarebbe giusto parlare, secondo Katz, di imperialismo come ultima fase del capitalismo e come epoca di catastrofi e rivoluzioni, che sarebbe un’indicazione di Lenin, puramente congiunturale, per gli anni 1914-1922. Le forze produttive del capitale – sostiene Katz – continuano a crescere e ormai non è corretto parlare di governo operaio ed esproprio del capitale perché il nazionalismo latinoamericano ci offre un ponte privilegiato per il socialismo, dal quale neppure Kirchner sarebbe escluso: è l’integrazione che, attraverso un “accordo regionale”, propone il governo venezuelano attraverso la cosiddetta Alba. Conclude, curiosamente, con una critica a quello che considera il monolitismo del PO, per celebrare la costruzione di un partito irreggimentato dall’alto con le risorse dell’apparato statale (capitalista), gestito da funzionari pubblici e intollerante di qualsiasi dissidenza interna. Questo è esattamente ciò che hanno segnalato i militanti socialisti che hanno rifiutato di sciogliersi nel partito unico della rivoluzione che ha messo su il presidente Chávez, che solitamente Katz menziona secondo la sua gerarchia costituzionale. Perlomeno riconosciamo che Katz non va per le spicce e, quando adesso rileggiamo articoli di suo pugno di alcuni anni fa, non si può non concludere che la metamorfosi di Katz è veramente copernicana.

Il catastrofismo conservatore

E comincia così: secondo il nostro critico, “Marx ci ha lasciato una teoria del funzionamento e della crisi del sistema capitalista ma non della sua catastrofe”. Al contrario – dice Katz – tale funzionamento del capitale, scoperto da Marx, consisterebbe nel fatto che il capitalismo “non si degrada (fino al suo) crollo, ma perdura attraverso spirali di crescita e crisi convulsive”. Marx, dunque, non sarebbe il teorico mise in risalto il carattere storicamente condizionato del capitalismo e la inevitabilità del suo superamento come requisito per il progresso dell’umanità in quanto specie, ma esattamente, al contrario, colui che spiega che le “convulsioni” del capitale sono solo un mezzo per la sua… “sopravvivenza”. “L’aggiornato” critico torna così molto indietro perché l’intuizione che il capitalismo trovava barriere insuperabili al proprio sviluppo e come conseguenza dello stesso, è precedente a Marx e molto chiara nel caso di uno degli esponenti della cosiddetta scuola classica dell’economia politica borghese: David Ricardo.

Come segnalavamo nell’articolo al quale pretende di rispondere Katz, la questione della tendenza al collasso, catastrofe o crollo del capitalismo, termini che devono essere considerati sinonimi secondo la loro denominazione originale in tedesco, fu il dibattito chiave che seguì alla morte di Marx nel 1883 e di Engels nel 1895. Bernstein, che era stato stretto collaboratore di quest’ultimo, fu quello che pose, alla fine del XIX secolo, il problema della “tendenza al crollo” al centro della discussione del movimento operaio e socialista dell’epoca. Qualsiasi sia la critica si possa formulare ai revisionisti compreso alle limitazioni delle sue contraddizioni dell’epoca (Kautsky e Rosa Luxemburg), ciò che qui importa è che la polemica partiva dall’ammissione comune che la posizione originale di Marx era inseparabile dalla detta tendenza al crollo o la collasso del capitalismo. Ciò era assolutamente indiscutibile. Bernstein, revisionando Marx, sosteneva che nuove circostanze nello sviluppo capitalista eliminavano certi presupposti sui quali Marx aveva formulato le proprie analisi riguardo al crollo del capitale. Perché, tra le altre cose, il monopolio e il credito permettevano di contenere e annullare lo sviluppo anarchico della libera concorrenza che riteneva il principale fattore di distruzione dell’economia capitalista e delle sue crisi ricorrenti. Katz si colloca molto indietro rispetto a Bernstein, perché se quest’ultimo criticò la teoria del crollo non mise mai in discussione la marcia irreversibile della società borghese fino ad una tappa superiore, il socialismo. Solo che anziché considerarla una conseguenza delle contraddizioni crescenti ed esplosive del capitale, postulò una sorta di sviluppo armonico e pianificato che sarebbe coronato, allo stesso tempo, da un’eliminazione graduale dei mali sociali del capitalismo e un’ascesa progressiva al potere della classe operaia, attraverso riforme del modo di produzione esistente e del suo regime politico.

Mentre Bernstein supponeva che il capitalismo possedesse gli attributi di una sorta di correzione al proprio corso catastrofico, Katz ci spiega che il capitalismo “sopravvive” attraverso crisi ogni volta più “convulsive”. Non smette di essere “catastrofista”, anche se non in maniera socialista e rivoluzionaria, ma conservatrice e reazionaria. Katz afferma che Marx non “immaginò mai l’esplosione finale del sistema capitalista”. Tuttavia. È esattamente ciò che l’autore de Il Capitale pose a coronamento di tutta l’analisi che fece nel suo massimo lavoro. Si tratta inoltre dei paragrafi finali di uno degli ultimi capitoli (XXIV del I Tomo) nella cui parte finale, intitolata “Tendenza dell’accumulazione capitalista”, Marx descrive ne più ne meno che il momento in cui “suona l’ultima ora del capitale” e si pone la sua “negazione”, cioè la sua liquidazione storica, “si fa saltare la corteccia capitalista, gli espropriatori vengono espropriati”, il che s’impone “con la necessità di una legge naturale”. Testualmente: “Il monopolio esercitato dal capitale si trasforma in ostacolo al modo di produzione che fiorì con lui e sotto di lui. La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro giungono ad un punto in cui diventano incompatibili con il loro involucro capitalista. Questo va in pezzi. È suonata l’ora finale della proprietà capitalista. Gli espropriatori sono espropriati.” Tale definizione ha sempre infastidito, non solo Katz, ma anche una pleiade dei suoi stessi seguaci (di Marx, chiaramente).Essi ritengono che il Marx “oggettivista” e “naturiforme” escluda così la rivoluzione e l’azione “soggettiva” dell’uomo. Però la distinzione è schematica ed è quello che Marx si propose di superare. Il soggettivo è gravido dell’oggettività e viceversa. L’autore del Manifesto del Partito Comunista sapeva che il proletariato doveva por fine al capitalismo perché questo crollava e, reciprocamente, che

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Eduard Bernstein

non crollava se l’azione umana non procedeva all’adeguata esecuzione. L’incomprensione di questa relazione reciproca ha sempre dato luogo alla scoperta di “due Marx”. Quello “soggettivista”, che stabiliva all’inizio del citato Manifesto che “il motore della storia è la lotta di classe”, e “l’oggettivista” che indica che sono i “rapporti di produzione in contrasto con le forze produttive” quelli che determinano “la rivoluzione” sociale. Un’opposizione totalmente fittizia, sulla quale si sono versati fiumi d’inchiostro nel corso degli anni, dimenticando che l’ “oggettivo” e il “soggettivo” sono due aspetti intimamente legati di un tutt’uno: “Gli uomini fanno la propria storia, ma la fanno in condizioni che non hanno scelto ma che hanno ereditato dal passato”, secondo la nota tesi dello stesso Karl Marx.

Nonostante Marx sia come la madre, ce n’è una sola, anche Katz ha i suoi “due Marx”. Così, non ha avuto alcun problema a riconoscere le posizioni di Marx sul crollo, perché intanto dopo le avrebbe smentite. Cioè, trasforma Marx in Katz, che è passato dal catastrofismo rivoluzionario al suo opposto senza soluzione di continuità. Cosicché il Marx del I Tomo sarebbe contraddetto – dice Katz – da quello del III Tomo, quando passa dal “terreno delle contraddizioni generiche” a “la spiegazione di come le tendenze più esplosive del capitale sono moderate dall’azione di forze opposte (controtendenze), e distingue l’analisi puramente concettuale dalle sue manifestazioni concrete”. Così Marx passerebbe da un catastrofismo di concetto, generico, astratto, ad un realismo anticatastrofista, “concreto”, smentendo sé stesso. Una specie di Kant impoverito, secondo il quale la “cosa in sé” catastrofica del capitalismo riprenderebbe il posto di una vaga condanna morale inafferrabile, mentre il capitalismo reale che gli economisti come Katz possono indagare e misurare nelle sue vicissitudini più immediate sarebbe eterno nella sua “dinamica ciclica”.

Più dialettico è il poeta che celebra l’amore, “eterno finché dura”, forse cosciente che “tutto ciò che esiste merita perire”.

La tendenza decrescente del saggio di profitto

Marx, di sicuro, non parla mai di “controtendenze” nel III Tomo, la cui prima parte, al contrario, termina con l’analisi esaustiva della cosiddetta tendenza decrescente del saggio di profitto, che Marx considera la “legge fondamentale dell’economia politica”, precisamente perché mette in risalto il meccanismo intimo ed essenziale che conduce al declino, irre-ver-si-bile, del modo di produzione capitalista. L’accumulazione del capitale implica lo sviluppo delle forze produttive che emerge dalla concorrenza tra i numerosi capitali per sopravvivere e il cui risultato contradditorio è che cresce costantemente la proporzione del capitale applicato alle macchine, agli strumenti, materie prime, e diminuisce il corrispondente impiegato nel pagamento dei salari. Siccome il plusvalore odas-kapitalprofitto che il capitale ottiene deriva dalla differenza tra il valore creato dai salariati e ciò che ottengono come reddito per sopravvivere, questo plusvalore, o profitto messo in rapporto alla totalità del capitale tende a cadere. Pertanto, quanto più si sviluppa il capitale, tanto più erode, mina, danneggia, distrugge, mette in discussione, rende difficili, restringe… le condizioni del proprio sviluppo. al capitale succede ciò che succede a Katz e a tutti noi: per quanto viviamo ci avviciniamo alla morte e come conseguenza delle leggi del nostro stesso sviluppo; ci piaccia o no. Basta il senso comune in questo caso, per capire che la citata tendenza decrescente del tasso di profitto non sarebbe la legge economica fondamentale dell’economia politica se fosse negata da “controtendenze” che, con uguale forza e senso contrario, la renderebbero innocua.

Nei fatti Marx non ha mai parlato di controtendenze ma di “fattori contrastanti” che rallentano, frenano in diversi periodi ed evitano un’evoluzione puramente lineare o meccanica della tendenza immanente del saggio di profitto a decrescere. Cosa che, al limite, lo porterebbe chiaramente alla scomparsa nel caso di una completa automazione del processo produttivo. Questo semplice esempio lo fece Ernest Mandel, che deplorevolmente Katz recupera quando si tratta di ripetere i suoi peggiori difetti politici e i suoi lavori teorici più poveri. L’esempio è didattico perché mette in risalto il paradosso fondamentale del capitale: quanto maggiore è la capacità del lavoro umano accumulato di produrre ricchezza (teoricamente illimitata nel caso immaginato della completa automazione produttiva), minore è la produzione di nuovo valore, la cui confisca è la ragion d’essere del capitale (e che finisce per essere nullo nel caso dell’assenza di lavoro totalmente sostituito dalle macchine). Il valore può crearsi solo come risultato del lavoro vivo impegnato nella produzione. Però lo sviluppo della produttività del lavoro lo rende sempre più superfluo e sostituibile da processi automatici. Nel capitalismo quanto maggiore è la produttività del lavoro tanto maggiore è la sua capacità di produrre ricchezza, ma minore è il valore unitario dei prodotti, nello stesso tempo che diminuisce la quantità di lavoro vivo incorporato negli stessi fino a scomparire, come abbiamo appena segnalato, nel caso di una produzione automatica.

Il vincolo tra lavoro, produzione della ricchezza e valore, è storico e contradditorio. La contraddizione raggiunge un livello terminale e insuperabile quando lo stesso lavoro immediato nella produzione è sempre più innecessario e cessa di servire alla valorizzazione del capitale, che ha sviluppato le forze produttive ad un punto tale che urtano con i rapporti di produzione che devono essere superati. Il lavoro immediato dell’uomo nella produzione fu sempre posto a fondamento della creazione della ricchezza; fino al momento in cui, ad una potenza molto elevata del proprio sviluppo storico, nega sé stesso, si sposta e ritira dal processo produttivo diretto. Ciò nella stessa misura in cui riesce ad essere sostituito dal “mostro meccanico”, come diceva Marx. I processi automatici dunque condurranno l’uomo dal regno della necessità al regno della libertà, un regno in cui il lavoro produrrà non valore perché il lavoro si trasformerà in un’attività cosciente del metabolismo produttivo ipertecnicizzato e cambierà completamente di carattere. Qualcosa di impossibile da comprendere se non si capisce che, a differenza della ricchezza, il valore non è qualcosa di tangibile, non è una “cosa”, ma l’espressione di una relazione sociale mediante la quale i produttori di merci si vincolano tra loro per mezzo dei propri prodotti, che scambiano secondo il tempo socialmente necessario a produrli. È il valore è costretto a scomparire; la ricchezza, a trascendere aldilà della scomparsa del lavoro applicato immediatamente alla produzione.

La decadenza o tendenza decrescente del saggio di profitto è una manifestazione inseparabile della decadenza della legge del valore come principio regolatore del movimento capitalista. “A partire del momento in cui il lavoro, nella sua forma immediata, ha smesso di essere la fonte principale della ricchezza, il tempo di lavoro smette e deve smettere di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro delle grandi masse ha smesso di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non lavoro di alcuni ha smesso di essere la condizione dello sviluppo delle forze generali del cervello umano”.[6] La disoccupazione cronica, di lunga durata, che si perpetua e cresce nell’ultimo quarto di secolo, non è il risultato necessario del progresso tecnologico in sé, ma il prodotto della crisi di sovrapproduzione di capitale; qualsiasi sforzo per superare questa crisi di sovrapproduzione dentro il quadro del capitalismo può solo aggravare una situazione già di per sé insopportabile. La via d’uscita dall’inferno della disoccupazione perpetua non può che essere la rottura del quadro capitalista. A suo modo, la disoccupazione è l’indice negativo del fatto che le condizioni sono mature, non per “la fine del lavoro”, annunciata dai nuovi ricchi del parassitismo borsistico, ma per l’abolizione dell’alienazione del lavoro attraverso l’abolizione del capitale. La disoccupazione cronica, annuncia, a suo modo, la morte della legge del valore e del mercato.[7]

Marx diceva che la legge della caduta tendenziale del tasso di profitto era un “enigma” molto semplice da comprendere per chi risolveva l’ “enigma” del valore (e della ricchezza) che spiegò nel Tomo I de Il Capitale. Siccome Katz non ha capito il segreto del valore, l’ha dimenticato, non può capire ora la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto del capitale, la cui essenza si riassume, in definitiva, nella tendenza del capitale a mettere in discussione con il suo proprio sviluppo la legge del valore che costituisce il motore stesso della sua esistenza, storicamente condizionata, storicamente limitata, condannata a perire. Per dirlo nei termini della “riflessione teorica” a cui piace fare appello al nostro critico: non avendo compreso il valore, il feticismo delle merci (per cui un rapporto sociale si manifesta come cosa materiale), Katz si converte in un adoratore del “feticcio del capitale”, eterno nella sua “dinamica ciclica”. Un economista dovrebbe almeno dominare il concetto elementare di valore che Marx certamente ci ha lasciato per la comprensione della nostra epoca capitalista.

Katz, che si vanta del proprio sapere teorico contro la povertà dei suoi critici, ci accusa di non riconoscere “mezzo secolo di discussioni sul tema” della caduta tendenziale del saggio di profitto. Ma sembra che il supposto seguire scrupoloso del tema, nel suo caso, si è concluso nel perdersi nel labirinto di un’enorme confusione sul punto. Dall’altra parte, non molto tempo fa En Defensa del Marxismo ha pubblicato un accurato articolo che riteneva sufficiente più di mezzo secolo di discussioni, metteva in risalto la bibliografia più recente ed esplicitava la critica a Katz e agli autori che non comprendevano o distorcevano la legge fondamentale dell’economia politica, considerando le diverse linee del dibattito contemporaneo sul punto.[8] In questo stesso mezzo secolo di dibattiti, ciò che si è evidenziato è un tentativo di trasformare la legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto nell’opposto di ciò che sosteneva Marx. In questo modo questa legge sarebbe una specie di sfida perenne, di barriera essenziale, di ostacolo immanente, che ogni volta il capitale si vedrebbe costretto a superare e vincere per assicurarsi la propria esistenza illimitata come una specie di Araba fenice, che sempre risolve dalle proprie ceneri. Un accumulo di letture sullo stesso tema, di conseguenza, può intossicare la comprensione; forse sarebbe meglio leggere meno e meglio, se il nostro critico – che si diverte con pagine sfogliate inutilmente per criticare i principi e il meglio del marxismo – permette.

Sugli strumenti

Il ragionamento antidialettico finisce per obnubilarsi quando il nostro critico afferma che, in definitiva, la tendenza al crollo è priva di ogni importanza perché, nella polemica originale, chi la revisionava (Bernstein) giungeva a conclusioni non rivoluzionarie, riformiste, e chi la rivendicava (Kautsky)… idem. Lo stesso argomento l’hanno utilizzato negli anni ’30 del secolo scorso gli intellettuali nordamericani che criticarono Trotsky per la sua rivendicazione della dialettica, nella misura in cui l’uno o l’altro aveva ottenuto certi risultati politici per vie diverse: l’uno, rivendicando la logica hegeliana; l’altro ripudiandola. Che importanza ha, dunque, insistevano i Katz del tempo, sulla linea dell’empirismo anglosassone più rudimentale -, la teoria della dialettica, che Trotsky considerava indispensabile nella concezione materialistica della storia dell’uomo e della politica rivoluzionaria? Che importanza – dice ora il nostro critico – ha la teoria del crollo se, appoggiandola o rifiutandola, si può giungere a deduzioni ugualmente sbagliate? Katz ha dimenticato la risposta classica a questo problema nonostante l’abbia ripetuta fino alla nausea, quando svolgeva una sana pratica docente come militante del Partito Obrero. Che risponderebbe ad un alunno che mettesse in discussione il valore degli strumenti perché un abile artigiano può ottenere un eccellente prodotto con il peggiore di essi, mentre invece, con il migliore, un altro collega meno dotato potrebbe ottenere un pessimo prodotto? Che gli strumenti son privi di ogni importanza? Lo strumento della caduta tendenziale del saggio di profitto è decisivo per comprendere la dinamica storica del capitale… e la sua tendenza la collasso.

La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la tendenza al crollo del capitale, come contributi definitivi alla comprensione della dinamica del capitalismo, sono indissolubilmente legati tra loro. In quello che gli esperti e i profani considerano uno dei migliori trattati su “La genesi e struttura del Capitale di Marx”, che è il titolo di un’impressionate trattato di Roman Rosdolsky, si dedicano numerose pagine e un capitolo speciale a questo problema, sotto il titolo “La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto e la tendenza al crollo del capitale”. Vi si può leggere: “La crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai suoi rapporti di produzione fino ad ora vigenti si esprime in acute contraddizioni, crisi, convulsioni. Il

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Roman Rosdolsky

violento annichilimento del capitale, non a causa di circostanze estranee allo stesso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più convincente di intimargli di farsi da parte e lasciare il posto ad uno stadio superiore della produzione sociale”. La citazione è di Marx e merita il seguente commento di Rosdolsky: “Con questo pronostico del crollo conclude, alla fine, la terza sezione dei Grundrisse; l’affermazione che Marx non avrebbe stabilito una “teoria del crollo” deve farsi risalire sicuramente, prima di tutto, all’interpretazione revisionista della sua opera economica”.[9]

Dinamica storica (e ciclica)

La negazione della caduta tendenziale del saggio di profitto e del suo legame con la tendenza al collasso impedisce ai revisionisti come il nostro critico, di comprendere l’adeguata periodizzazione delle diverse tappe del modo di produzione capitalista che emergono dalla sua peculiare dinamica storica. In opposizione a questo concetto, sostengono una “dinamica ciclica” che, come una giostra rinnova le fasi di crisi e ascesa che sono proprie dell’economia del capitale, girando sempre sullo stesso asse. Tutta la scienza “anticatastrofista” si limita a identificare il capitalismo con il movimento di quest’altro simpatico gioco di piazza condannato perpetuamente a salire e scendere, in questo caso nel passaggio senza fine dall’economia capitalista della stabilità alla crisi, dalla crisi all’espansione… e fatto il giro a ricominciare. La caratterizzazione delle tappe del capitalismo che hanno a che vedere con la sua dinamica storica abbracciano il periodo costitutivo originario, quello del suo sviluppo e maturità e, infine, quello della sua decomposizione ed esaurimento. L’analisi di quest’ultima tappa è stata un tema dominante nelle analisi classiche del marxismo dei primi decenni del secolo scorso, con sfumature caratteristiche, nel caso di Rosa Luxemburg, Nikolaj Bucharin, Rudolf Hilferding, e del celebre lavoro di Lenin sull’imperialismo. In linea generale, il catastrofismo di Marx assunse una nuova connotazione che lo stesso Lenin identificò con quella del capitalismo senile. Un capitalismo “agonizzante” che,  con il monopolio e la produzione su larga scala, con la sua associazione diretta con l’apparato statale della borghesia e con la sua estensione planetaria, apriva una “tappa di transizione” fino ad un ordine sociale superiore. Era la fase terminale (“superiore” ed “ultima”) del modo di produzione borghese. Lenin parla per questo di “ruolo storico” dell’imperialismo come quello della “reazione su tutta la linea”, di catastrofi economiche e cataclismi sociali senza precedenti, ecc, ecc. Ci vediamo costretti a ricordare qualcosa che è ben noto in termini di tradizione marxista, perché Katz commette il madornale errore di attribuire a questa posizione un valore meramente congiunturale che avrebbe smesso di avere valore nel I Volume a partire dai primi anni ’20 del secolo scorso. L’ultima tappa del capitalismo fu anticipata da Marx nel già citato capitolo XXIV del I Volume de Il Capitale, quando spiegò le tre dimensioni proprie del ciclo storico del capitale: quella dell’accumulazione primitiva, quando l’esproprio del produttore precapitalista crea le premesse della propria produzione; la seconda fase, quando procede con gli stessi metodi a confiscare il valore prodotto dalla classe operaia; la terza, quando questo esproprio si estende allo stesso capitale, rivela il suo limite storico e stabilisce che lo sviluppo delle forze produttive diventa incompatibile con i rapporti di produzione capitalisti.

Nel suo lavoro di revisione del passato, Katz stigmatizza la caratterizzazione marxista dell’imperialismo come tappa ultima o superiore del modo di produzione capitalista. Lo fa a modo suo: “il contrasto semplificato tra un’epoca florida e un’altra decadente del capitalismo – dice – , perde di vista le caratteristiche del sistema che sono state comuni ad ognuna delle sue tappe”. Non comprende così, che le caratteristiche del sistema “inerenti al capitalismo” sono quelle che portano alla sua… decadenza, allo stesso modo in cui “le caratteristiche comuni della vita” (respirare, mangiare, defecare) guidano dall’infanzia alla vecchiaia… e continuano a rimanere “comuni” ad entrambi gli estremi. Diverrebbe impossibile, dunque, distinguere la fase della fioritura o della decadenza di un essere vivente perché si prederebbero quindi i tratti comuni della sua vita? Katz suppone che se il capitalismo ha avuto crisi e riprese ieri, oggi – come potrebbe averle domani – a che serve soffermarsi sulla precisazione delle tappe storiche del capitale? La quiete segue sempre la tempesta; e così accadrà alle “epoche” che si succederanno le une alle altre senza che si possa parlare di una tappa finale o terminale. Katz è un millenarista del capitalismo.

Il nostro critico, dunque, ci offre una visione alternativa: “Il contrasto tra un’epoca di riforme sociali (1880-1914) e un’altra di incidenti capitalistici (1914-1940) fu stabilito – dice – per distinguere l’espansione della socialdemocrazia dall’ascesa del fascismo”. Katz non ci informa su chi “ha stabilito” il contrasto che sposta l’asse del problema su un piano politico ugualmente interessante, differenziando tra un periodo “socialdemocratico” fino al ’14, e un altro di ascesa del fascismo fino al 1940. Nel mezzo è scomparso l’ottobre del ’17, il punto di partenza dell’era della rivoluzione socialista.  Non c’è imperialismo, non c’è “ultima fase”, non c’è fase di transizione, non c’è rivoluzione. E non solo questo, perché dopo la tappa del fascismo, ci indica che ne è seguita “un’altra di avanzamenti sociali durante lo Stato Sociale” (1950-1970). Socialdemocrazia, fascismo, democrazia, sarebbe questa la periodizzazione del XX secolo in termini che riproducono le banalità di un manuale delle agenzie educative di un qualsiasi governo capitalista. Stato Sociale! Nessuna catastrofe, nessuna rivoluzione, nessuna decadenza.

Ripassiamo con un minimo di realismo l’epoca del “benessere”, i famosi “anni gloriosi” del capitalismo del dopoguerra del XX secolo: la rivoluzione cinese, la guerra di Corea, la rivoluzione Cubana, le sollevazioni degli anni ’60 in tutto il mondo. L’eufemismo “avanzamenti sociali nel capitalismo” è assolutamente ingannevole: nel dopoguerra, con la rivoluzione cinese, la metà del territorio del pianeta cadde sotto il dominio dei regimi che espropriarono il capitale; a partire dal 1959, con Fidel e il Che, l’onda rivoluzionaria debuttò in America Latina. Nel 1962, con la crisi dei missili, assistemmo alla possibilità certa di un’ecatombe nucleare. Nel ’68, le sollevazioni operaie, studentesche e popolari percorrono il globo, da Parigi a Praga, dalle lotte nel cuore dell’imperialismo yankee al continente latinoamericano. L’offensiva Vietcong iniziava il conto alla rovescia per gli invasori del sud’est asiatico. Nelle metropoli, la classe operaia, grazie alla collaborazione controrivoluzionaria della burocrazia moscovita, veniva integrata nel regime borghese al prezzo di importanti conquiste, dopo la spaventosa carneficina della Seconda Guerra mondiale, a metà del secolo. Catastrofi e rivoluzioni? Non, risponde Katz, “avanzamenti sociali” che superarono il periodo di decomposizione capitalista e ci portarono allo Stato (borghese) sociale. È la ripetizione del dogma e del discorso sociale urbi et orbi sulla nostra epoca. Katz può candidarsi al Ministero dell’Educazione.

Kondrat’ev e l’eterno rinascere

In onore alla polemica diciamo che lo schema-dogma di Katz ripete un’antica posizione dell’economista russo Kondrat’ev, che molti anni fa ripresero alcuni “economisti di sinistra2 anteriori a Katz. Nel dibattito originario, Kondrat’ev metteva in discussione il punto di vista dei bolscevichi sulla crisi determinatasi alla fine della Prima Guerra Mondiale e all’inizio della Rivoluzione Russa. Kondrat’ev sostenne, dunque, che non si trattava di una crisi unica né eccezionale, e che la sua funzione storica non era annunciare il collasso del capitalismo ma facilitare il ristabilimento dell’equilibrio del suo metabolismo produttivo.

Secondo Kondrat’ev, le oscillazioni di lungo periodo del capitalismo erano simili a quelle stabilite da Marx per periodi che andavano dai sette ai dieci anni nei quali la curva dell’attività capitalista sfociava sistematicamente in interruzioni violente di tutto il processo economico. Queste crisi erano un risultato delle contraddizioni del meccanismo proprio dell’economia capitalista e della legge della concorrenza tra i diversi capitali e, in questo contesto, anche un meccanismo di soluzione per la continuità dell’accumulazione capitalista. Quest’ultimo nella misura in cui il fallimento e la valorizzazione dei capitali, la disoccupazione e l’abbassamento dei salari creavano le condizioni per recuperare il tasso di profitto, la cui tendenza alla caduta è alla base di ogni crisi. Di conseguenza, questi cicli obbedivano ad una regolarità imposta dallo stesso movimento del capitale, il cui motore è sempre la produzione per guadagnare profitti.

La stessa regolarità, naturalmente, non può estrapolarsi per spiegare i movimenti più ampli, in periodi più estesi, dello stesso sviluppo capitalista. Questo fu precisamente ciò che Trotsky criticò di Kondrat’ev ed in maniera molto esplicita: “Per ciò che si riferisce alle fasi lunghe (di cinquant’anni) nella tendenza dell’evoluzione capitalista, per le quali il professore Kondrat’ev suggerisce, infondatamente, l’uso del termine “cicli”, dobbiamo sottolineare che il loro carattere e durata sono determinati, non dalla dinamica interna dell’economia capitalista, ma dalle condizioni esterne che costituiscono la struttura dell’evoluzione capitalista” (tra le quali Trotsky cita testualmente il caso delle “guerre e rivoluzioni”).[10] Per tanto, nell’indagare sul processo di accumulazione del capitale in un senso storico generale non si può procedere con l’impostazione propria della regolarità dei cicli determinati da fattori ricorrenti ma, più decisivamente, dagli elementi non periodici che, come si segnale nella critica di Trotsky, non appartengono alla sua “dinamica interna” ma in ultima istanza la condizionano.

L’enfasi polemica di Trotsky, invece, era legata all’incapacità del “modello di Kondrat’ev” di rendere conto del cambiamento operato nelle condizioni generali dell’evoluzione del capitalismo; cioè, non del ciclo del capitale ma del momento storico in cui questo ciclo si svolge. I bolscevichi e Trotsky tenevano esattamente conto del fatto che il capitalismo avrebbe trovato un limite storico con l’emergere del capitalismo, “un’epoca di guerre e rivoluzioni”, di catastrofi economiche e sociali e di reazione su tutta la linea. Era questa la questione decisiva e quella che Kondrat’ev metteva in discussione.

Sviluppando il proprio punto di vista Trotsky ricorse ripetutamente all’analogia della vitalità del capitalismo con quella dello stesso cuore umano. Quest’ultimo batte sempre, come i battiti nel metabolismo dell’economia capitalista che sono i cicli. Però durante la gioventù e nella maturità il cuore batte con vigore e regolarità mentre, nella vecchiaia, il battito perde forza si fa irregolare ed è sottoposto ad aritmie e diversi accidenti. È ciò che corrisponde all’”ultima tappa” o “fase superiore” del metabolismo vivente. E questo è l’imperialismo rispetto alle tappe di ascesa e apogeo del modo di produzione capitalista. “In questi, la senilità del capitalismo del dopoguerra – secondo lo stesso Trotsky –poteva rilevarsi dalla trasformazione dei cicli regolari in “spasmi” convulsivi tipo quelli sperimentati nel 1920-21”.

La preoccupazione di Trotsky dell’epoca consisteva precisamente nell’indagare come si correlavano negli “spasmi” di quel momento due fenomeni di differente natura: un eventuale recupero congiunturale del ciclo economico (la rivoluzione non si era estesa vittoriosamente, era fallita in Germania) con la curva fondamentale del capitalismo, che mostrava le evidenze di una decrepitezza storica. Trotsky si distingueva in tal modo dalle tendenze dell’estrema sinistra della III Internazionale e del partito bolscevico, che rifiutavano di considerare i ritmi variabili dell’agonia capitalista. Come ora, non si doveva confondere una cosa con l’altra. Per questo stesso motivo, reagì vigorosamente quando Kondrat’ev passò di fatto a mettere in discussione la teoria del crollo e dell’esaurimento storico del capitale, per postulare la ricostituzione inevitabile dell’“equilibrio” capitalista a partire dalla sua “scoperta” dei cicli lunghi.

L’Originale e la copia

“Trotsky – dice Richard Day in un esteso lavoro su questo punto – rifiutava l’idea dei cicli lunghi perché Kondrat’ev aveva occultato la differenza tra cicli periodici e periodi storici indipendenti”. È così. Per questo motivo, quando Kondrat’ev insistette con i propri punti di vista del 1926, “Sujanov intervenne nel dibattito con gli argomenti di Trotsky dimostrando che Kondrat’ev aveva ignorato le differenti tappe del capitalismo. Secondo Sukanov, Kondrat’ev studiava l’economia nella stessa maniera con cui un astronomo poteva indagare le orbite immutabili dei corpi celesti. Sarebbe necessaria un’approssimazione più razionale per considerare la gioventù, maturità e decrepitezza del capitalismo, e anche l’approssimarsi della sua morte. Prendendo in prestito l’analogia di Trotsky con i battiti del cuore, Sukanov reclamava il fatto che il capitalismo aveva perso la propria forza creativa e diventava senile”.[11]

In realtà l’argomento è così semplice che le tesi di Kondrat’ev non avrebbero superato il dibattito degli anni ’20 se non fosse stato per due eventi dalla portata e prospettiva distinte. Primo: chi recuperò Kondrat’ev dal dimenticatoio fu l’austriaco Joseph Schumpeter, un’economista borghese relativamente eterodosso, che si dichiarava ammiratore di Marx e degli economisti “neoclassici” e nemico dichiarato del socialismo. Schumpeter, come molti altri economisti borghesi, vide in Kondrat’ev la possibilità di una teoria dei cicli compatibile con una visione del capitalismo come meccanismo inevitabile di ascese e cadute, che costituivano la forma naturale e illimitata della sua riproduzione economica, “alla Katz”. Come esempio stravagante diciamo che, ora, un ideologo del menemismo in Argentina – Jorge Castro – pronostica, a partire da questa stessa valutazione, che è già iniziato un ciclo lungo di ascesa capitalista che durerà decenni, spinto dalla restaurazione capitalista in Cina e dall’imperialismo nordamericano.

Il secondo evento che ha a che vedere con la riesumazione contemporanea di Kondrat’ev è stato il tentativo del già citato Ernest Mandel, che tentò di conciliarlo con il marxismo. Una missione impossibile perché, come dice Richard Clay, “o il capitalismo si è sviluppato secondo un modello evolutivo continuo, nel cui caso si può parlare di cicli, o questa teoria occulta lo sviluppo irregolare del capitalismo, esattamente come sosteneva Trotsky.  Tutto l’acume del mondo sarebbe incapace di superare il fatto fondamentale che, le onde lunghe – o i grandi cicli –sono incompatibili con la periodizzazione marxista della storia del capitalismo. Mandel, invece, è d’accordo con Trotsky e con Kondrat’ev, qualcosa di logicamente impossibile”.[12]

È chiaro che il problema di Mandel non era “logico” ma politico, perché esprimeva l’adattamento alle pressioni derivate dall’imperialismo e dallo stalinismo dopo aver contenutola rivoluzione alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sulla stessa base e confusione di Kondrat’ev, Mandel diede una caratterizzazione per cui con il dopoguerra iniziava “un’onda lunga” di crescita capitalista o “neocapitalista”; così come identificò lo stalinismo, nel nuovo contesto, come un fattore oggettivo d’impulso alla rivoluzione, prima, e al rinnovamento democratico più tardi (con Gorbacev e la cosiddetta perestroika).

Forze produttive

È anche da Mandel che Katz copia la critica all’affermazione molto nota di Trotsky (nel Programma di Transizione del 1938) quando dice che “le forze produttive hanno smesso di crescere”. Una caratterizzazione, d’altra parte, inseparabile dall’analisi sul carattere della fase superiore e ultima della società capitalista e la realtà catastrofica del suo tempo che è il tempo, chiaramente, che ci tocca vivere. Come può frenarsi lo sviluppo delle forze produttive, si chiede Katz, se la tecnica di produzione continua a migliorarsi, appaiono nuove invenzioni, progredisce la scienza applicata al mondo degli affari, ecc? Ma Trotsky non negava questo ma lo comprendeva nella propria caratterizzazione: “Le premesse economiche della rivoluzione proletaria hanno raggiunto da molto tempo il punto più alto che gli sia dato raggiungere sotto il capitalismo. le forze produttive dell’umanità hanno smesso di crescere. Le nuove invenzioni e i nuovi progressi non portano ad aumento della ricchezza materiale. Le crisi congiunturali, nelle condizioni della crisi sociale di tutto il sistema capitalista, portano alle masse privazioni e sofferenze sempre maggiori”. E aggiungeva, pensando ai Katz dell’epoca, che si illudevano su un recupero delle forze produttive del capitale dopo la catastrofe del 1929: “Le ciarlatanerie di ogni specie secondo le quali le condizioni storiche non sarebbero ancora “mature” per il socialismo non sono che il prodotto dell’ignoranza o di un inganno consapevole”. Non c’è bisogno di segnalare che Trotsky parlava del socialismo rivoluzionario, non della democrazia “socialisteggiante” che prefigura il nostro critico.

Ad ogni modo, non c’è bisogno di essere Trotsky per capire che se, ad esempio, le scoperte della scienza atomica si applicano all’elaborazione pulita, cosciente e adeguata di alternative energetiche, non è la stessa cosa che se si utilizzano per liquidare migliaia o milioni di esseri umani in una guerra nucleare.  La creazione di una centrale elettrica, alimentata dall’uranio, può far crescere il PIL come una fabbrica di bombe all’idrogeno. Ma la “misura dell’attività economica del capitale non permette di dedurne il significato qualitativo, il posto che occupa nell’evoluzione del capitale il predominio di una o l’altra cosa. È l’apologia del capitale e non la sua tendenza a rivoluzionare le tecniche di produzione ciò a cui tende Katz, incapace di comprendere che è questa stessa rivoluzione ciò che lo condanna a condurci ad un regresso della civiltà o a lasciare il passo ad un ordine sociale superiore.

Marx ha affermato che quando i rapporti di produzione si trasformano in un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive si apre “un’era di rivoluzione sociale”. Un’ “era di socialismo”, dunque, quella che i rivoluzionari dell’Ottobre consideravano aperta con l’imperialismo come manifestazione dell’epoca segnata dall’esaurimento storico della civilizzazione capitalista. L’idea che le forze produttive hanno smesso di crescere è molto concreta: sono i rapporti di produzione quelli che devono essere rivoluzionati per aprire una nuova epoca di progresso umano. L’indicazione classica di Marx ha un senso molto preciso rispetto alla tappa in cui questi stessi rapporti di produzione erano, al contrario, uno stimolo molto preciso alla capacità dell’uomo di trasformare la natura (forze produttive) e sostenevano uno sviluppo storico progressivo del capitalismo in rapporto ai modi di produzione precapitalistici. Il riferimento alla cessazione della crescita delle forze produttive è molto specifica e inequivocabile per designare l’epoca storica il cui inizio è segnato dalla guerra imperialista della seconda decade del XX secolo e la rivoluzione russa del ’17.

La “cessazione” dello sviluppo delle forze produttive prende una forma assoluta, d’altra parte, quando il suo carattere sempre più distruttivo (l’espressione è di Marx) si manifesta in un saccheggio umano e ambientale senza precedenti, con crisi sempre più profonde, più estese e più durature, con il predominio delle forme più parassitarie del capitale (mercati monopolistici e capitale finanziario) e un impoverimento crescente delle masse a livello planetario. Quando l’impoverimento relativo e assoluto delle masse raggiunge le dimensioni gigantesche che conosciamo oggi, come è possibile insistere ostinatamente con la storiella che le forze produttive non smettono di crescere perché la tendenza all’ “auto-espansione” è la caratteristica distintiva del suo stesso modo di produzione? Katz ha dimenticato che “lo sviluppo delle forze produttive spinto dal capitale stesso nel corso del proprio sviluppo storico, una volta giunto ad un certo punto, annulla l’autovalorizzazione del capitale e a partire da un certo momento lo sviluppo delle forze produttive diviene un ostacolo per il capitale; pertanto i rapporti capitalistici si trasformano in una barriera allo sviluppo delle forze produttive del lavoro. È ciò che dice Marx nei Grundrisse, secondo quanto recita l’epigrafe di questa stessa nota.

Katz ha fatto della crescita del PIL un feticcio e non importa se misura l’espansione della civilizzazione mercantile e capitalista o il contrabbando di armi, droga, persone straformato in pilastro del business capitalista nella sua fase di decomposizione più avanzata; se misura l’espansione del capitale industriale (storicamente progressivo) o le forme parassitarie del capitale monopolistico e finanziario, senza la cui distinzione è impossibile render conto del periodo di decomposizione capitalista. Siccome per Katz tutti i gatti sono grigi non può considerare la questione decisiva che “nessun indice della produzione industriale può sostituire le condizioni storiche in cui si svolge l’accumulazione del capitale. La produzione deve essere analizzata alla luce del processo di accumulazione capitalista, in nessun modo al contrario; i “dati” non possono rimpiazzare l’analisi, devono essere spiegati alla luce di quest’ultima. In realtà, l’economia dei paesi sviluppati cresce nell’ultimo quarto di secolo, misurata tanto nei valori reali che in quelli fittizi (le armi che si distruggono in una guerra; le operazioni di pulizia di uno sversamento petrolifero, compreso il petrolio versato; i consumi che corrispondono ad un deficit fiscale, ecc., si computano come valore aggiunto nel sistema di contabilità nazionale) ad un tasso del 2 % annuo, non solo ben al di sotto della metà dei primi 20 anni del secondo dopoguerra ma sostanzialmente ben al di sottodel potenziale produttivo esistente”.[13]

Noi dogmatici, dice il nostro critico, abbiamo modificato il concetto di forze produttive spostandolo dal campo della scienza a quello della filosofia. Questo perché avremmo inventato la categoria dell’ “uomo che è la principale forza produttiva”, cosa che sarebbe estranea all’economia e al marxismo poiché non si può “misurare” come la produzione, il consumo o il risparmio. Alcuni anni fa Katz lodava un articolo di un collega degli EDI che in lunghe pagine aveva dimostrato che Marx non aveva mai usato un simile concetto. Ha letto male: perché “di tutti gli strumenti produttivi il maggiore potere produttivo è la classe rivoluzionaria stessa”, ritenne opportuno chiarire lo stesso Marx a conclusione di quella che è considerata la sua prima opera integrale di critica all’economia politica.[14] In linguaggio “katziano” si potrebbe dire che Marx era senza dubbio un pessimo economista e un grande filoso.

Dogmatismo, scienza, assiomi

La critica al “dogmatismo”, titolo del lungo testo di Katz che qui consideriamo, è, per tanto, falsa. La sua funzione è presentare come un supposto “marxismo aperto” ciò che non è nient’altro che la messa in discussione dei fondamenti del socialismo rivoluzionario e delle lezioni di un secolo e mezzo di sviluppo politico del movimento operaio e della sua avanguardia. Su questo terreno la critica al dogmatismo è assolutamente inammissibile. Perché non si tratta di mettere in discussione lo sviluppo eventualmente unilaterale e cristallizzato di un’eredità e un patrimonio comune, ma di revisionarlo completamente. Non a caso l’articolo da noi prodotto che Katz critica, cominciava segnalando che Katz copiava molto tardivamente alla lettera la posizione di Bernstein, senza la statura dell’originale e in un periodo storico distinto. La sua critica, dunque, non è una critica al “dogmatismo marxista” ma al marxismo. “La dialettica della storia è tale – segnalò Lenin a suo tempo – che il trionfo teorico del marxismo obbliga i suoi nemici a mascherarsi da marxisti”. Come sappiamo, la storia, quando si ripete, si presenta come farsa.

Il marxismo, come ogni scienza, è nato e si è sviluppato in opposizione alle verità assolute ed eterne proprie di ogni dogma. Ma, come in qualsiasi scienza, il marxismo trova in certi principi e assiomi il proprio fondamento distintivo, esattamente ciò di cui Katz si sbarazza. Il carattere storico (e perciò relativo) dell’uomo e del mondo non autorizza ad un “relativismo” gnoseologico secondo il quale “tutto vale” e la provvisorietà o l’incertezza possono generalizzarsi senza motivo o ragione. Katz arriva ad affermare che è inutile fare “pronostici” perché il futuro è “imprevedibile”, così liquida con un tratto di penna un attributo chiave di ogni conoscenza scientifica, che consiste nel dimostrare la sua terrenalità (immanenza) pratica nella capacità di predittiva che emerge dalla “legge del movimento” del fenomeno che cerca di indagare. Il nostro critico passa così dall’abbellimento del capitalismo che non crolla mai all’oscurantismo scientifico, il che non smette di avere la propria logica.

È possibile che la parola assioma suoni forte all’intellettuale sensibile; perché l’assioma equivale all’affermazione di alcune formulazioni che si assumono come pilastri indiscutibili di un edificio teorico più elevato senza che questi punti di partenza necessitino di dimostrazione. Ciò non significa che non siano vere e/o non possano essere messe in discussione perché, in definitiva, ogni assioma o principio è sempre il risultato di un’esperienza umana nello sviluppo della specie. Ma i principi e gli assiomi non possono essere “dimostrati” perché essi stessi costituiscono il punto di partenza, la base, l’inizio di ogni disciplina. Il caso più noto e paradigmatico è quello della geometria, i cui assiomi sul punto, la retta e il piano costituiscono la base di un eterno edificio millenario.

È possibile tracciare un’analogia tra questo concetto di principio o assioma della scienza matematica e il marxismo considerato come scienza? Assolutamente. È lo stesso Marx che nell’Ideologia tedesca afferma testualmente che nella sua analisi “la premessa non necessita di essere dimostrata”, perché la sua concezione della storia non parte dell’essere umano “pensato, predicato o rappresentato” ma dall’uomo in carne ed ossa, vivente e reale. Già la realtà è un’ assioma , “non può essere dimostrata”, esiste in quanto tale. Marx ricorre ad un’assioma anche quando indica che il suo materialismo risiede nella “priorità della natura” o nel momento in cui cita le scoperte di Darwin “come fondamento storico naturale” della propria concezione. Gli assiomi possono essere molto banali e molto semplici ma non per questo il ricorso ad essi smettere di essere rivoluzionario. È ciò che segnalò Engels, niente meno che nella sua orazione funebre in occasione della morte di Marx, quando indicò che l’approccio scientifico della storia della società umana a partire dall’indagine delle condizioni di produzione della vita dell’uomo stesso è un principio estremamente semplice; in definitiva giudicare l’uomo non per quello che dice ma per quello che fa. Una posizione – aggiunse il compagno di Marx – che, occultata da secoli di pregiudizi e mistificazione, permise di fondare un pensiero rigoroso, teorico e pratico, per la trasformazione del mondo in cui viviamo. Non pretendiamo il rigore metodologico in questo breve commento per distinguere tra gli assiomi e i postulati fondamentali o le regole che derivano da essi, al fine di formulare enunciati o teorie scientifiche. Ma ogni studente sa che tra le posizioni fondanti del marxismo si trovano proprio quelle contro cui Claudio Katz si oppone, come vedremo subito.

Giudizi di valore

Come prima linea della propria critica ai “dogmatici” Katz sostiene che “difendono il catastrofismo senza registrare il significato di valore che attribuiscono a questa nozione”. Si sbaglia sin dall’inizio: lo registriamo assolutamente. Katz esclude i “valori” del trattamento rigoroso e scientifico della realtà perché riprende una vecchia concezione del pensiero positivista, nella sua versione più primitiva e grottesca. Il nostro “economista” ripete in questo modo i manuali delle sua materia più volgari, che distinguono tra, in primo luogo, un’economia di “valori” (normativa) e, poi, un’altra positiva (regole, tecnica, calcolo, ecc), e che escludono la prima dal terreno della scienza per relegarla nel supposto terreno della metafisica o del pensiero speculativo. Secondo questo criterio, uno scienziato dell’economia non potrebbe stabilire con criterio se è meglio produrre,ad esempio, cannoni o caramelle ( è una controversia di “valori”): l’unica cosa che può fare è spiegare attraverso quali procedimenti è più efficiente la sua produzione. È chiaro che questa divisione arbitraria tra “valori” e scienza aveva ed ha come funzione santificare l’ordine esistente…. O la produzione di cannoni, per dirlo metaforicamente. L’economista Katz si cuoce nel suo stesso brodo.

Tutta l’opera di Marx comincia con un’enorme quantità di posizioni che hanno un “carattere di valore” ed è difficile  trovare un altro punto di partenza per qualsiasi scienza, a condizione, è chiaro, che “ i valori” affondino le proprie radici nella realtà ed in un’intuizione profonda sulla struttura dell’universo che affronta. I positivisti più sofisticati – non è il caso del nostro critico -, non misconoscono la condizione difficile di precisare(avere necessità) dell’intuitivo e dell’induzione, ma cercano di integrarlo e di non separarlo dal campo della scienza. L’intuizione del giovane Marx sul carattere “catastrofico” del capitalismo come fonte di alienazione e sfruttamento umano non è assolutamente sminuita dalla sua indagine metodica e successiva sulle leggi del capitale, dove abbondano ugualmente le considerazione “valorative” che Katz esclude dal campo della conoscenza più elevata,  ma alle quali si appella sistematicamente per polemizzare con i “dogmatici”. Katz non rispetta il “valore” della coerenza, che è un principio ineludibile (insoslayable) di tutta la scienza.

Il punto di partenza di Marx fu la considerazione “valorativa” sull’alienazione e la miseria esistenziale, che dominava il lavoratore o produttore salariato nella società capitalista, nella quale, contraddittoriamente, la potenza del lavoro umano si rivelava, come mai nella storia, nella creazione di un mondo di ricchezze e sviluppo di forze produttive senza precedenti. Molto prima di scoprire il plusvalore e le leggi specifiche dello sfruttamento capitalista, in un’indagine rigorosa sull’origine, funzionamento,e possibilità del modo di produzione corrispondente alla società borghese; prima, dunque, di procedere al suo lavoro scientifico più conosciuto, Marx intuì la contraddizione fondamentale che segna la storia contemporanea. Quando scrisse i suoi Manoscritti – aveva poco più di vent’anni – la sua visione sul “lavoro alienato” moderno brilla tuttavia per la portata profetica. Un lavoro gravido di contenuti “valorativi”  dove palpita, tuttavia, la genesi di tutto il suo lavoro posteriore, che migliorò per profondità, metodo e sistematicità. Come si “misurano”, nella scienza “positiva” di Katz, le caratterizzazioni di quei Manoscritti sulla negazione dell’uomo nel lavoro, sulla svalutazione del mondo umano quanto più si valorizza il mondo delle cose, gli aforismi di stile hegeliano sull’uomo trasformato in animale attraverso lo sfruttamento capitalista e la mutilazione di portata universale del suo lavoro di natura cosciente? Ma anche l’elemento “valorativo” che Katz disprezza è una costante di tutta l’opera di Marx e, certamente, nel suo testo scientifico più elevato. Concludendo Il Capitale, Marx dirà che il capitalismo sgorgando fango e sangue da tutti i pori.

I “valori” che Katz disprezza non sono in alcun modo estranei all’esame(scrutinio) scientifico. La stessa scienza e anche i metodologi più creativi hanno eliminato la barriera assoluta che distingueva i “giudizi di valore” dai “giudizi di fatto”. Un interessante lavoro recente di Hillary Putnam riprende questa controversia per segnalare che la verità o la falsità di giudizi è un campo che rimanda tanto ai giudizi dei “fatti” come di “valore”. E aggiunge che, per ciò stesso, valori come semplicità e coerenza sono presupposti della conoscenza scientifica. Putnam obbietta che si possa parlare di “obbiettività” nei termini di quella che sarebbe una mera descrizione degli oggetti e dice che così come è un duro compito stabilire la verità o falsità dei giudizi di fatto, non può non esserlo anche per i giudizi di valore. Gli stessi giudizi di valore, che certi “oggettivisti” lasciano al margine della scienza, possono, dunque essere oggettivi. Proprio perché esistono diversi tipi di affermazioni che, anche se non sono descrizioni di oggetti, sono sotto il controllo della razionalità. Ad esempio, “crudele”, “elegante”, “volgare”, ecc, non sono concetti suscettibili di incasellarsi nell’etichetta del descrittivo o del valorativo in una maniera esclusiva, come pretendono certi epistemologi positivisti. Il titolo del lavoro che citiamo è di per sé una definizione: “Il collasso della distinzione tra fatti e valori” e fu pubblicato dalla Oxford University Press.[15]

Principi e valori in Marx

 Negli studi fondamentali sulla struttura del pensiero scientifico, i valori e/o assiomi menzionati si pongono l’una e l’altra volta come principi fondanti di tutta l’architettura teorica successiva. Valori e assiomi sono normalmente intesi nella teoria della conoscenza come sinonimi. Anche nelle varianti più speculative e non scientifiche (in questo senso, filosofiche) la questione ha dato origine ad una disciplina particolare: “l’assiologia”. I già citati assiomi o “valori” di Euclide hanno dato origine a una degli approcci più durevoli dell’avventura umana del pensiero razionale. Dovettero praticamente passare due millenni prima che uno di questi assiomi fosse messo in discussione (lo stesso Euclide dubitava della sua efficacia come tale) e ciò diede origine alle geometrie non euclidee, tanto fertili nell’esplorazione scientifica del XX secolo, se si tiene conto del fatto che la celebre teoria della relatività di Einstein si fonda su questa sorta di riposizionamento della matematica moderna. Neppure gli assiomi sono verità eterne. Nemmeno quelli di Marx perché sono attinenti alla storia umana, che sempre – non solo quella dell’uomo ma anche quella della natura – è una storia creatrice e mutevole, di continuità e rottura. Marx riprese in questo senso l’impostazione hegeliana. Il filoso tedesco considerò la “ragione”, che a partire da Cartesio si era trasformata in un assioma o valore atemporale e demiurgo del pensiero scientifico, in un fatto precisamente storico. Non c’è una e sola “ragione” ma uno sviluppo del “razionale” storico e contradditorio. Per questo, secondo la celebre affermazione di Hegel, tutto il reale è razionale e tutto il razionale è reale. Ma è chiaro che qualsiasi siano i limiti degli assiomi e dei valori, questi “validano” in contesti determinati e da questo punto di vista sono assoluti, fino a che non si dimostri il contrario. Come il nostro critico può vedere, e contro a quel che suppone, siamo pienamente coscienti del carattere “valorativo” dei nostri giudizi.

Come valori e assiomi, i principi dell’indagine marxiana sono presenti, in primo luogo nella Prefazione al Contributo alla critica dell’economia politica. Lì Marx stabilisce ciò che costituisce il “filo conduttore” di tutta la sua opera ulteriore: che per studiare l’uomo è importante studiare le condizioni in cui si produce e riproduce la sua vita, che l’esistenza determina la coscienza, che i rapporti di produzione condizionano le forze produttive in una maniera tale che essendo originariamente  un impulso al suo sviluppo si trasformano con il tempo in un ostacolo insanabile alla sua ulteriore evoluzione, che quando quest’ultima cosa accadde si apre un periodo di rivoluzione sociale, ecc. la relatività degli assiomi nel marxismo e in tutta la scienza (abbiamo già visto il caso della più astratta e perfetta, la matematica) non consiste nel postularla in maniera generica in nome della quale i valori e i principi fondanti della conoscenza sono sempre transitori. È necessario dimostrare l’impossibilità di uno dei fondamenti di qualsiasi teoria in maniera concreta. Katz può discutere e mette in discussione Marx. Ciò che è scorretti è che lo faccia in nome di Marx e della sua opposizione ai “dogmi”. Il marxismo non è un dogma ma certamente una dottrina nei termini in cui può essere concepita ogni teoria scientifica: la sua capacità di svelare la struttura contraddittoria e autodistruttiva del capitale, in relazione ai meccanismi del suo stesso sviluppo, ha superato la prova della pratica e della fecondità nel pensiero e nell’azione, a condizione, è chiaro, di intenderla correttamente e di rispettare i procedimenti corrispondenti alla critica. O Katz pretende, come alcuni critici che riprendono il suo metodo, che discutiamo se il “collasso” implica una sorta di “data di scadenza” come quella del cartone del latte nel supermercato, come giorno ipotetico di “un’esplosione finale”, o forse il fatto che lo stesso “collasso” implica automaticamente l’imminenza della rivoluzione “dietro l’angolo”?

Valore nell’economia

Tanto disprezzo per il “contenuto di valore”, cioè, qualitativo non quantitativo dei concetti e delle categorie di analisi rivela, inoltre, la “miseria dell’economista”; cioè, l’assenza di qualsiasi approccio critico dell’economia politica borghese. fu Hegel prima di Marx che avvertì l’aspetto “qualitativo” del valore nell’economia classica. Designava così “la qualità” dei prodotti del lavoro umano di mediare la soddisfazione di una necessità dell’uomo attraverso il suo vincolo con la natura. La dimensione qualitativa era per il grande filosofo tedesco indissociabile da quella quantitativa, il che permetteva di scambiare questi stessi prodotti del lavoro come valori per dare a questa capacità di soddisfare le necessità umane una portata universale. Per Hegel, dice il lavoro molto interessante di un giovane economista sovietico degli anni ’20, recentemente riscattato dal dimenticatoio, il valore era “l’unità dialettica” delle sue dimensioni qualitative e quantitative.[16]

Marx andò ancora oltre perché vide nell’ “aspetto qualitativo” del valore – quella che chiamò la forma valore – l’alienazione del carattere sociale del lavoro, che i proprietari privati indipendenti negavano al momento di produrre e che si esprimeva solo in maniera indiretta a posteriori, attraverso lo scambio “quantitativo” di risultati del suo lavoro. I prodotti del lavoro umano si trasformano in merci, in valori, come risultato dell’assenza di ogni regolazione sociale della divisione del lavoro.  Se quest’ultima esistesse, se la produzione fosse immediatamente sociale, non si avrebbe la necessità di merci, valori e prezzi per assegnare il lavoro ai distinti rami della produzione.[17] Dove l’economia classica vedeva nel valore appena una “misura” – direbbe Katz – della ricchezza, Marx mise in rilievo il carattere contradditorio della società capitalista che universalizza la circolazione dei valori, cioè, delle merci. Al punto che la crisi ed il crollo del capitale si esprimono in un conflitto che torna ricorrente e sempre più insolubile perché scioccano, si scontrano e si oppongono, in maniera irreconciliabile, la capacità dei prodotti di soddisfare le necessità e la definitiva incapacità dei consumatori umani di realizzare la propria dimensione quantitativa; cioè, comprarli. Non ha detto Marx, in definitiva, che la “ragione ultima” di ogni crisi è la povertà provocata dallo stesso capitale?

La questione decisiva del valore, la forma sociale specifica del prodotto del lavoro in una società mercantile, è quella che Marx considerava quando dovette rispondere alla critica sulla difficoltà che rappresentava la lettura de Il Capitale, in particolare il suo inizio, quando si trattano “gli enigmi” del valore e le apparenze nebulose e perfino mistiche della merce. Marx rispose allora che che era impossibile affrontare scientificamente il movimento del capitale senza comprendere i problemi chiave del valore. Il nostro critico presuppone, tuttavia, che la valutazione del destino storico del capitale, la produzione del valore e i limiti dell’universalizzazione della circolazione mercantile, si riassumono nella misurazione del PIL, del consumo, del risparmio, con i metodi, per di più, della contabilità mistificata dell’economia borghese, che sommano, come se fossero la stessa cosa, la produzione di valore e quella che non lo è. Nel testo citato dell’economista tedesco si rivela perlomeno che quasi cent’anni prima questo problema era già stato sollevato di fronte ai Katz dell’epoca:

“L’economia borghese si caratterizza per un empirismo superficiale che prova a formulare leggi economiche astratte in rapporto a quelli che appaiono come dati concreti, come il volume della produzione, il livello dell’occupazione, i tassi d’interesse, i prezzi delle azioni, ecc. per Maksakovsky, tuttavia tali indicatori superficiali non sono altro che la manifestazione fenomenica di un movimento dialettico essenziale che non può essere percepito dalla semplice osservazione e misurazione… le leggi che governano il capitalismo come un tutt’uno non possono essere considerate semplicemente attraverso l’astrazione dell’elemento empirico; al contrario, l’elemento empirico necessità prima di essere concettualmente compreso, cominciando dalla logica interna che determina e forma la superficie del fenomeno economico”.[18]

Finale provvisorio

Katz ha abbandonato la teoria e la pratica rivoluzionaria per seguire empiricamente le vicissitudini del “capitalismo che si mantiene in piedi malgrado i pronostici dei catastrofisti dogmatici”. Conferma che senza teoria rivoluzionaria non c’è politica rivoluzionaria e il reciproco teorema: una teoria anticatastrofista del capitalismo culmina in un apologia del capitale : “ ne le guerre, ne i genocidi, lo sfruttamento e la distruzione dell’ambiente, che si sono moltiplicati , ne il crescente ausilio statale per assicurare la continuità della propria riproduzione… nessuna di queste modificazione (sic) eliminano il sostegno obbiettivo del capitale nella concorrenza per il profitto, che si risolve nella crescita, innovazione e ampliamento dei mercati”. Questo è il capitalismo per Katz, la società che non crolla, “crescita, innovazione e ampliamento dei mercati”, prima, ora e sempre. Quale catastrofe? : “La crisi non è una fase eterna, perché esiste solo in funzione del suo pari simmetrico che è la stabilità”, “la stessa riproduzione del capitale richiede un’espansione significativa del consumo”, ecc.

Per riassumere: Katz e la “nuova sinistra” che rappresenta, si caratterizzano, in primo luogo, per l’abbandonare le posizioni conquistate in un secolo e mezzo di esperienza socialista cosciente e rivoluzionaria. Arrivati a questo punto occorre affrontare le posizioni politiche del nostro critico.  Si direbbe anche che per Katz il socialismo sia stato realizzato in Venezuela o almeno che è “dietro l’angolo” se migliora la distribuzione della rendita petrolifera, come afferma, più o meno, nella seconda parte del suo testo di risposta “al dogmatismo”. Un quasi socialismo che per di più si completerebbe, come indicavamo all’inizio di questo stesso articolo, con un accordo d’”integrazione” con i governi e le economie capitaliste e fondomonetariste del Cono Sud. Resta in sospeso, dunque, l’analisi dei meandri che conducono il nostro critico dalla catastrofe teorica al crollo politico di chi si suppone essere militante socialista.

A mo di conclusione è utile ora una piccola appendice riferita ad alcuni insospettabili seguaci di Katz.

Appendice sulla catastrofe teorica (o il PTS)

“Il capitalismo non si caratterizza per una decadenza cronica e irrimediabile” dice una recente nota dedicata a criticare il “catastrofismo” del PO, in linea con Katz. Ma ciò che è da notare, in questo caso, è che l’affermazione è di due giovani che si vantano di dominare la “teoria marxista” da una rivista che pubblica il Partito dei Lavoratori per il Socialismo.[19] La rispettiva nota è concepita con evidente malafede. Dallo stesso titolo, nel quale indica che il suo obbiettivo è la critica del catastrofismo… “imminente”. Cosa che non si afferma in nessun punto dell’articolo che pretendono di criticare, il già citato “In difesa del Catastrofismo”. Avranno scoperto i novelli petesisti se parlavano del catastrofismo “immanente” (non solo bisogna qualcosa di marxismo, ma occorre anche conoscere la lingua spagnola), che è proprio del capitalismo. avrebbero anche potuto dare un contributo all’articolo originale. Perché il marchio catastrofico del capitalismo non è soltanto un attributo della sua epoca di decadenza ma anche una proprietà genetica di tutto il suo sviluppo.

I teorici ci attribuiscono in maniera fraudolenta il concetto di “catastrofismo imminente” e lo trasformano, per di più, in sinonimo di “rivoluzione dietro l’angolo”; cosa esplicitamente negata nel testo che contestano il quale dice testualmente “Non esiste automatismo tra la decomposizione capitalista e la rivoluzione chiamata a superarla… si tratta della caratterizzazione di un’epoca e negare la prima significa formalmente rendere non necessaria la seconda, in termini di processo storico contemporaneo”.[20] La citazione vale per i nostri critici del PTS, proprio perché la loro negazione dell’epoca capitalista come catastrofica rivela che, dietro la fraseologia rivoluzionaria, spicca la stessa versione del momento storico di Katz. Il capitalismo, secondo il PTS, sarebbe un fenomeno “complesso” e “contradditorio” nella misura in cui “la meccanica interna dello sviluppo capitalista (si da) attraverso la incessante alternanza di crisi e boom”. Per tanto, si chiedono, se dopo la depressione economica segue la ripresa “perché nessuna crisi si sviluppa in maniera indefinita”, come si può parlare di “catastrofe”?

Ne imminente ne immanente – dice il PTS -, il catastrofismo è estraneo alla caratterizzazione del capitale, semplicemente perché il suo ciclo economico si caratterizza per gli alti e bassi dell’attività economica. In uno sfoggio di apparente sottigliezza ci attribuiscono di non riconoscere la differenza tra “le crisi parziali che accompagnano permanentemente il divenire del capitale” e “le crisi generalizzate che mettono a nudo tutte le miserie del capitalismo” le quali anche così, “non sono che un momento all’interno del movimento dell’economia capitalista”. Insomma: si potrebbe parlare di catastrofe capitalista quando si produce una crisi, e non una qualsiasi ma una generalizzata, però, anche così si tratta di un fenomeno passeggero, “momentaneo”, l’associazione tra catastrofe e capitalismo sarebbe inadeguata.

Per il PTS, in cambio, la teoria della tendenza al crollo non è di Marx ma si tratta di una versione successiva del tema che attribuiscono a Rosa Luxemburg o a Kautsky e che non risponderebbe, ancora, alla “complessa” e “contraddittoria” analisi di Marx. Inoltre, obbiettano che l’autore che criticano non dice a quale delle due versioni del “crollo” si riferisce, lasciando supporre che ignora ciò di cui parla. È il contrario, perché risulta tipico degli ignoranti proclamarsi marxista e non riconoscere o negare la teoria del collasso o del crollo formulata dall’autore del Manifesto Comunista. Per il PTS la teoria del crollo deve essere respinta come una teoria unilaterale smentita dagli avvenimenti storici”. Cioè il PTS è un’espressione di quello che possiamo chiamare il revisionismo tardivo, una versione francamente peggiorata dell’originale.

 Per i nostri critici, come per una serie di revisionisti moderni, la segnalata “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto” è una grande scoperta di Marx se gli si toglie proprio il suo carattere catastrofista e se la si intende soltanto come il filo conduttore per comprendere il carattere ciclico che riveste l’economia capitalista nel suo sviluppo, passando della crisi all’euforia e viceversa. La teoria del crollo sarebbe “unilaterale” nell’indicare la via verso il collasso senza comprendere che ogni caduta è seguita da un’ascesa ulteriore. Ciò che è certo è che, nel suo movimento ciclico, il capitalismo si scontra con limiti assoluti che non può superare e in ciò consiste la sua tendenza inevitabile alla decomposizione. Entrambe le dimensioni, quella che spiega la dinamica sinuosa dell’economia capitalista e quella che rivela il suo “irrisolvibile” esaurimento – devono essere integrate. Intenderle come fenomeni antagonisti è tipico del revisionismo che assicura, come il PTS, che il movimento “complesso”, “contradditorio” e “ciclico” del capitalismo esautora qualsiasi conclusione rispetto alla sua marcia irreversibile verso il collasso o il crollo.

Per non lasciare dubbi sulla nostra interpretazione, aggiungiamo che il PTS afferma letteralmente che “nelle crisi non si esprimono le tendenze del capitalismo alla propria dissoluzione”, esattamente l’opposto delle affermazioni più elementari di Marx. Perfino nel Manifesto si dice che “le crisi pongono minacciano sempre più l’esistenza della borghesia”; cioè, le tendenze autodistruttive del capitale. Se le crisi, quando la società capitalista affonda perché produce troppo per la capacità dello stesso capitale di accumulare profitto, e muore di fame perché sovrabbondano le merci che i milioni di sfruttati non possono consumare; se queste crisi di sovrapproduzione non esprimono le tendenze del capitalismo alla dissoluzione, che cosa è che esprimono? Per il PTS l’unica cosa che si può dire è che “le crisi sono il prodotto delle contraddizioni del sistema e che per ciò sono inevitabili”; una volgarità che non avrebbe problemi a sostenere qualsiasi economista, non necessariamente di sinistra.

Alla destra di Bernstein

La tesi che il capitalismo marcia verso l’esaurimento inevitabile per lasciare il posto ad un ordine sociale superiore è patrimonio comune di tutte le correnti del movimento operaio, comprese quelle revisioniste della fine del XIX secolo. Queste ultime sostenevano che, al posto di un crollo e dell’aggravamento delle sue contraddizioni, l’evoluzione del capitale permetterebbe di superare in maniera pacifica e in forma relativamente armoniosa gli antagonismi tipici del suo sviluppo e aprire la via ad una società socialista. Questa era la posizione di Bernstein. Per il revisionismo moderno, invece, il capitalismo non porta con sé le condizioni del proprio superamento. Negando la tendenza al collasso, negano anche il socialismo. Ma in questo caso, si priva la classe operaio di ogni fondamento oggettivo per la propria azione. Non è strano che la maggioranza di queste correnti revisioniste abbiano concluso con il proporre, giusto, una correzione del crollo del capitalismo con la pretesa di dargli un carattere più “sociale”; ad esempio, nella vana e reiterata impresa di “distribuire la ricchezza”, che è il dogma di Katz e degli “economisti di sinistra”. Negando la tendenza al crollo, il PTS si colloca alla destra di Bernstein. Il revisionista tedesco di fine XIX secolo pretendeva allora avanzare verso il socialismo attraverso “riforme”, in un’epoca in cui non poteva riconoscere la catastrofe capitalista nel momento storico del suo massimo sviluppo; il PTS misconosce la catastrofe del capitale nel suo periodo di agonia e decomposizione.

In una manifestazione di menzogna e barbarie, che non smette di provocare qualche sorriso per la sua semplicità puerile, il PTS si conforta di opporre Trotsky a… Marx: il primo non parla, dicono, di catastrofe capitalista ma di “declino” del capitale, di “momenti” di crisi e, nel complesso, di un “equilibrio” instabile. Una vera oscenità che conclude con l’affermazione che nell’articolo “Rieznik rivela la sua miseria di metodo di fronte alla nozione (trotskista) di equilibrio instabile”. La “ricchezza di metodo” sarebbe, dunque, sostituire la considerazione sul destino storico del capitalismo al crollo, con la sciocchezza che il capitalismo non galleggia ne affonda perché sale e scende e ciò che oggi è in alto domani sarà in basso e viceversa, di certamente un “equilibrio instabile”. E questo lo attribuiscono a Trotsky, trasformato in una versione degradata di Keynes che loro stessi hanno adottato.

Nel complesso, la critica del PTS è un vero sproposito. Attribuiscono a chi criticano i propri limiti ed in maniera rozza. Siccome non possono capire che cosa è la “difesa del catastrofismo” e la identificano con una sorte di “imminenza della rivoluzione”, attribuiscono al PO la supposta tesi che ci troviamo in una situazione rivoluzionaria dal… 1848. Quando gli autori dello scritto sicuramente avevano denti da latte, il PO pubblicò una lunga serie di articoli criticando la puerilità di simili tesi e negando l’esistenza di una situazione rivoluzionaria in Argentina che allora sosteneva il MAS, quando vi facevano parte gli attuali dirigenti del PTS. Non c’è tempo e spazio per affrontare ora la materia, ma vale la pena sottolineare che conviene sempre sapere ciò di cui si sta parlando e che la confusione deliberata come “metodo”, questa si che è una “miseria”. Non è possibile soffermarci su questo tema con l’attenzione che merita. Nel frattempo, questi, nostri nuovi critici, possono benissimo ricorrere alle pagine indicate, pubblicate in un esteso e profondo lavoro di Jorge Altamira.[21] Infine, il valore di tutta la polemica è contribuire alla formazione politica e teorica della nuova generazione.

(trad. Gianmarco Satta)

[1]  Così nell’originale. Ndt.

[1] Si veda Karl Marx; “Grundrisse”; citato nel capitolo “La legge della caduta del saggio di profitto e la tendenza del capitalismo al crollo” di Roman Rosdolsky; Genesi e struttura del capitale di Marx…

[2] Roman Rosdolsky; OP.cit.

[3] Rieznik, Pablo; “En defensa del catastrofismo; miseria de la economía política de izquierda”, En defensa del marxismo N° 34, Buenos Aires, dicembre 2006.

[4] Ciro Mesa; Emancipación frustrada – La concepción de la Historia en Marx”, Biblioteca Nueva, Madrid, 2004.

[5] Claudio Katz; Los efectos del dogmatismo (paper).

[6] Karl Marx; Grundrisse; citato da Rosdolsky, Op. cit.

[7] Michael Savas-Matsas; “La mundialización como espectro del capitalismo”, En Defensa del Marxismo N° 21, Buenos Aires, octubre 1998

[8] Pablo Heller, “Tasa de ganancia y descomposición capitalista”, En Defensa del Marxismo N° 30, Buenos Aires, mayo de 2003.

[9] Roman Rosdolski; Op. cit.

[10] Day, Richard; “Teoría de los grandes ciclos”, Akal, Madrid, 1979.

[11] Day, Richard; Op. cit.

[12] Altamira, Jorge; “El alcance de la actual crisis mundial”, En Defensa del Marxismo Nº 23, Buenos Aires, marzo 1999.

[13] Marx, Karl; Miseria de la Filosofía; Global, San Pablo, 1989.

[14] Citato da Marina Rieznik in “Sobre la objetividad científica y su historia en el siglo XX”; in Rieznik, Pablo; El mundo no empezó en el 4004 antes de Cristo – Marx, Darwin y la ciencia moderna; Biblos, Buenos Aires, diciembre 2005.

[15] Vedere Day, Richard; Pavel V. Maksakovsky: The Capitalist Cycle, An Essay on the Marxist Theory of the Cycle, Leiden, Boston, 2006.

[16] Vedi il capitolo 3 Rieznik, Pablo; Las formas del trabajo y la historia – Una Introducción a la economía política, Biblos, Buenos Aires, 2007.

[17] Day, Richard; Pavel Makskovsky…, Op. cit.

[18] Mercatante, Esteban y Noda, Martín; “Entre el escepticismo y la catástrofe inminente”, Lucha de Clases, Nro. 7, Buenos Aires, Segunda época, junio de 2007.

[19] Rieznik, Pablo; “En defensa del catastrofismo…”, Op. cit.

[20] Jorge Altamira, La estrategia de la izquierda en la Argentina, Ediciones del Partido Obrero, Buenos Aires, 1990.

[21] Jorge Altamira, La estrategia de la izquierda en la Argentina, Ediciones del Partido Obrero, Buenos Aires, 1990.

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