Genova, Ponte Morandi: Non è una tragedia. È un crimine!

La morte di 39 persone, il rischio di perdere la vita per altre 12, la perdita della casa per centinaia di famiglie a causa del crollo del Ponte Morandi a Genova non sono la conseguenza di una tragedia nella quale non ci sono responsabilità se non quella della cattiva sorte; ma sono la conseguenza di un crimine, dei Benetton, proprietari di Autostrade per l’Italia (ASPI), e dello stato italiano, che per conseguire i propri interessi, il profitto, hanno creato intenzionalmente le condizioni per questo disastro.

Il ponte Morandi

Un ponte costruito nel ’67, in pieno boom economico, per collegare il porto di Genova con le aree industriali del ponente, e che inoltre era il principale asse stradale che collegava l’est d’Italia con la Francia (l’autostrada di cui faceva parte è l’A10 Genova-Ventimiglia), e il centro di Genova con le zone residenziali della periferia e l’Aeroporto internazionale “Cristoforo Colombo” (il principale di Genova). Questo spiega perché il tratto del Ponte Morandi fosse il più trafficato dell’A10, “con 25,5 milioni di transiti l’anno, caratterizzato da un quadruplicamento del traffico negli ultimi 30 anni e destinato a crescere” (Sole 24 Ore). È ovvio che un ponte che subisce questo aumento vertiginoso del traffico soffra di una forte usura, diventi inadeguato e pericoloso. A maggior ragione che storicamente era un ponte nato usurato perché dal ’61 (anno di progettazione) e il ’67 (anno di termine dei lavori) il porto di Genova era stato “raddoppiato per dimensioni, decuplicando così il numero di container e di camion in uscita” (Corriere della Sera).

Oltre al problema del traffico, esisteva un problema strutturale riguardo ai tiranti originali del ponte – che ne hanno causato il crollo dopo la loro rottura – che per il particolare metodo di costruzione usato nel ’67 non potevano essere controllati e manutentati, ma solo supportati dalla costruzione di nuovi tiranti secondari.

Autostrade per l’Italia in questi anni per risolvere il problema si è limitata a lavori parziali di manutenzione. È evidente che l’unico modo di risolvere questo problema era la demolizione del Ponte Morandi, visto il problema strutturale dei tiranti, e la costruzione di tratti stradali alternativi per diminuire il traffico. Entrambe le misure erano state prese in considerazione, e l’ultima messa in atto con la progettazione della “Gronda”, una tangenziale alternativa destinata ai mezzi pesanti. Quest’ultima però è stata sempre rimandata fino ad ipotizzare la fine dei lavori nel 2028(!), e l’ipotesi di demolizione è stata immediatamente abbandonata.

Le logiche del capitalismo

È importante chiarire che questo disastro non è semplicemente la conseguenza di una incapacità tecnica – che pur ci può esser stata, ma che è difficile analizzare per persone estranee alla materia – ma, fondamentalmente, delle logiche del capitalismo.

Infatti in questa società l’unico obbiettivo è il profitto. In base a questo si prendono tutte le decisioni. La scelta di ridurre le spese di manutenzione (da 718 milioni a 556 milioni), di licenziare migliaia di casellanti e di aumentare le tariffe sono tutte politiche “legittime” in questa società capitalista perché sono funzionali ai profitti dell’ASPI e della famiglia Benetton (2,4 miliardi di utili solo nel 2017). Allo stesso tempo si decide di demolire o meno una strada non in base al rischio di crollo, ma se quella demolizione viene reputata profittevole (cosa che non è successa in questo caso). Lo stesso vale per la costruzione di un nuovo tratto autostradale (Gronda), posticipato sempre negli anni per gli alti costi – e non per le proteste di qualche comitato come dicono in maniera scandalosa i giornali borghesi, come se l’esistenza di comitati contro l’Expo o altri grandi opere abbiano annullato la loro esecuzione.

Una società nella quale lo stato si emerge a massimo rappresentante della classe capitalista e dei suoi interessi. Privatizzare l’IRI svendendola alla famiglia Benetton – che in soli 6 anni quadruplicò l’investimento iniziale – concedere ai privati aumenti di tariffe e rimborsi per risarcire gli investimenti nella costruzione di nuove opere – per la costruzione della Gronda (dal costo di 7,8 miliardi) lo stato concedeva un prolungamento gratuito di 4 anni delle concessioni ai Benetton ed un rimborso di 5,7 miliardi; derogare all’impresa il monitoraggio sulla sicurezza della rete autostradale con un accordo segreto, sono tutte politiche legittime di uno stato che tutela i profitti della borghesia – in questo caso specifico di Benetton.

Condanna ai responsabili, nazionalizzare Autostrade per l’Italia

È necessario lottare per la condanna dei responsabili di questo crimine. L’ indagine che la procura di Genova ha aperto per disastro colposo e omicidio colposo plurimo deve riguardare i proprietari e dirigenti di ASPI che con le loro politiche di tagli alla manutenzione e agli investimenti sono i responsabili sociali di questo crimine. Allo stesso tempo però, bisogna guardare alle responsabilità politiche. Alle responsabilità dei politici della borghesia (PD e centrodestra) che hanno svenduto il patrimonio pubblico, creato un monopolio privato e con un accordo segreto, eliminato ogni controllo statale sulla sicurezza della rete stradale, dando ai Benetton la piena libertà di fare i propri sporchi interessi.

Per fare questo non basta rimuovere le concessioni ad Autostrade per l’Italia per poi darle ad un’altra impresa privata – come ha annunciato il premier Conte di comune accordo con i 5 Stelle – ma nazionalizzare l’ASPI e metterla sotto controllo di un comitato eletto dai lavoratori e dai cittadini, gli unici interessati a garantire la massima sicurezza delle strade. Il problema non è cambiare il beneficiario delle concessioni, ma eliminare le concessioni ai privati. Bisogna espropriare il patrimonio della famiglia Benetton, che si è arricchita sulle spalle dei lavoratori e dei clienti, per mettere in sicurezza il tratto autostradale crollato e risarcire le vittime. Rivendichiamo un piano generale di edilizia pubblica sotto il controllo dei lavoratori e a carico dei profitti dei capitalisti in cui impiegare parte dei disoccupati nel risanamento di tutte le altre infrastrutture a rischio.

Prospettiva Operaia chiama i lavoratori ad organizzarsi autonomamente dal governo e lottare per queste rivendicazioni.

crollo ponte morandi © Ansa (1).jpg

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