Governo Conte: i nodi vengono al pettine

Di Michele Amura

Lo spread, parola che è diventata famosa per tutti gli italiani, piuttosto che segnalare la differenza di rendimento tra gli interessi dei titoli di stato (btp) italiani e i bund tedeschi; ormai è diventato un indicatore della crisi politica dei governi italiani, nel caso attuale del governo Conte. Infatti vedendo la dinamica dello spread si può vedere lo stato di salute di un governo e le sue prospettive.

Lo scontro con la UE

Lo scontro del governo con Moscovici e Junker sulla manovra è stato già descritto dettagliatamente in altri articoli di questo blog (https://prospettivaoperaia.wordpress.com/2018/10/24/i-travagli-del-def/); per rintrodurre brevemente il tema, lo scontro sulla manovra nasce dalla paura della commissione europea che l’eccessivo deficit potesse rendere instabile il debito pubblico italiano e generare una crisi del debito, che a sua volta avrebbe generato una crisi del sistema bancario italiano che è il principale creditore dello stato e che avrebbe subito una svalutazione del proprio patrimonio – come è ovvio se il debitore non può pagare, i titoli che ha il creditore valgono zero; è questo il meccanismo che avrebbe portato alla svalutazione del patrimonio delle banche. Inoltre l’illusione che si sarebbe ridotto il rapporto debito/PIL tramite la crescita economica, grazie alle misure che il governo aveva promosso nel DEF, si è dimostrata tale quando nell’ultimo trimestre c’è stata una stagnazione dell’economia dopo tre anni di, per quanto piccola, crescita del PIL.

Oltre le debolezze del sistema economico italiano si aggiungono dei fattori di crisi propri dell’Unione Europea. La fine del Quantitative Easing della BCE è una spada di Damocle per l’intera economia italiana (ed europea). Le banche dovranno ripagare 210 miliardi ricevuti dalla BCE – tramite il TLTRO, una delle misure del QE – entro il 2020. La metà di questa cifra però dovrà essere coperta nei bilanci già dall’anno prossimo, altrimenti le banche non saranno giudicate stabili in base ad un particolare parametro dell’Unione Europea – cosa che porterebbe alla svalutazione da parte delle compagnie di rating. Allo stesso tempo il QE aveva permesso allo stato italiano di risparmiare circa 20 miliardi ogni anno sul pagamento degli interessi del debito pubblico. In Italia si sta creando un circolo vizioso nel quale sia il settore bancario che il settore pubblico devono rifinanziare i propri debiti ad un costo sempre maggiore (ed insostenibile), causando a loro volta una maggiore necessità di indebitarsi; creando una spirale negativa che viene moltiplicata dal fatto che la crisi dello stato alimenta la crisi del sistema bancario, e viceversa.

La dinamica dello spread

Una volta che la Commissione Europea ha dichiarato ufficialmente di bocciare la manovra ed avviare la procedura d’infrazione lo spread ha iniziato a salire; a quel punto la borghesia che è sempre stata contraria ad uno scontro con l’Unione Europea e all’uscita dalla eurozona – tanto da criticare più volte il governo e da utilizzare il capo dello stato Mattarella per far togliere da ministro dell’economia l’ormai ex-euroscettico Savona – ha intensificato la propria pressione sui partiti di governo per farli retrocedere e far modificare la manovra, questo perché la crescita dello spread incide su tutto il sistema del credito e mette a rischio le banche, e a loro volta, le imprese che necessitano dei prestiti bancari.

In quel momento Salvini e Di Maio hanno capito che tutte le loro speranze erano finite; tutta la loro strategia per arrivare alle elezioni europee con il DEF “del popolo” sano e salvo, incassando un exploit elettorale è fallita miseramente. Gli attacchi a Junker e Moscovici che servivano per aumentare i consensi facendo appello al risentimento popolare nei confronti del “Europa” – capro espiatorio della macelleria sociale degli ultimi anni (il famoso “ce lo chiede l’Europa” – si sono ritorti contro inasprendo il giudizio della commissione sulla manovra del Governo. Quando Monti, uomo del capitale italiano e conoscitore dei circoli finanziari europei, dice che la stessa commissione rigida con il Governo Conte ha concesso molto ai precedenti governi dimostra la natura anche politica della procedura d’infrazione. Inoltre, la speranza di rimuovere il problema politico con le prossime elezioni europee grazie alla vittoria di un variegato schieramento “sovranista” che eliminasse il problema Junker e Moscovici – oltre ad essere un azzardo visto la improbabile vittoria di questo schieramento eterogeneo – si è dimostrata una fantasia visto che il principale promotore della bocciatura è stato il “sovranista” Kurz, presidente dell’Austria.

L’elemento principale però è stato economico; la crescita dello spread e la difficoltà enorme da parte dello Stato italiano di piazzare i propri btp nel mercato, nonostante gli interessi, e quindi i profitti, maggiori ha portato l’Italia vicino al ripetersi della crisi del 2011, quando Berlusconi fu costretto a dimettersi e fu sostituito da un governo di unità nazionale: il governo del già citato Monti. Per questo Salvini e Di Maio stanno cercando di raggiungere un accordo con la commissione europea, così da eliminare il problema infrazione, rassicurare i mercati e ridurre lo spread; il costo da pagare è il cambiamento della manovra finanziaria di fine anno. Armando Siri, consigliere economico della Lega, propone un taglio di 4 miliardi dal reddito di cittadinanza e Quota 100 (che avevano un costo previsto di 17 miliardi); i vicepremier hanno aperto alla riduzione del deficit dal 2,4% al 2,2. Questi tagli alla spesa prevista comportano una posticipazione del reddito e della Quota 100, e si ipotizza anche la riduzione dei loro effetti (ad esempio un reddito di cittadinanza di circa 500 euro e non 780).

Prospettive future

Il pronostico politico è incerto: da una parte la commissione non ha interesse nel precipitare la crisi italiana e quindi potrebbe accettare un compromesso col governo; dall’altra potrebbe avanzare delle richieste maggiori al governo, insistendo su un rapporto deficit/PIL al 1,7%, così da tarpargli le ali una volta per tutte. Nella seconda ipotesi, anche se meno probabile, la Lega e i 5 Stelle verrebbero messi alle corde. Una capitolazione rappresenterebbe la loro fine politica. In caso di un accordo accettabile con la Unione Europea la crisi verrebbe posticipata; infatti nell’immediato la caduta dello spread tranquillizzerebbe il capitale italiano ed europeo, ma i consensi inizierebbero un lento declino.

Questo perché la contraddizione insuperabile di questo governo rimane la incompatibilità delle proprie promesse con la crisi economica italiana e dell’Unione Europea. Senza la rottura dei vincoli europei, l’annullamento del debito pubblico e la nazionalizzazione del sistema bancario non è possibile fare neanche la più misera concessione sociale – ma solo una politica di tagli e austerità per salvare le banche e pagargli gli interessi strozzini sul debito. La borghesia italiana lo sa bene per questo ipotizza sul suo giornale, Il Sole 24 ore, di affidare l’Italia alla Troika in cambio del sostegno illimitato della Banca Centrale Europea al debito pubblico italiano[1]. La cessione di sovranità alla Troika sarebbe preceduta e susseguita da crisi politiche e sociali fenomenali. Innanzitutto sarebbe la fine del governo, che per questo si opporrebbe fino all’ultimo aprendo lo scenario di un possibile colpo di stato istituzionale; inoltre per la stessa borghesia italiana sarebbe un serio ridimensionamento nello scacchiere mondiale, pagando la risoluzione del problema debito pubblico in cambio della propria sottomissione alla borghesia tedesca e francese. Il fenomeno più importante sarebbe però la sicura reazione del movimento operaio; ad uno scenario di lacrime e sangue simile alla Grecia è prevedibile una reazione popolare come nella Grecia del 2008-2011.

Conclusioni

In questo contesto generale va posta la costruzione di una alternativa di sinistra in Italia. Questa non può esistere senza una svolta del movimento operaio; tutti i partiti della sinistra radicale che sono cresciuti in Europa lo hanno fatto dopo una stagione di grandi lotte di classe – Podemos dopo il 15M e gli Indignados; Syriza dopo 30 scioperi generali e Melanchon dopo la lotta contro la Loi Travail. La rottura della burocrazia sindacale della CGIL tra Colla e Landini, con un settore della maggioranza (Camusso) che sponsorizza l’ex oppositore della Fiom, dimostra che un settore della burocrazia ha paura di una rivolta della propria base, per questo promuove un candidato (ipocritamente) radicale capace di ricucire il rapporto tra gli iscritti della CGIL e i vertici del sindacato. È la dimostrazione lampante che esiste all’interno della CGIL (e fuori di essa) lo spazio di una tendenza classista che promuova vertenze, scioperi e picchetti duri. Una svolta del movimento operaio che produca la crescita di una sinistra opportunista alla Syriza sarebbe un parto fallito perché delle rivolte contro questo sistema e la sua macelleria sociale produrrebbe un partito difensore, in ultima istanza, del capitalismo e le sue conseguenze in tempo di crisi. Parlare di costruzione di un partito rivoluzionario diventa una sterile chiacchiera se non viene posta in un contesto di crisi capitalista, di forti contraddizione del governo e probabili svolte del movimento operaio.  Allo stesso tempo fare le migliori analisi su questi punti senza mettere in campo azioni concrete per costruire un partito combattivo dei lavoratori è un inutile atto di autocompiacimento “filosofico”.

[1] “Uno strumento che, a differenza del Qe, potrebbe fare effettivamente la differenza nella gestione del rischio Italia è un altro e non è mai stato utilizzato. Si tratta delle cosiddette Outright Monetary Transactions. Una sigla che definisce lo strumento che permette alla Bce di acquistare quantità potenzialmente illimitate di titoli di Stato a fronte di una specifica richiesta di un Paese membro a condizione che questo si impegni a rispettare una serie di condizioni in tema di disciplina di bilancio. Cioè faccia austerity.” Sole 24 Ore

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