L’India paralizzata da 200 milioni di lavoratori

di El Hika

All’inizio di questo mese, i lavoratori indiani hanno fatto uno sciopero di 48 ore e sono scesi in piazza. Si stima che la misura dichiarata dalle centrali sindacali sotto la guida del partito comunista abbia coinvolto 200 milioni di lavoratori (tra cui bancari, minatori, lavoratori dei trasporti e lavoratori statali). Si tratta del terzo sciopero contro un’amministrazione di destra e religiosa (BJP), che cinque anni fa ha sostituito il Partito del Congresso, storico rappresentante del nazionalismo borghese. Ed è una risposta alle politiche di flessibilizzazione del lavoro e privatizzazioni del governo di Narendra Modi. In India, in media, i lavoratori guadagnano due dollari al giorno o meno.

Il governo indiano è in crisi, come dimostrano i ripetuti cambiamenti nella leadership della Banca Centrale. Un programma di cambio valuta attuato nell’ultimo anno e mezzo ha notevolmente aggravato la miseria sociale nelle campagne e nella città, senza raggiungere il suo obiettivo di confiscare ai trafficanti il denaro sporco prodotto dal commercio illegale e dall’evasione fiscale. La disoccupazione è aumentata solo del 7,4% della popolazione attiva, contrariamente alla promessa ufficiale di creare occupazione.

I dirigenti sindacali chiedono “un aumento del salario minimo, la sicurezza sociale universale, pensioni garantite, la fine della precarietà dei contratti temporanei e verbali, la fine della privatizzazione del settore pubblico, la riduzione del prezzo dei generi alimentari di base come il riso, il rispetto delle leggi sul lavoro o una risposta alla crescente disoccupazione in India” (El Diario 14/1). Dopo lo sciopero, la burocrazia e il PCI hanno fatto appello a sensibilizzare il parlamento per chiedere un aumento del salario minimo a 18.000 rupie (circa 206 dollari) e l’assistenza sociale. Il metodo della burocrazia sindacale somiglia come due gocce d’acqua a quello della CGT d’Argentina – da un lato gli scioperi isolati, e dall’altro subordinare la lotta di classe alle elezioni che si svolgeranno quest’anno, operando in questo caso come portatrice d’acqua del nazionalismo. Il PC si presenta in un fronte col Partito del Congresso e/o alleanze con partiti locali, in molti casi di destra. In breve, cerca di irregimentare la classe operaia dietro i partiti dei padroni.

Le tendenze alla ribellione popolare, che la burocrazia cerca di addomesticare, non sono un’esclusiva dell’India, ma sono proprie di tutta la regione – scioperi e lotte in Bangladesh e Sri Lanka. Anche nella vicina Cina la situazione nelle fabbriche è esplosiva.

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