Trotskismo e stalinismo nella rivoluzione vietnamita del 1945 (terza parte)

di Matias Villar

Il Vietnam ha conosciuto un enorme processo rivoluzionario nell’Agosto del 1945. La ritirata dei giapponesi generò un vuoto di potere e diede seguito ad una reazione delle masse popolari che soffrivano, dopo vari anni di guerra, una terribile scarsità di raccolti nei campi e carestie nelle città.

A partire dal 16 Agosto le masse operaie e contadine occuparono le terre, le officine e le miniere. In molte regioni del paese si formarono comitati popolari con caratteristiche sovietiche. Le organizzazioni trotskiste vietnamite, La Lutte e la Lega Comunista Internazionale (LCI), giocarono un ruolo importante in questo processo rivoluzionario, partecipando alle manifestazioni, organizzando il movimento operaio e contadino, pubblicando periodici giornalieri e cercando di impostare un orientamento indipendente dallo stalinismo e dal nazionalismo.

Il 2 Settembre, Ho Chi Minh, dirigente del Partito Comunista Indocinese (PCI) e del Viet Minh, proclamò ad Hanoi (capitale della regione settentrionale di Tonkin) l’indipendenza e la formazione della Repubblica Democratica del Vietnam (RDV), prendendo parte ad un governo di coalizione che univa forze nazionaliste borghesi, proprietari terrieri e religiosi. I Viet Minh, sotto la direzione stalinista, raccolsero un forte sostegno tra i contadini del nord che si sommò alla “Gioventù d’avanguardia”, un gruppo nazionalista con forti radici in Saigon.

Ribellione popolare contro lo sbarco imperialista

Alla conferenza di Postdam di Luglio, quando si profilava l’offensiva finale contro il Giappone, Stalin aveva concordato con l’imperialismo che l’Indocina sarebbe tornata nelle mani dei francesi. Al fine di gestire la fase di transizione furono organizzate sia la divisione del Vietnam nel 16° parallelo che lo sbarco delle truppe britanniche (da sud) e del nazionalismo cinese (da nord).

Fin dalla sua nascita il Viet Minh si era presentato come parte del blocco democratico alleato contro i “fascisti giapponesi”. La sua strategia si basava sull’apparire come una forza dell’ordine, con l’aspettativa che gli Alleati (specialmente gli Stati Uniti) ne avrebbero riconosciuto l’indipendenza. A tal fine dispiegò tutte le sue risorse per contenere il processo rivoluzionario per garantire la proprietà dei proprietari terrieri e dei borghesi fino al punto di decretare “la pena di morte per i reati contro la proprietà privata”.

Lo sbarco britannico e la possibilità di una riconquista francese agitarono ulteriormente le acque nella regione meridionale, soprattutto nella capitale Saigon, la regione più industriale del paese. In ciascuno dei fronti d’azione, in diversi punti del paese, i trotskisti sollevarono slogan contro le aspettative che il Viet Minh poneva nell’aiuto imperialista e richiesero l’armamento popolare. La LCI organizzò le milizie dei Comitati popolari. Nella manifestazione del 2 Settembre che ripudiava lo sbarco, la Lutte marciò con le armi in una grande manifestazione (le cronache dell’epoca parlarono di 18.000 partecipanti). Altri gruppi nazionalisti, disincantati dall’orientamento pro-alleato del Viet Minh, offrirono armi e uomini. Il capo del governo provvisorio di Saigon, lo stalinista Tran Van Giau, rispose ordinando lo scioglimento di tutte le organizzazioni non governative.

Cartelli con su scritto “Benvenuti Alleati” salutarono lo sbarco delle truppe britanniche (per lo più nepalesi del Gurkha e hindu sotto il comando del generale Douglas Gracey) a Saigon il 12 settembre come una garanzia dell’autonomia vietnamita e delle libertà. Per facilitare l’esito dello sbarco, Ho Chi Minh e il Viet Minh non esitarono a sciogliere con la forza tutti gli organi di difesa e di lotta dei lavoratori perseguitando tutti i combattenti in ogni angolo del paese.

Il giorno 14, il capo della polizia di Saigon, lo stalinista Duong Bach Mai, ordinò l’arresto dei leader dei comitati popolari che, come ricorda Lu Sanh Hanh della LCI, si arresero senza offrire resistenza nonostante fossero ben armati e superiori di numero[1].

Il generale Gracey non aprì alcun negoziato e in soli dieci giorni le truppe britanniche occuparono le zone strategiche della città (caserma, arsenale, aeroporto) e liberarono i soldati francesi imprigionati. Tutto si svolse col ruolo passivo del Viet Minh che tentò di negoziare un’indipendenza concordata all’interno dell’ “Unione Francese” e chiese un ripiegamento “dal campo”. La determinazione britannica mantenne la sua contropartita: l’aiuto in Vietnam fu parte della negoziazione per l’ampliamento delle posizioni in Medio Oriente (Libano e Siria).

Il 23 Settembre, le masse della regione di Saigon risposero con una ribellione popolare. Per diversi giorni i distretti operai furono controllati da lavoratori armati che eressero barricate, formarono milizie e lottarono per il controllo di ogni ponte. Gruppi di guerriglia provenienti da diversi settori (nazionalisti, religiosi e persino elementi del comunismo e del Viet Minh che agirono per conto proprio) fronteggiarono gli invasori per giorni e incendiarono gli edifici. Per sedare la rivolta, gli inglesi ricorsero a soldati giapponesi che erano prigionieri, ma molti si rifiutarono e passarono alla fazione ribelle.

I trotskisti furono in prima linea. Una cronaca del 1948 indicò che solo a Than Nghè 214 combattenti trotskisti de La Lutte morirono sotto il fuoco nemico[2]. La LCI, da parte sua, aveva organizzato una forte milizia di lavoratori del deposito tramviario di Gò Vàyp.

La ribellione non ebbe l’appoggio né del Viet Minh né del governo che accettò una tregua offerta dagli inglesi che consentì il riassestamento delle forze imperialiste, grazie all’artiglieria americana e la presenza del generale francese Philippe Leclerc, il quale dichiarò che la sua missione era di “ristabilire l’ordine” e “costruire una forte Indocina all’interno dell’Unione Francese”. Dalle barricate la Lutte pubblicò il quotidiano Khàng Chiang (Resistenza) invitando a non confidare illusioni diplomatiche e continuare con la lotta armata contro l’imperialismo[3]. La rivolta fu alla fine stroncata con migliaia di morti. La Francia era riuscita a ristabilire l’ordine coloniale sulla Cochinchina.

Lo stalinismo

In questo contesto i dirigenti ed i militanti trotskisti furono liquidati dai sicari stalinisti una volta completata la repressione imperialista. Come era avvenuto in Spagna nel 1937, le squadracce staliniste assassinarono i combattenti che proposero un percorso conseguente al processo rivoluzionario. In un breve approfondimento, il sopravvissuto Ngô Văn Xuyết li confronta con i “Processi di Mosca”[4]. I leader operai e gli intellettuali più famosi presero le armi Tranh Đấu, Phan Văn Chánh, Văn Tiến Dũng, Phan Văn Hùm e molti altri. Verso Novembre la Comune operaia dei minatori di Hòn Gai fu sciolta dopo varie manovre e intimidazioni da parte delle truppe del Viet Minh che arrestò i delegati dei lavoratori e ristabilì l’ordine di polizia. I leader della LCI: Lo Ngoc , Nguyen Van Ky e Nguyen Huong, furono torturati a morte all’inizio del 1946.

Sei anni più tardi, la promessa di “annientare politicamente il trotskismo” fatta da Ho Chi Minh nelle lettere del 1939 al Comintern, dopo essere stato sconfitto alle elezioni comunali di quell’anno a Saigòn, si trasformò non in una lotta politica ma in una annientamento fisico.

L’assassinio del leader de La Lutte Tạ Thu Thâu fu emblematico. Quest’ultimo, recentemente liberato dal campo di concentramento giapponese, stava riorganizzando il lavoro politico quando fu arrestato a Quảng Ngãi. La sua popolarità era talmente grande che fu assolto in tre occasioni dai tribunali popolari, fino a quando non fu fucilato per ordine del capo del Viet Minh. Nel 1946, quando fu interrogato a Parigi, Ho Chi Minh rispose: «Thau era un grande patriota e dobbiamo piangerlo, ma tutti quelli che non seguono la linea che ho tracciato saranno eliminati».

La politica controrivoluzionaria del Viet Minh nel 1945 era in sintonia con l’orientamento del Cremlino. La burocrazia stalinista aveva assunto impegni politici e militari nei confronti degli alleati imperialisti per prevenire e, se necessario, affrontare l’ondata rivoluzionaria che poteva generare la fine della Seconda Guerra Mondiale. In Asia, Stalin aveva accettato il dominio degli Stati Uniti sul Giappone e, anche contro gli stessi comunisti locali, di Chiang Kai-shek (leader del nazionalista Kuomintang) sulla Cina[5].

In Francia il Partito Comunista (PCF), come la socialdemocrazia (SFIO), si era integrato nel governo del generale De Gaulle. Il capo del partito comunista, Maurice Thorez, arrivato in tempi brevi da Mosca, fu nominato vice primo ministro. Come tale mise in atto una politica controrivoluzionaria contro gli scioperi dei lavoratori e favorì il disarmo dei maquis che avevano affrontato il nazismo con lo slogan “un solo Stato, un solo esercito, una sola polizia”. A partire dal Vietnam (e dall’Algeria) il PCF e lo stalinismo furono parte attiva nella ricostruzione dell’impero francese che fu praticamente eliminato durante la guerra.

Ripiegando nel nord del paese dal mese di Ottobre e convivendo colle truppe cinesi, il Viet Minh optò per lo scioglimento del PCI “al fine di eliminare qualunque malinteso all’interno e all’esterno che possa ostacolare la liberazione del nostro paese”. Nel Marzo del 1946, Ho Chi Minh firmò un accordo che riconobbe il RDV come “Stato libero” all’interno dell’Unione Francese. L’imperialismo ne approfittò per invadere il nord ed espellere il Viet Minh dal governo. Ritiratosi sulle montagne, Ho Chi Minh condurrà una lunga guerra di liberazione nazionale a carattere rivoluzionario che durerà 30 anni, espellendo i francesi nel 1954 e gli americani nel 1975.

Trotskisti

Nonostante le differenze nelle tattiche e nell’orientamento politico (soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti del Viet Minh), la Lutte e la LCI svolsero un ruolo rivoluzionario e politicamente indipendente. In pochi luoghi, come in Vietnam, le bandiere della Quarta Internazionale si contesero la leadership di un movimento così rivoluzionario. Dirigenti pubblici rispettati, con un profondo inserimento nel movimento operaio e nella lotta elettorale, con giornali di grande diffusione e frequenza che si estese addirittura persino al lavoro degli esiliati vietnamiti in Francia con una sezione ed un proprio giornale. Il ruolo dei trotskisti è stato riconosciuto da tutti. Dai corrispondenti di guerra della stampa borghese allo stalinismo. Per queste ragioni sono stati fisicamente liquidati dallo stalinismo.

Nella quarta e ultima nota di questa serie tratteremo le ripercussioni di questa rivoluzione nel movimento trotskista internazionale e nella direzione della Quarta Internazionale.

[1]  Lu Sanh Hanh, (1947), “Algunas etapas de la revolución en el sur de Vietnam”. En: Quatrième International, septiembre/octubre

[2] La revolución de agosto de 1945 y el grupo ‘La Lutte’” (1948). En: Cahiers León Trotsky N° 16, julio de 1991

[3] Ngo Van Xuyet (1991). “Le mouvement IVe Internationale en Indochine 1940-1945”. En: Cahiers León Trotsky N° 16.

[4] Ngo Van Xuyet (1991) “Un ‘juicio de Moscú” en la guerrilla de Ho Chí Minh”. En: Revolutironary History Vol. 3 No. 2, Otoño

[5] Deutscher, I.1965, Stalin, Ediciones Era, p. 480

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