Algeria, la nuova primavera araba

di Pablo Heller

Dopo settimane di proteste di massa e sotto la crescente pressione dell’esercito del paese per porre fine al suo mandato ventennale, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika si è dimesso.

L’ormai deposto presidente si è offerto di andare in pensione il 28 aprile, prima della fine del suo quarto mandato, di rinunciare alla sua rielezione e, nel frattempo, di nominare un governo provvisorio. Inoltre, ha promesso di apportare modifiche al regime politico modificando la Costituzione. L’annuncio è stato fatto dopo il fallimento di questa manovra ritardante.

Il destino di Bouteflika è stato segnato quando le Forze Armate hanno rifiutato la mossa presidenziale. Uno degli uomini più vicini a Bouteflika, il capo dell’esercito, Ahmed Gaïd Salah, ha persino minacciato la possibilità di un processo politico.

Il presidente algerino era stato uno dei sopravvissuti della primavera araba. Bouteflika, eroe storico della guerra d’indipendenza, era fortemente allineato con l’Occidente. L’Algeria è diventata un alleato strategico dell’Unione europea, di cui è diventata il terzo fornitore di petrolio. Il regime algerino ha stretto i suoi legami soprattutto con la Francia, della quale fu una colonia, al punto da fornire supporto logistico e di intelligence in Mali. Ed è considerato un baluardo nel controllo e nella persecuzione dell’immigrazione clandestina, nonché nella lotta contro le forze islamiste. Bouteflika divenne presidente dopo la guerra civile con le forze islamiste che fece più di centomila morti (1992-1999).

Una delle sue principali basi di sostegno in questi due decenni risiedeva nella potente associazione di imprenditori, il Forum degli Imprenditori (FCE), formatasi nel 2000, alla fine della guerra civile tra il regime e i fondamentalisti islamici. I capitalisti del FCE sono strategicamente associati alla borghesia francese.

Il regime era riuscito a sfuggire alla marea che ha scosso il Medio Oriente e il Nord Africa nel 2011/12, ma ha finito per essere spazzato via dal turbine della crisi mondiale. Il fallimento capitalista ha condotto il proprio lavoro come un topo, che negli ultimi anni ha accelerato, dopo il crollo dei prezzi del petrolio, e ha costretto il governo a limitare severamente le importazioni, comprese quelle dei prodotti di base e alimentari, per far fronte al deficit commerciale.

I contrasti sociali sono diventati sempre più marcati: mentre uno strato privilegiato, legato al potere, si arricchiva grazie al petrolio, il potere d’acquisto dei lavoratori si polverizzava, con un terzo della forza lavoro che vive con un salario di 1,25 dollari al giorno. La disoccupazione è peggiorata, soprattutto tra i giovani, dove uno su tre è disoccupato.

I disagi e il senso di disperazione hanno preso piede tra la popolazione, il che ha portato a una fuga massiccia e a ondate di migranti che attraversano il Mediterraneo per raggiungere l’Europa dalla città portuale di Orano.

Tutto fa presagire che le dimissioni non saranno sufficienti a calmare i manifestanti, le cui richieste sono cresciute e ora comprendono l’eliminazione dell’intera élite dominante.

Le divisioni e lo smarrimento nei circoli del potere si sono intensificati durante le settimane di protesta e non era chiaro né chi potesse nominare il partito al governo, il Fronte di liberazione nazionale (FLN), per sostituire Bouteflika né quando si sarebbero svolte nuove elezioni. Per le strade, i manifestanti hanno respinto gli annunci di Bouteflika uno ad uno e ora chiedono l’eliminazione di “le pouvoir” (il potere), un élite al potere composta da ufficiali militari, leader del FLN e importanti uomini d’affari.

Milioni di persone hanno sfilato per le strade delle principali città algerine il 29 marzo, nel sesto venerdì di proteste, chiedendo la caduta del regime. Gli striscioni delle proteste recitavano: “Riposa in pace, Gaïd Salah, lascia il potere per amor di Dio”, “Gaïd Salah, la gente vuole la democrazia, non un regime militare” e “Vergogna su di te, Gaïd Salah”. Un’altra rivendicazione popolare chiedeva l’applicazione dell’articolo 7 della Costituzione, il quale stabilisce che la legittimità del potere deve provenire dai cittadini.

Più di un milione di persone ha marciato ad Algeri, e migliaia e decine di migliaia in altre importanti città algerine. A Orano, i manifestanti hanno cantato “la transizione deve essere guidata dal popolo sovrano e non dal regime”. Nella capitale algerina, i manifestanti si sono scontrati con la polizia, che ha sparato gas lacrimogeni e ha usato camion con idranti per bloccare i viali principali e impedire ai dimostranti di raggiungere il palazzo presidenziale.

Ricambio

Nel mezzo dell’effervescenza popolare, i circoli dirigenti discutono, contro il tempo, di una transizione. Le soluzioni in ballo vanno dalla convocazione di elezioni generali, e la formazione nel frattempo di un governo di transizione, ad un’Assemblea Costituente. Le varianti in discussione puntano a una staffetta il più possibile “ordinata”, preservando le strutture del regime e impedendo che la situazione trabocchi. Il vertice dell’esercito, che ha assunto il comando del paese, è stato l’alleato storico di Bouteflika, e desta sfiducia nella popolazione lasciata sola. Né l’opposizione gode di riconoscimento o di un rilevante sostegno popolare, sia quella neoliberale che quella islamista. “La strada ha tenuto in disparte gli islamisti, sospettati di collusione con il regime” (El País, 15/3). Dopo la guerra, Bouteflika ha perseguito una politica di cooptazione e frammentazione di quello spazio politico.

L’equilibrio sembrerebbe essere orientato, fino ad ora, verso una soluzione organizzata dalle Forze Armate a partire dal partito di governo stesso – l’FLN – e dalla sua struttura di potere. Ciò avrebbe la benedizione dell’imperialismo francese. Al compimento di questa operazione parteciperebbe il sindacato ufficiale dei lavoratori, l’UGTA, che è rimasto in disparte e ostile alle proteste.

La leadership sindacale ha dichiarato il suo sostegno a Salah e all’esercito algerino: “L’UGTA saluta e prende atto dell’appello di Ahmed Gaïd Salah (….) Il cambiamento è diventato necessario, deve essere costruito attraverso un dialogo improntato alla saggezza che permetta la costruzione di una nuova Repubblica” (idem, 30/3).

Tuttavia, sfidando questo blocco, ha iniziato a farsi strada l’intervento della classe operaia. I lavoratori portuali stanno conducendo uno sciopero ad Orano e Béjaïa; ci sono stati scioperi e sit-in dei lavoratori delle filiali del monopolista del gas naturale Sonatrach, nonché degli insegnanti e dei lavoratori del settore pubblico. Ciò si è collegato a manifestazioni che hanno respinto la burocrazia sindacale. A Tlemcen, i manifestanti hanno cantato “Saïd, via, via, via”, riferendosi ad Abdelmajid Sidi Saïd, il leader del sindacato corrotto collegato al FLN. Le misure di forza, d’altra parte, hanno risvegliato la solidarietà delle classi medie di professionisti e commercianti delle città algerine, i quali hanno chiuso i propri negozi.

Prospettive

Con il passare dei giorni, il movimento di protesta sta diventando più radicale. Le rivendicazioni sono avanzate sino ad includere non solo il ritiro di Bouteflika, ma anche quello del governo, nonché lo scioglimento di entrambe le camere del Parlamento. L’appello alle elezioni, nel quadro dell’attuale struttura di potere, impatta naturalmente con la sfiducia popolare, la quale mette sul tavolo la questione del regime politico. Non è da escludere che, in questo scenario esplosivo, l’élite al potere convochi una Costituente ammanettata, volta a fungere da valvola di sfogo e a ricostruire lo Stato, gravemente ferito dall’insurrezione popolare.

In Algeria, la rivolta popolare è sulla via di una rivoluzione. La situazione pone la questione del potere all’ordine del giorno. In questo contesto, la parola d’ordine di un’Assemblea Costituente libera, sovrana e con potere deliberativo, assume particolare rilevanza in opposizione alle soluzioni capitalistiche in ballo, alle dilatorie e continue manovre di “ricambio ordinato”, compresa la richiesta di una Costituente diretta dallo Stato. La battaglia per una Costituente sovrana è associata all’imposizione di un programma volto allo smantellamento totale del regime istituito da Bouteflika, alla soddisfazione di tutte le domande sociali e alla trasformazione integrale del paese su nuove basi sociali. Questa prospettiva va totalmente di pari passo con lo sviluppo dell’irruzione popolare, e soprattutto della classe operaia che deve sforzarsi di conquistare un ruolo di primo piano. Per questo, è necessario incoraggiare tutte le forme di deliberazione popolare, promuovere assemblee locali e nei luoghi di lavoro e di studio, fare appello all’azione diretta e allo sviluppo degli orientamenti verso uno sciopero generale.

È probabile che gli eventi in Algeria abbiano un effetto di rimbalzo. Per ora, si legano alla ribellione in Sudan e alle massicce proteste degli insegnanti in Marocco. E sono stati preceduti da rivolte in Iran, Giordania e persino in Tunisia.

Siamo di fronte alla rinascita della primavera araba.

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