Questo governo sovranista è un disastro. Espressione perfetta della catastrofe capitalista mondiale

Editoriale tratto dal Periodico politico La Prospettiva Operaia n.2/2019

Dopo circa un anno di attività, il bilancio di questo governo non potrebbe essere più impietoso. L’economia italiana, ufficialmente in recessione, è al limite del collasso. Non si placano la chiusura di aziende e la perdita di posti di lavoro. Secondo i dati Istat in Italia ci sono oltre 5 milioni di poveri (1.778.000 famiglie), tra i quali una quota sempre più grande di working poor, cioè di lavoratori poveri, ai quali non basta avere un lavoro per superare la soglia della povertà relativa. Secondo l’Eurostat, i lavoratori poveri sono l’11,7% del totale della forza lavoro. Non esiste la benché minima possibilità di uscita da queste sabbie mobili e lo stesso governo Salvini-Di Maio, nella bozza del Documento di Economia e Finanza (DEF), è costretto ad ammettere che la crescita nel 2019 non sarà dell1% ma dello 0.1%. Il quadro dipinto dal Def è quello di una sconfitta totale. Il rapporto deficit/Pil nel 2019 salirà dal 2% indicato dal governo nella Legge di Bilancio 2019, al famoso 2,4%, oggetto di scontro con la Commissione Europea. Per reperire ulteriori risorse al fine di riuscire a pagare l’interesse sul debito, il governo prevede nuovi tagli alla spesa pubblica per 2 miliardi di euro, il tutto in un contesto che già vede un gettito fiscale (le entrate dello Stato) superiore alle spese amministrative (il cosiddetto avanzo primario).

Ma sono proprio il “Reddito di cittadinanza” e “Quota 100”, ossia le misure simbolo rispettivamente del “Movimento 5 Stelle” e della “Lega”, che avevano caratterizzato la campagna elettorale e poi la formazione del “contratto di governo”, a rappresentare il fallimento totale del governo gialloverde. Secondo il Def, l’impatto macroeconomico del reddito di cittadinanza è praticamente inesistente poiché nel 2020 il tasso di disoccupazione aumenterà dell’1,3% e il tasso di occupazione di appena 0,3 punti percentuali. Ossia, la misura che il Movimento 5 Stelle indicava come innesco per un aumento dei consumi e una riduzione della disoccupazione non avrà alcun impatto sull’economia reale. Lo stesso governo ammette che se le politiche del lavoro saranno applicate come previsto dalla Legge di Bilancio, i salari sono destinati ad abbassarsi di circa 0,48 punti percentuali, e ancor più si abbasseranno se dovesse aumentare l’efficacia di queste misure, come spiegato negli articoli all’interno di questo numero.

Il debito pubblico, vero buco nero dell’economia italiana (e mondiale), che già adesso ammonta a 2.316 miliardi di euro, nel 2019 salirà al 132,8% del Pil (MEF aprile 2019) a causa della “bassa crescita nominale”, ossia l’impossibilità di “allargare” l’economia, e a causa dei “rendimenti reali relativamente elevati”, ossia le condizioni sfavorevoli (alti tassi di interesse) con le quali il governo deve reperire risorse sui mercati dopo la fine del Quantitative Easing e il declassamento del rating (ossia dell’affidabilità) dell’Italia. Il debito pubblico italiano, come indica il report del Forum Ambrosetti, ha superato del 22% il picco raggiunto durante la Seconda guerra mondiale. E gli mancano solo 28 punti percentuali per eguagliare il punto massimo registrato nel 1920 (“The European House” – Ambrosetti 2019). La spesa aggiuntiva per interessi sarà pari a 1,5 miliardi di euro nel 2018, 5 nel 2019 e 9 nel 2020. Poiché il tasso di crescita dell’economia italiana è inferiore al tasso d’interesse col quale il governo si indebita, se ne deduce facilmente che il debito pubblico è insostenibile e che la distanza tra crescita e incremento dell’interesse non può che aumentare sino all’insolvenza, ossia alla cessazione dei rimborsi delle cedole (cioè la restituzione del denaro prestato). La mancanza di crescita condanna l’economia italiana a sprofondare in crisi sempre più convulsive.

La ragione di questa mancanza di crescita è l’assenza di investimenti. Secondo Bankitalia gli investimenti delle imprese in beni strumentali caleranno sia nel 2019 (-0,3%) sia nel 2020 (-1,2%). In dieci anni, da quando è iniziata la crisi, sono scesi dal 3% all’1,9% del Pil. Se mancano gli investimenti è perché c’è un crollo dei consumi. Le imprese non investono se non riescono a vendere a causa di un mercato che non riesce a consumare di più e addirittura inizia a consumare di meno. La crisi economia italiana si inscrive nella crisi capitalistica mondiale che colpisce il mondo interno da un decennio. Tuttavia la severità con la quale la crisi investe l’Italia ha origini lontane, ed essenzialmente legate alla debolezza della struttura industriale dell’economia italiana. L’economia dei distretti, specializzati nelle produzioni “Made in Italy”, a basso investimento tecnologico, condannano l’insieme dell’economia ad una insufficiente produttività e ad una scarsa formazione di lavoratori specializzati.

Il contesto di crisi genera tra le forze governative, in piena campagna elettorale per le elezioni europee, un conflitto tra la rivendicazione leghista della “Flat Tax”, che avvantaggia i redditi alti, e la necessità di reperire risorse per evitare l’aumento dell’IVA (servono 23 miliardi di euro), la cui applicazione avrebbe degli effetti devastanti sui consumi e di conseguenza sugli investimenti. Prestissimo i nodi verranno al pettine. Il governo, per salvare i conti e coprire le nuove spese avrà poche opzioni: o aumentare l’Iva almeno su alcuni prodotti, o abolire il bonus Renzi di 80 euro, o fare altro deficit, oltre ai 115 miliardi di nuovo debito pubblico certificati dal Def, tornando ad un probabile scontro (con una nuova capitolazione) con la Commissione Europea.

Serve una risposta operaia alla crisi, alternativa e indipendente dai partiti dei padroni, liberali o populisti, europeisti o sovranisti. E anche indipendente dalla sinistra di governo che in occasione delle prossime elezioni europee si ricompatta nell’ennesimo carrozzone elettorale riformista privo di prospettiva e soprattutto di un programma anticapitalista che abbia al centro il governo dei lavoratori e la riorganizzazione dell’economia su basi socialiste. Serve, con urgenza, una campagna che prepari sistematicamente i lavoratori, i disoccupati, la gioventù, le masse povere del sud e delle isole, al collasso finanziario e alla paralisi dell’economia: per la nazionalizzazione del sistema bancario e per la requisizione dei grandi patrimoni; una campagna che si esprima chiaramente per il no al pagamento del debito pubblico, ai diktat dell’UE, della BCE e dell’FMI e l’utilizzo di queste risorse per il finanziamento di un grande piano di opere pubbliche, infrastrutturali, e in generale un rilancio dell’economia su nuove basi. Prospettiva Operaia fa appello al sindacalismo classista, ovunque collocato, e alla sinistra che si rivendica “di classe” per costruire da subito un intervento politico unitario nella classe operaia.

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