COSTRUIAMO L’OPPOSIZIONE OPERAIA AGLI EUROPEISTI E AI SOVRANISTI

L’economia italiana è in caduta verticale: trema il M5S in crisi di voti, trema la Lega che guadagna consenso!

Le elezioni europee, svoltesi nel pieno della crisi capitalista, hanno portato sia diversi commentatori borghesi che molti militanti di sinistra a lanciare un grido di allarme per l’avanzata del “fascismo” in Italia, sorretto da un’ondata sovranista a livello continentale. Analisi che ci pare manchi di un reale approfondimento sui rapporti tra il capitalismo italiano e quello europeo, sui possibili risvolti in merito ai rapporti di forza, tra le classi e all’interno delle classi, causati dalla non risolvibile crisi di sovrapproduzione capitalista, sulla crisi del debito in Italia, sulla necessaria risposta di classe, e non genericamente “di sinistra” o “progressista”, da mettere in campo contro i duri colpi di coda che un capitalismo decadente è in grado di assestare.

Perché le due forze politiche del governo gialloverde, anche se una sembra in disfacimento e l’altra in ascesa, hanno e avranno sempre più problemi nell’andare oltre la becera propaganda populista per affrontare le reali difficoltà nel far finta di soddisfare le esigenze materiali delle masse. Salvini è costretto, avendo ricevuto la maggioranza relativa dei voti, a continuare la sua opera affabulatoria, anzi a rinfoltirla, promettendo (per poi puntualmente rimangiare tutto) sforamenti dei parametri europei (in primis quello del 3% sul rapporto deficit/PIL), ridiscussione degli accordi comunitari, shock fiscali, ecc. Promesse che hanno lo stesso valore di quelle che riguardavano ad esempio l’uscita dell’Italia dalla moneta unica europea (si ricorderanno i tour elettorali con le felpe “NO euro”) appena la Lega sarebbe arrivata al governo. E infatti Salvini alterna alle sue sparate continui tentennamenti e toni dialoganti. A tutto pensa fuorché ad una rottura con Bruxelles e con la BCE, ma dato che per portare avanti un dialogo c’è bisogno di numeri sul terreno economico e non di parole dolci, la Lega finirà presto nello stesso vicolo cieco del Movimento 5 Stelle. A maggior ragione se si considera che non esiste alcun blocco sovranista europeo che possa supportare Salvini. I vari nazionalismi che dovrebbero comporre tale blocco agiscono unicamente su base nazionale. Il loro sciovinismo dipende dal fatto che sono dei movimenti che affondano le radici nella borghesia medio-piccola, esposta alla concorrenza e allo scambio diseguale con monopolisti patri e stranieri. I partiti sovranisti, in quanto tali, non sono né possono essere politicamente indipendenti dai partiti del grande capitale finanziario, il quale si presenta oggi come transnazionale (lo stesso grande capitale che ha investito nell’unità europea per cercare di uscire dall’angustia dei mercati nazionali). La non indipendenza politica dei sovranisti dal capitale finanziario (transnazionale) li rende di fatto un’appendice della BCE, della Commissione Europea, dell’€uro, dell’UE. I sovranisti, lì dove governano, agiscono da braccio “nazionalista” dell’austerità. L’Italia è l’esempio perfetto. La pagliacciata salviniana del conflitto con l’Europa maschera una continuità di fondo con le politiche precedenti in Italia e con le attuali richieste dell’UE. Tanto più se si pensa alla prossima finanziaria, alla prossima legge di Bilancio, che sarà un bagno di sangue.

Il paradosso, e il labirinto senza di via di uscita, sta proprio in questo: il governo italiano è alle soglie di una “procedura d’infrazione” da parte della UE per eccesso di debito pubblico (132% del PIL) e anche l’innesco delle “clausole di salvaguardia” (in primis l’aumento dell’IVA dal 22% al 25%) è dietro l’angolo, questo significa che deve obbligatoriamente recuperare risorse economiche, ma contemporaneamente non può fermare la macchina della propaganda altrimenti è finito e quindi continua a promettere benefici economici alla popolazione. Per mantenere nel 2019 il rapporto deficit/PIL tra il 2,1% e il 2,4%, come promesso pedissequamente alla Commissione Europea dai tanto battaglieri M5S e Lega, occorre recuperare 5 miliardi di euro immediatamente e dalla prossima “legge di Bilancio” altri 45 miliardi (se si vuole anche evitare l’aumento dell’IVA e procedere con l’odiosa “flat tax”, palese manifestazione di iniquità e ingiustizia sociale). Il ricorso al famoso “tesoretto” ricavato dal mancato utilizzo dell’intera somma messa a bilancio per “Reddito di Cittadinanza” e “Quota 100”, che comunque ammonta a poco più del 5% (circa 3 miliardi) della succitata cifra da racimolare, rischia di essere la solita balla gialloverde visto che quei soldi non possono essere toccati per ora perché le domande per le due misure in questione possono ancora essere abbondantemente presentate. Un’opzione più realistica potrebbe essere ricorrere, per iniziare a raccattare qualcosa, ai 2 miliardi di tagli “congelati” nella legge di Bilancio dello scorso anno, tagli che vanno dalla spesa per i trasporti a quella per le politiche sociali, ovviamente. E altrettanto ovviamente il governo si è affrettato a smentire qualsiasi ipotesi di tassa sui grandi patrimoni e sui grandi capitali, arrivando a dichiarare per bocca dello stesso ministro dell’Economia Tria (in occasione di un consesso londinese con investitori stranieri), su sollecitazione della Lega (Tria si barcamena tra i due contendenti di governo sostenendo talvolta l’uno talvolta l’altro), che si potrebbe invece optare per un nuovo condono fiscale (con pagamento del solo 20% della cifra nascosta al fisco dai grandi evasori). Questo è il “governo del popolo” vantato da Salvini e Di Maio.

Che infatti, al contrario di quanto predica, prepara un massacro sociale. Salvini ha già fatto intendere che il peso politico guadagnato alle europee sarà diretto sulle modifiche al “Decreto Dignità”, rendendo meno vincolanti le causali per i contratti a tempo (cioè aumentando le condizioni che consentano alle imprese di far ricorso ai contratti a termine, scavalcando così gli “obblighi di causale”, cioè l’indicazione delle motivazioni per cui li si usa al posto dei contratti a tempo indeterminato) e sull’opposizione a qualsiasi proposta di introduzione del salario orario minimo.

Di fronte al feroce attacco che ci si para davanti, brillano di luce propria le burocrazie sindacali, in primis quella della CGIL, che paralizzano i lavoratori nel nome di un riconoscimento politico concertativo che non avverrà mai. La sinistra politica intanto ha ormai terminato il proprio processo di disintegrazione riducendosi alla marginalità politica più totale, destino figlio della compromissione coi governi borghesi e con le politiche d’austerità. Il sindacalismo confederale, dopo tre anni dall’ultimo sciopero generale, ha convocato un giorno di sciopero (14 giugno) per la categoria dei metalmeccanici, senza un vero piano di lotta e senza annunciare quali sarebbero stati i passi seguenti di fronte all’ovvio e prevedibile disinteresse da parte del governo, che ad ora non ha di fronte un’opposizione né politica né sindacale, e che pertanto non sente l’esigenza di dover “concertare” con nessuno.

Mai questa sinistra e questi sindacati potranno affrontare e sconfiggere il governo. Il governo gialloverde può essere sconfitto solo da una mobilitazione indipendente dei lavoratori, a partire dagli attivisti combattivi del sindacalismo di base e dell’opposizione nella CGIL.  È fondamentale che la classe operaia lotti per un programma di rivendicazioni in grado di rompere la gabbia dell’austerità europeista e sovranista:

– Salario minimo di 1.500 euro netti;

– Riduzione della giornata e della settimana lavorativa a parità di salario: 6 ore al giorno; 30 ore a settimana;

Abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi del precariato con trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato;

Abolizione della legge Fornero e ritorno al sistema retributivo, ossia finanziato dalla fiscalità generale, con pensioni pari all’80% dell’ultimo salario e non inferiori a 1.300 euro al mese;

– Sistema pensionistico con massimo 30 anni di lavoro o 57 anni di età, 55 per i lavori più usuranti;

– Salario sociale ai disoccupati di 1.000 euro;

Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle fabbriche che licenziano, che chiudono e che inquinano (Ilva, Mercatone Uno, Whirpool, Knorr Unilever, Almaviva…).

Certamente questo programma è realizzabile solo in un contesto di “sovranità” economica e politica della classe operaia, in grado di rompere con i trattati europei e di riorganizzare l’economia su nuove basi e nuovi rapporti di proprietà. Questo, per noi, vuol dire lottare un governo dei lavoratori.

La redazione

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