Sconfiggiamo il nuovo governo dei padroni PD-M5S-LEU, lottiamo per un governo dei lavoratori!

APPELLO

Per una campagna politica unitaria di agitazione nel movimento operaio

La crisi mondiale

L’attuale crisi capitalista, la più grande crisi di sovrapproduzione della storia del capitalismo, colpisce l’economia mondiale, con particolare violenza, da oltre un decennio. Uno dei prodotti di questa inarrestabile crisi, negli ultimissimi anni, è stato il fenomeno del Trumpismo e della gigantesca guerra commerciale che contrappone gli USA non solo alla Cina e alla Russia (anch’esse violentemente colpite dalla crisi), ma anche all’UE, aggravando quindi ulteriormente la situazione dell’economia mondiale e colpendo il sistema di relazioni mondiali nato a Bretton Woods. La stessa NATO vede oggi la principale minaccia alla sua esistenza provenire dalla Casa Bianca. Il grosso degli economisti, molti dei quali appartenenti all’establishment, non solo non ha idea di come e quando la crisi possa terminare, ma addirittura preannuncia un suo prossimo aggravamento con una nuova recessione globale nei prossimi 12-24 mesi. Con la differenza che stavolta nessun intervento straordinario – incluso il nuovo Quantitative Easing annunciato da Mario Draghi – potrà ripetere i risultati parziali delle mostruose iniezioni di liquidità della FED e della BCE iniziate nel 2008. La guerra commerciale, iniziata ben prima di Trump, non può terminare con una sconfitta elettorale poiché essa esprime il tentativo dell’imperialismo USA, per quanto disordinato e non unanime, di combattere il declino del capitalismo imperialista e in particolare di quello USA. Nessuna concessione sul terreno commerciale da parte di UE, Russia e Cina può risollevare l’economia mondiale dalla crisi nella quale versa. Il fallimento certo della guerra commerciale apre la strada alla guerra militare e alla distruzione massiccia di capacità produttiva, unica soluzione che il capitalismo ha mostrato di conoscere quando si tratta di risolvere il problema della sovrapproduzione capitalista.

L’Unione Europea in fibrillazione

Nell’Unione Europea la crisi economica e quella politica si alimentano a vicenda. Le politiche di austerità, sostenute coi tagli alla spesa pubblica, hanno dato vita da una parte a partiti o movimenti di sinistra che hanno capitalizzato la crisi della sinistra di governo e dall’altra a movimenti “sovranisti”, “euroscettici”, espressione dell’impoverimento della borghesia medio-piccola penalizzata prima dal mercato comune e poi dalla crisi globale. Alcune di queste forze, ancora più a destra, sono impressionisticamente definite “fasciste”. Tuttavia, c’è una grande differenza coi fascismi europei degli anni ’20 e ’30 del ‘900 poiché questi si svilupparono in un contesto di guerra civile e rivoluzione, contando inoltre su un ben più ampio consenso nelle masse piccolo-borghesi, che gli permise di giungere al potere al fine di rafforzare il dominio borghese sul proletariato. Ad oggi, tale dominio è ancora possibile per mezzo delle cosiddette “democrazie” borghesi. Tuttavia è compito della classe operaia lavorare per sottrarre a queste forze qualunque spazio nel proprio seno. Tanto l’esperienza greca – con la capitolazione di Syriza alla Troika sino alla sua successiva sconfitta elettorale – quanto quella italiana – con un governo “sovranista” che affermava che sarebbe andato a battere i pugni a Bruxelles per poi regolarmente sottostare ai diktat delle istituzioni UE, fino a sfaldarsi – dimostrano l’impossibilità di qualunque alternativa borghese alle politiche di austerità dentro l’UE e i parametri di Maastricht. Al tempo stesso, però, la crisi del Regno Unito con la Brexit – Paese che non ha mai fatto parte dell’Eurozona – e il rallentamento economico del Giappone – spesso citato come esempio di Paese padrone del proprio debito – dimostrano che anche chi ha conservato la “sovranità” monetaria non ha alcuna possibilità di sfuggire alla crisi capitalista e alla stagnazione. Proprio il Giappone dimostra l’inconsistenza totale delle tesi sovraniste. Nonostante la riduzione dei tassi di interesse e l’acquisto massiccio del proprio enorme debito pubblico (250% del PIL) l’economia è in una situazione di sostanziale stagnazione dal 1991.

L’Italia, il “malato d’Europa”

L’economia italiana, che oscilla costantemente tra la recessione e la crescita di qualche decimale, è al limite del collasso. Continua inesorabilmente la chiusura di aziende e la perdita di posti di lavoro. L’ammontare totale dei cittadini sotto la soglia di povertà ha raggiunto i 5 milioni (1.778.000 famiglie sulla base dei dati Istat), tra i quali una quota sempre più grande di working poors, cioè di lavoratori poveri, pari all’ 11,7% della forza-lavoro.

Non esiste la benché minima possibilità di uscita da queste sabbie mobili e lo stesso governo Salvini-Di Maio, nella bozza del DEF, fu costretto ad ammettere che la crescita nel 2019 non sarà del 1%, come propagandato in occasione della legge di bilancio 2019, ma dello 0.1%. Il rapporto deficit/Pil nel 2019 salirà dal 2%, indicato dal governo nella Legge di Bilancio 2019, al famoso 2,4%, oggetto di scontro con la Commissione Europea. Il debito pubblico, vero buco nero dell’economia italiana (e mondiale), tra i più alti al mondo in relazione al PIL, già adesso ammonta a 2.316 miliardi di euro e per la fine del 2019 salirà al 132,8% del PIL (MEF aprile 2019) a causa della “bassa crescita nominale”, ossia l’impossibilità di “allargare” l’economia, ed a causa dei “rendimenti reali relativamente elevati”, ossia le condizioni sfavorevoli (alti tassi di interesse) con le quali il nuovo governo centrosinistra-M5S appena insediatosi tra mille entusiasmi (dal Financial Times alla CEI, da Trump a Macron e Merkel, dalla BCE di Christine Lagarde alla Commissione Europea di Ursula von der Leyen, da Confindustria a Bankitalia, dal Sole 24 Ore al Manifesto, dalla sinistra democratizzante alla CGIL) deve reperire risorse sui mercati dopo la fine del Quantitative Easing e il declassamento del rating (ossia dell’affidabilità) dell’Italia, nonostante il breve picco di liquidità entrante dall’annuncio del nuovo QE. Il debito pubblico italiano, come indica il report del Forum Ambrosetti, ha superato del 22% il picco raggiunto durante la Seconda guerra mondiale. E gli mancano solo 28 punti percentuali per eguagliare il punto massimo, registrato nel 1920 (“The European House” – Ambrosetti 2019). La spesa aggiuntiva per interessi sarà pari a 1,5 miliardi di euro nel 2018, 5 nel 2019 e 9 nel 2020. Poiché il tasso di crescita dell’economia italiana è inferiore al tasso d’interesse col quale il governo si indebita, se ne deduce facilmente che il debito pubblico è insostenibile e che la distanza tra crescita e incremento dell’interesse non può che aumentare sino all’insolvenza (default). La mancanza di crescita condanna l’economia italiana a sprofondare in crisi sempre più convulsive.

La ragione di questa mancanza di crescita è l’assenza di investimenti. Secondo Bankitalia gli investimenti delle imprese in beni strumentali caleranno sia nel 2019 (-0,3%) sia nel 2020 (-1,2%). In dieci anni, da quando è iniziata la crisi, sono scesi dal 3% all’1,9% del Pil. Inoltre l’assenza di investimenti è dovuta al crollo dei consumi. Pertanto si denota come le imprese non investono capitali se non riescono a vendere prodotti all’interno di un mercato globale che non riesce più a riassorbire parte dei consumi. Allo stesso tempo i capitalisti si trovano costretti a svalutare il capitale variabile (i salari) per bilanciare l’erosione dei profitti.

La severità con la quale la crisi investe l’Italia ha origini lontane, dovute anche alla debolezza della struttura industriale dell’economia italiana. L’economia dei distretti, specializzati nelle produzioni “Made in Italy”, a basso investimento tecnologico, condannano l’insieme dell’economia ad una insufficiente produttività e ad una scarsa formazione di lavoratori specializzati, e di conseguenza a soffrire le economie con composizioni organiche più grandi. In questa crisi straordinaria, il “malato d’Europa” combina la gravità della crisi globale col declino irreversibile del capitalismo dei distretti industriali, giunto alla fine dei suoi pochi decenni di gloria.

All’interno della crisi di regime: dal governo sovranista al governo del grande capitale

La coalizione sovranista che ha governato per un anno non era altro che il prodotto della crisi della borghesia medio-piccola e della disintegrazione dei partiti tradizionali della borghesia, culminata con le elezioni del 4 marzo dello scorso anno. Quel governo (M5S-Lega) ha dimostrato, come prevedibile, l’impossibilità di deragliare dal binario dell’austerità restando sul terreno del capitalismo, restando, aldilà del finto conflitto con l’Europa, strumento delle politiche antioperaie dell’UE. La conseguenza del non poter rompere con le politiche del grande capitale, a cui la classe media non riesce ad esprimere un’alternativa, è costituita dall’aggravamento della recessione economica, la paralisi dell’industria e l’inizio di una serie di crisi industriali che colpiscono non più le aziende medio-piccole dei distretti (motore della Lega) ma le grandi industrie del Paese (Ilva, Whirlpool, Mercatone Uno, Unilever). Il nuovo governo PD-LEU-M5S si trova di fronte alla necessità di approvare nel dicembre di quest’anno una manovra d’emergenza che ripiani il deficit dovuto alle misure approvate dalla finanziaria precedente (Reddito di cittadinanza, Quota 100…). La crisi economica attenta alla stessa tenuta dell’unità statale, che inizia ad essere scossa da pezzi di borghesia del Nord, colpendo i residui meccanismi di solidarietà tra le regioni con l’autonomia differenziata, mettendo a repentaglio l’unità dello Stato italiano e con essa l’unità economica dei lavoratori, già ora divisi tra le masse del nord (che votano Lega) e quelle del sud (che votano M5S). Proprio la questione dell’autonomia differenziata mostra il vero volto della decomposizione capitalista che accentua la tendenza alla disgregazione e al collasso degli stati-nazione, a partire da quelli più deboli. Ciò che la crisi del capitalismo senile apre non è una un’instabilità passeggera ma una profonda crisi del regime politico, sintomo del fatto che i capitalisti non possono più governare come prima.

 Le sinistre e i sindacati

Ad oggi, ciò che resta della vecchia sinistra è espressione unicamente degli interessi del ceto politico borghese che la guida. La sinistra che si rivendica “rivoluzionaria”, invece, è incapace di un’iniziativa politica propria.

La sinistra borghese, governista, è un’escrescenza del PD e vive in funzione di una negoziazione con esso, tanto più con la nuova direzione Zingaretti (come dimostra il suo sostegno al nuovo governo). La sinistra centrista, prodotto delle scissioni alla sinistra del PRC è a sua volta una propaggine di quella di governo. Vive in funzione di un’eterna critica letteraria alla ricerca o di un “partito del lavoro” (aspettativa di contenuto riformista) in cui riciclarsi o della conquista di un immaginario “popolo della sinistra”. Quando si è trattato di intervenire attivamente con una campagna di agitazione nella classe operaia, si è limitata alla sterile propaganda e alla presentazione elettorale compulsiva, senza alcun ruolo reale nella lotta di classe e senza dare alcuno sbocco alle varie lotte, disarticolate e frammentate dove si sono prodotte. Così si sono concesse praterie enormi alle forze reazionarie che hanno vinto le elezioni del 4 marzo 2018 e che ora tenteranno di guidare l’opposizione (di destra) al governo centrosinistra-M5S.

La CGIL, il più grande sindacato italiano, è dominata da un apparato burocratico di funzionari di professione che vive al di sopra dei lavoratori, il cui unico scopo è la difesa ad oltranza dei propri privilegi di casta. La CGIL ha enormi responsabilità nella paralisi del movimento operaio: il tenere le lotte divise, col rifiuto di unificarle su una piattaforma comune a partire dalla convocazione di uno sciopero generale; la costante ricerca di “tavoli” anche in una stagione che si è messa alle spalle la concertazione; la ricerca di una carriera politica per i suoi leader. L’apparato burocratico, con l’elezione di Landini, simula una svolta della sua direzione per coprire la continuità della sua inazione e al tempo stesso conclude, con l’unico epilogo possibile, la parabola della “Fiom” dissidente.

Il sindacalismo di base non è sinora riuscito a costruire un’alternativa reale ai sindacati confederali a causa del suo settarismo e del rifiuto del metodo del fronte unico. Nella grande maggioranza dei casi si muovono su un terreno puramente economicista e in alcuni casi apertamente opportunista (con un principio di burocratizzazione) che gli impedisce di svolgere un ruolo d’alternativa. I continui scioperi “generali” limitati alle poche categorie nelle quali i sindacati di base sono presenti rappresentano l’immagine più eloquente dell’isolamento in cui si trovano.

Una nuova direzione, classista e rivoluzionaria del movimento operaio

Il movimento operaio necessita di una nuova direzione che sfidi apertamente la burocrazia della CGIL, e questo non può che avvenire a partire dalla costruzione di un’opposizione sindacale che unifichi tutti i militanti classisti ovunque collocati, dalla CGIL al sindacalismo di base, intorno ad un programma autonomo di classe da agitare in maniera coordinata. Questa opposizione sindacale non deve limitarsi alla critica letteraria o ai dibattiti congressuali ma deve porsi su un terreno attivo di organizzazione e unificazione delle lotte in corso, (a partire dal settore della logistica che negli ultimi anni ha conosciuto livelli di conflittualità sconosciuti nelle altre categorie), coordinandole anche nella lotta conto la burocrazia CGIL e le microburocrazie del sindacalismo di base. Solo un’opposizione attiva e combattiva, che faccia leva sulle lotte, può pensare davvero di sconfiggere la burocrazia della CGIL. E solo questa opposizione può, al tempo stesso, riorganizzare il sindacalismo di base, oggi frammentato e limitato a poche categorie, su un terreno di reale alternativa. Occorre che i militanti sindacali classisti si pongano apertamente su un terreno socialista rivoluzionario, che combattano le tendenze burocratiche ed economiciste nel movimento operaio e lottino per una prospettiva di governo dei lavoratori.

La necessità dell’intervento nella classe operaia

Il combinarsi della crisi del debito e della crisi industriale costringe il padronato a scaricarne il peso sui lavoratori salariati ed allo stesso tempo costringe le forze di governo ad applicare misure lacrime e sangue.

La crisi capitalista produce, in Italia e nel mondo, una crisi verticale delle relazioni tra le classi, del tessuto sociale e del regime politico. In questa crisi noi ci troviamo in una fase di accumulazione della rabbia e del dissenso, con l’incubazione di nuove esplosioni del conflitto sociale. La crisi però non produce in maniera meccanica un’ascesa delle lotte e men che meno una rivoluzione. Affinché la rabbia trovi sfogo occorre un intervento cosciente che faccia da “stura” e che lavori sistematicamente per promuovere le lotte e per far sì che esse, unificandosi, si pongano su un terreno di alternativa politica ai governi della borghesia.

È fondamentale intervenire al più presto nella classe operaia, a partire dal prossimo autunno. I governi della borghesia possono (e devono) essere sconfitti solo da una mobilitazione indipendente dei lavoratori, a partire dagli attivisti combattivi del sindacalismo di base e dell’opposizione nella CGIL. È imprescindibile che i gruppi che vogliono costruire una sinistra di classe lottino per un programma di rivendicazioni in grado di rompere la gabbia dell’austerità. Noi pensiamo che questo programma debba essere promosso con una campagna sistematica unitaria di agitazione col metodo del fronte unico. Aldilà di storie diverse e tradizioni politiche, proponiamo alla sinistra di classe e ai militanti del sindacalismo di base che non condividono il settarismo (e molte volte l’opportunismo) dei propri gruppi dirigenti di definire insieme termini, modalità e contenuti di tale campagna. Offriamo come contributo alla discussione un insieme di rivendicazioni che riteniamo centrali e imprescindibili nel tentativo necessario di ricomporre l’unità dei lavoratori (precari, disoccupati, a tempo indeterminato, migranti):

– Salario minimo di 1500 euro netti

– Riduzione della giornata e della settimana lavorativa a parità di salario, 6 ore al giorno e 30 ore alla settimana

Abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi del precariato, trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo pieno e indeterminato

Abolizione della legge Fornero e ritorno al sistema retributivo, ossia finanziato dalla fiscalità generale, con pensioni pari all’80% dell’ultimo salario e non inferiori a 1300 euro al mese

– Sistema pensionistico con massimo 30 anni di lavoro o 57 anni di età, 55 per i lavori più usuranti

Salario sociale ai disoccupati di almeno 1000 euro netti

Abolizione dei centri di permanenza temporanea;

Permesso di soggiorno per tutti e Cittadinanza italiana con pieni diritti politici (a partire dal diritto di voto) a tutti gli stranieri presenti sul territorio italiano da almeno tre mesi

Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle aziende che licenziano e delle fabbriche che inquinano

No al pagamento del debito pubblico con Nazionalizzazione senza indennizzo di banche e assicurazioni e di tutto il sistema creditizio

Prospettiva Operaia

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