“Coraggiosi e virili” contro la barbarie capitalista

di Ana Belinco

L’acuirsi della crisi capitalistica globale e l’ascesa della lotta di classe rilancia la discussione sulla strategia per porre fine alla “violenza patriarcale”: rivoluzione decostruttiva o cambiamento delle condizioni materialistiche (storiche) dell’esistenza? Una sintesi dialettica come superamento di binarismi falliti.

Decostruzione

La Nación, in un recente articolo intitolato ¨Ni virile né coraggioso. La sfida di una mascolinità che rompe con gli stereotipi,” afferma che la causa della violenza maschile e della disuguaglianza sarebbe ¨il modello egemonico di mascolinità¨. Questo “modello”, si legge, dovrebbe essere decostruito in famiglia e a scuola, educando e mettendo in discussione i micro-machismi e gli stereotipi di tutti i giorni. La risoluzione dell’alto tasso di femminicidio e di violenza maschile è presentata come una battaglia culturale-ideologica. Ma andando più a fondo della questione, diventa chiaro che non importa quante decostruzioni linguistiche vengano promosse, se non si attaccano le condizioni materialistiche (storiche) dell’esistenza che generano relazioni sociali basate sulla reificazione e la mercificazione degli esseri umani, la violenza si riproduce come fattore inerente al sistema capitalistico.

Niente di nuovo sotto il sole

La Nación non solleva un nuovo dibattito. Negli anni ’60 e ’70, il post-strutturalismo si condensa in una discussione con il Maggio Francese e si struttura come una corrente ideologica politica contro l’organizzazione del movimento operaio-studentesco. Secondo le loro proposte, se il problema non è nel mondo materiale e se i poteri non sono centrali, si diffondono nella società civile come reti di micro-potenza. Così, il ruolo dello Stato capitalista come gestore e stabilizzatore dello sfruttamento e della violenza sistemica è stato nascosto. Da questo punto di vista la lotta di classe non rappresenterebbe la via d’uscita. È necessario decostruire, deprogrammare i generi, le sessualità e le relazioni per andare verso un mondo più umano, ma sempre capitalista. Ossimoro totale. Non è un caso che queste discussioni stiano riemergendo nel caldo del fallimento di un regime globale e della crescente lotta di classe dall’Iran al Cile. È l’espressione del tentativo di distogliere l’attenzione dall’obiettivo principale: la necessità della presa del potere politico da parte del proletariato come base necessaria per una trasformazione delle relazioni sociali e per l’emancipazione sotto il socialismo. Sfidare la violenza in generale attribuendola a una “natura maschile” porta alla paralisi degli sfruttati che dovranno ricorrere alla violenza rivoluzionaria per liberarsi.

Prospettive in competizione

Mentre le femministe culturaliste sono rovesciate dalla decostruzione del “femminile” e del “maschile” come categorie astratte, le femministe radicali promuovono il separatismo tra uomini e donne da un biologismo dilagante. Entrambi i settori abbandonano una prospettiva strategica per attaccare lo stato capitalista e si concentrano sulle “mascolinità tossiche” dei singoli soggetti. Di fronte a queste proposte polarizzanti, noi socialisti rivoluzionari proponiamo la necessità di attaccare le basi materialistiche (storiche) dello sfruttamento capitalistico e di lottare contro la sovrastruttura politico-ideologica che le sostiene. Questa lotta si svolge insieme agli uomini della nostra classe, rompendo l’inquadramento che la borghesia cerca di imporre al movimento operaio. Questa è la prospettiva che cerchiamo di estendere nel movimento delle donne, che ha un enorme potenziale revulsivo, anche se è ancora limitato dal suo carattere policlassista e dalle correnti riformiste che ne contestano la direzione nel perseguimento di richieste parziali estranee al nord strategico dell’acquisizione. Per questo motivo ci battiamo per trasformarlo in un movimento rivoluzionario e porre fine una volta per tutte alla violenza.

Quindi, coraggiosi e virili, tutti voi contro la violenza capitalista!

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