Il parziale passaggio di consegne di Raúl Castro. Dove va Cuba?

Di Jorge Altamira

Il passaggio di consegne di Raul Castro ha sollevato ancora una volta ogni sorta di commenti sulle prospettive politiche di Cuba. Una buona parte della stampa cerca una risposta, come di consueto in questo incontro, nella storia e nella personalità di Miguel Díaz-Canel, il nuovo capo dello stato. L’unica cosa certa che si può dire a questo punto è che non godrà della stabilità o della autonomia di potere dei suoi due predecessori. Raúl, lontano dal ritirarsi, conserva, almeno fino al 2021, la posizione ancora più decisiva di segretario generale del Partito comunista.

Transizione

La transizione che potrebbe rappresentare Diaz-Canel è condizionata da un processo più generale, che è stato avviato da Fidel, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tuttavia, da molto prima di questo crollo epocale, la transizione in questione non ha avuto nulla a che vedere con il socialismo, ma con un inserimento nel mercato mondiale, anche di fronte al blocco che l’imperialismo americano ha esercitato contro l’isola fin da subito dopo la Rivoluzione cubana. Da quando la rivoluzione si fermò nel suo sviluppo storico e fu politicamente congelata in un regime monopartitico e in un’alleanza con la burocrazia di Mosca, la questione della transizione al socialismo fu esclusa dall’agenda politica e sociale del paese. Le transizioni al socialismo sono legate al carattere di classe del potere politico – che, a Cuba, non ha mai assunto il carattere di un regime operaio o, per usare un’espressione più rigorosa, la dittatura del proletariato. L’isolamento della rivoluzione cubana, anche in America Latina, e il riflusso della rivoluzione mondiale, condizionarono il suo ulteriore sviluppo. La stessa conseguenza ebbe anche l’avventurismo politico della sua leadership (foquismo) in relazione alla crisi globale del continente e ai suoi processi di lotta e riconfigurazione delle sue avanguardie.

Gli oppositori della Rivoluzione, decisi a descrivere il suo “fallimento”, dimenticano che potenze capitaliste grandi e meno grandi hanno applicato un implacabile sabotaggio economico e politico contro la nazione cubana, al fine di confinarla in una sorta di esilio internazionale.

Modello cinese

Il valore aggiunto dell’economia cubana rappresenta un terzo in meno di quello che si generava al momento della dissoluzione dell’URSS. L’impatto politico fu persino più alto di quello economico, poiché la leadership castrista governava con una prospettiva complessiva estranea a questa possibilità, il che si manifestava in un’integrazione al blocco socialista, che impegnava Cuba in uno schema logistico industriale e arretrato – in relazione a l’economia mondiale. Cuba ha dovuto affrontare, quindi, più di una transizione, una ristrutturazione dell’economia interna.

Fino ad oggi, Cuba cerca di seguire il cosiddetto ‘modello cinese’ o ‘vietnamita’, che si differenzia dalla vendita all’asta dei beni dello Stato che ha seguito la Russia negli anni ’90, con lo svantaggio che gli manca, ovviamente, il mercato di questi paesi ed è soggetto all’embargo nordamericano. E’ così che, come in origine in Cina, sono state istituite “zone franche” per il capitale straniero, una precaria privatizzazione delle terre agricole e un commercio urbano minimo. I risultati, una crescita del 2/3% del PIL, sono lontani dal 7% della base annuale che è considerata necessaria per sviluppare l’economia. L’esperienza delle “zone franche” non è stata generalizzata all’economia, come è successo in Cina; vale a dire, costituisce un tentativo di restaurazione capitalista monco. Né tantomeno la produzione di cibo e il consumo generale sono aumentati in modo significativo; Il 60% viene importato, anche per rifornire i negozi speciali che si rivolgono ai turisti e ai titolari di valuta estera in generale – cioè, si ottiene valuta estera che è stata spesa in precedenza.

Il governo ha licenziato centinaia di migliaia di persone due anni fa, con lo scopo, certamente non socialista, di risolvere la mancanza di redditività delle aziende statali, un “aggiustamento” che non è ancora riuscito a spostare l’amperometro degli squilibri economici. L’aspettativa di attrarre investimenti brasiliani non è stata soddisfatta, nonostante le commesse che Lula ha procurato a Odebrecht. La crisi in Venezuela ha privato Cuba di carburante ad un prezzo inferiore al prezzo internazionale, il che rappresenta un duro colpo economico. I due principali partner economici di Cuba, attualmente Cina e Russia, in pieno restaurazione capitalista, appoggiano una ristrutturazione dell’economia sulla base di un tasso di profitto internazionale.

 

Industria e campagna

Secondo numerosi specialisti, almeno la metà dell’industria cubana dovrebbe essere ristrutturata o chiusa, a causa del costo che rappresenta per lo Stato. Un ‘aggiustamento’, in termini capitalistici, scatenerebbe un’esplosione sociale; si tratta, inoltre, di un’industria nelle mani delle forze armate, il che implicherebbe uno scontro con interessi potenti. Il fitto agricolo, nel frattempo, che mira a incoraggiare l’interesse privato, è limitato della mancanza di un mercato all’ingrosso per i prezzi, dal momento che la commercializzazione circola per mezzo dello stato.

L’altra questione decisiva, di cui si discute dagli anni ’90, è  quella monetaria. A Cuba circola una valuta “dollarizzata”, il CUC, che viene utilizzato nel libero mercato, come il turismo, e un’altra “pesificata”, il CUP, che paga i salari. È un sistema di svalutazione strutturale della forza lavoro – che non compensa i servizi gratuiti, che è più difficile da mantenere. Il divario tra entrate dollarizzate e le spese pesificate rimane nelle mani dello Stato, che la usa per sovvenzionare l’industria non redditizia. Raúl ha dichiarato che “la questione (monetaria) non può essere ulteriormente rinviata nella sua soluzione”. L’unificazione monetaria comporterebbe un sistema di prezzi molto più elevato di quello che attualmente consente la fornitura al popolo, e anche un sistema di conversione del peso cubano al dollaro.

Chi ristrutturerà

La distorsione monetaria impedisce una ristrutturazione industriale, che richiede un sistema di costi chiari. La questione è chi la realizzerà: i lavoratori o la burocrazia. Da un lato, la ristrutturazione dovrebbe rispondere a un piano generale che garantisca la piena occupazione nell’economia presa nel suo insieme. Dall’altro, deve garantire che il reddito della forza lavoro assicuri l’acquisizione, quanto meno, del necessario per una famiglia. Il controllo operaio e l’indipendenza e la democrazia dei sindacati sono gli strumenti politici che devono essere presenti e persino condurre una ristrutturazione dell’intera economia. In conclusione, questo pone il tema della libertà politica, che consenta la formazione di un partito del mondo del lavoro.
È a partire da un programma di queste caratteristiche che il proletariato di Cuba può riconquistare un’indipendenza politica che ha perso molto tempo fa.41948.jpg

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