Dove sta andando la Cina? Tra la guerra commerciale e la restaurazione capitalista

Di Pablo Heller

 

L’escalation della guerra commerciale che il governo degli Stati Uniti sta conducendo contro la Cina, con l’aumento dei dazi all’import di acciaio e alluminio, non è il principale punto di attrito nelle relazioni tra i due paesi. Le importazioni dalla Cina in questi settori rappresentano una piccola percentuale del mercato nordamericano. La posta in gioco è un pacchetto più ampio, il che è stato esposto con le minacce di Trump di ampliare l’elenco dei prodotti, questa volta per un valore di 100 miliardi di dollari. L’amministrazione statunitense sta puntando alla concorrenza cinese nel settore di alta gamma, a maggior ragione dopo l’annuncio del regime Xi Jinping di voler trasformare la Cina in un leader tecnologico in settori quali la robotica, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni e i prodotti farmaceutici. I telefoni cellulari prodotti in fabbriche cinesi, computer e accessori esportati negli Stati Uniti per un totale di 150 miliardi dollari, sono considerati una minaccia diretta al dominio economico e militare degli Stati Uniti.

Il consulente commerciale della Casa Bianca Peter Navarro, un architetto chiave di misure di guerra commerciale, ha dichiarato: “Se essi [la Cina] fondamentalmente assumono il controllo di questo terreno tecnologico sottraendolo a noi, non avremo un futuro come paese nei termini della nostra economia e della nostra sicurezza nazionale.

L’azione della Casa Bianca include anche il blocco di numerose associazioni di imprese cinesi con il capitale di società tecnologiche strategiche statunitensi. Su questa linea, ha posto il veto all’acquisizione di Qualcomm, un gigante dei superconduttori, da parte di una società di Singapore il cui capitale è influenzato da Huawei, il più grande produttore cinese di chip. Inoltre, insieme al Regno Unito, ha vietato l’attività della società di telecomunicazioni ZTE in entrambi i paesi per motivi di “sicurezza nazionale”.

 

Apertura

Questo gioco di ritorsioni e pressioni ha lo scopo di forzare l’apertura dell’economia cinese, di colonizzarla e di portare il processo di restaurazione capitalista alle sue ultime conseguenze. Questo è al centro del conflitto con la Corea del Nord, che, come hanno sottolineato diversi analisti, è un tiro mancino contro la Cina, il paese che ha i legami più stretti con il regime nordcoreano. L’attacco contro di essa è stato utilizzato dagli Stati Uniti per rafforzare la sua presenza militare nella regione e quindi per lanciare un monito contro Pechino.

Il regime cinese ha dato segni di muoversi verso un’apertura. Ha presentato un calendario per l’abolizione di tutte le restrizioni di proprietà sui costruttori di automobili stranieri che operano in Cina. Tra massimo cinque anni sarà eliminato l’attuale limite che impone alle imprese straniere di detenere fino al 50% delle joint ventures con produttori locali. In altre parole, produttori come Volkswagen, BMW, Ford o Toyota potranno produrre in Cina senza dover condividere l’attività e i profitti con i loro partner locali. O almeno possedere una partecipazione di maggioranza delle proprie filiali nel paese.

Sebbene il governo cinese abbia negato che l’annuncio serva a pacificare l’attuale controversia commerciale con gli Stati Uniti, alcuni lo interpretano come un occhiolino a Trump, che ha ripetutamente lamentato gli ostacoli di Pechino all’importazione di veicoli statunitensi (tassati al 25%) e le condizioni che impone per la loro produzione sul suo territorio. Nel 2018 la Cina abolirà anche le restrizioni alla produzione di aerei e navi da parte di imprese straniere, settori nei quali ci sono quote massime di proprietà analoghe a quelle del settore automobilistico.

 

Riforme

Tali misure sono in linea con il piano di riforme promosso da Xi Jinping. Una delle sue priorità è consentire l’ingresso di capitali privati nelle imprese di proprietà statale (SOE, in inglese), che sono generalmente fortemente indebitate e in molti casi non redditizie. Il debito di queste imprese, che sono state finanziate a basso costo da banche statali, generando un rapporto di indebitamento eccessivo, è uno dei principali problemi della Cina. L’economia cinese è seduta su una montagna di debiti: si è passati dai 7 mila miliardi di dollari nel 2007 ai 30 mila miliardi di dollari oggi, il che rappresenta il 282 per cento del PIL. La metà dei debiti delle famiglie e delle persone fisiche, delle società non finanziarie e dello Stato è associata all’attività immobiliare. Il debito delle imprese cinesi è diventato uno dei più alti al mondo (125 per cento del PIL) e comprende imprese statali e private. Questa situazione è diventata insostenibile e non può protrarsi a lungo. L’annunciata “deregolamentazione” prevede che le imprese che non sono competitive vengano riformate attraverso chiusure o acquisizioni, consentendo un processo di concentrazione e di acquisizione del mercato da parte delle grandi imprese. Un timore fondato delle autorità cinesi è che ciò provochi un forte calo del PIL e, di conseguenza, una massiccia perdita di posti di lavoro, che potrebbe portare a una reazione sociale incontrollabile. Ciò spiega le esitazioni di Pechino nell’attuazione del piano. “Nonostante le speranze siano riposte nei prossimi movimenti di Xi, c’è un certo scetticismo riguardo la velocità e l’efficacia delle sue riforme”.

 

Transizione

In questa situazione, la leadership ha inviato le cellule del Partito Comunista Cinese (PCC) a controllare le aziende. A loro volta, secondo i ben informati, si moltiplicano gli arresti e le incarcerazioni di capitalisti corrotti. D’altro canto, l’aumento della disoccupazione che deriverebbe dalle riforme in preparazione è impraticabile senza una rete di sicurezza sociale, il che spiegherebbe perché le autorità cinesi stanno prendendo in considerazione una riforma del sistema di sicurezza sociale.

Ma questo interventismo è impotente di fronte alle crescenti contraddizioni che la politica ufficiale sta accumulando. Lo Stato, in Cina, opera come unificatore dei vari capitali pubblici e privati. Né in Russia né in Cina si è sviluppata una borghesia di classe, poiché in entrambi i casi essa è mediata dallo Stato, il quale conserva gran parte della sua struttura burocratica ‘pre-capitalista’. Xi Jinping, un bonapartista speciale che ha ottenuto poteri eccezionali grazie alla rielezione a tempo indefinito, è costretto a conciliare la tendenza all’autonomia dei suoi protocapitalisti con la necessità di contenere la disintegrazione dei loro Stati. Le ex economie statali hanno incorporato nelle loro contraddizioni interne quelle ancora più violente dell’economia mondiale. La Cina sta entrando in una fase più convulsa della restaurazione capitalista, il che prepara il terreno per un più ampio intervento da parte della classe operaia.

 

42060

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...