Rosa Luxemburg in difesa del “catastrofismo”

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Pubblichiamo questo testo di Rosa Luxemburg, tratto da una delle sue opere più importanti, “Riforma sociale o Rivoluzione?” poiché in esso è magnificamente spiegato perché i socialisti non possono rinunciare alla teoria del crollo senza rinunciare alla prospettiva della rivoluzione socialista. Al contrario, nessun partito rivoluzionario può costruirsi senza caratterizzare la società capitalista come naturalmente tendente alla catastrofe.Questo testo acquisisce ancora più importanza in questa fase di crisi del capitalismo, che ha ormai superato i dieci anni, la più grande dal 1929 è più estesa di quella del 1929. La tendenza alla lotta in molti paesi, anche industrializzati, e sopratutto le primavere arabe (con le loro sconfitte), hanno dimostrato che la questione all’ordine del giorno non è la maturità delle masse ma piuttosto la maturità della loro direzione politica. Ciò che manca,e va costruita con urgenza, è una nuova Internazionale Rivoluzionaria. Buona lettura.

Fonte: Rosa Luxemburg, Riforma sociale o Rivoluzione? (1899), parte II, capitolo IV.

4. Il crollo (Der Zusammenbruch)

Bernstein iniziò la sua revisione del programma socialdemocratico con la rinuncia alla teoria del crollo del capitalismo. Ma, poiché questa teoria è una pietra miliare del socialismo scientifico, rinunciandovi, egli rinunciò anche alla dottrina socialista, essendo costretto, per mantenere la sua prima posizione, ad abbandonare nel corso della polemica, una dopo l’altra, tutte le posizioni del socialismo.

Senza il crollo del capitalismo, l’esproprio della classe capitalista è impossibile. Pertanto, Bernstein rinuncia all’esproprio e propone una graduale attuazione del principio cooperativo come obiettivo del movimento operaio.

Ma il cooperativismo non può prosperare nel bel mezzo della produzione capitalista. Bernstein rinuncia quindi alla socializzazione della produzione e propone una riforma commerciale e lo sviluppo delle cooperative di consumo.

Ma la trasformazione della società attraverso le cooperative di consumo, anche con i sindacati, non è compatibile con il reale sviluppo materiale della società capitalista. Bernstein rinuncia quindi alla concezione materialistica della storia.

Ma la sua concezione del corso dello sviluppo economico non è compatibile con la legge marxista del plusvalore. Bernstein rinuncia quindi alla legge del plusvalore e alla legge del valore, e quindi a tutta la teoria economica di Karl Marx.

Ma la lotta del proletariato non può svilupparsi senza un chiaro obiettivo finale e senza una base economica nella società contemporanea. Bernstein rinuncia quindi alla lotta di classe e predica la riconciliazione con il liberalismo borghese.

Ma poiché in una società di classe la lotta di classe è un fenomeno naturale e inevitabile, Bernstein di conseguenza nega anche l’esistenza di classi nella nostra società. Per lui, la classe operaia non è altro che un gruppo di individui isolati dal punto di vista politico, intellettuale e persino economico. E nemmeno la borghesia, secondo Bernstein, si raggruppa politicamente sulla base di interessi economici interni, ma solo a causa di pressioni esterne dall’alto o dal basso.

Ma se non c’è una base economica per la lotta di classe e, di conseguenza, nessuna classe sociale, la lotta presente e futura del proletariato contro la borghesia è impossibile e la stessa democrazia sociale e i suoi successi incomprensibili. Oppure possono essere comprese solo a causa della pressione politica del governo, cioè non come una conseguenza naturale dello sviluppo storico, ma come una conseguenza fortuita della politica degli Hohenzollern, non come un figlio legittimo della società capitalista, ma come un bastardo della reazione. Così, spinto da una logica potente, Bernstein passa dalla concezione materialistica della storia al punto di vista della Frankfurter Zeitung e della Vossischer Zeitung.

Una volta che si rinuncia a tutta la critica socialista alla società borghese, non resta che considerare che, in termini generali, l’esistente è soddisfacente. Nemmeno questo fa vacillare Bernstein, che non vede la reazione in Germania come forte e per il quale nei paesi dell’Europa occidentale “la reazione politica non è molto visibile” e in quasi tutti “l’atteggiamento delle classi borghesi nei confronti del movimento socialista è, nella migliore delle ipotesi, un atteggiamento difensivo, e non di oppressione” (Vorwärts, 26/3/1899). La situazione dei lavoratori, lungi dal peggiorare, sta migliorando sempre di più, la borghesia è politicamente progressista e anche moralmente sana, non c’è reazione o oppressione…. tutto migliorerà nel migliore dei mondi.

E così, in una sequenza logica, Bernstein segue la strada dalla A alla Z. Ha iniziato rinunciando alla fine a favore del movimento. Ma poiché non ci può essere movimento socialdemocratico senza un fine ultimo socialista, Bernstein finisce per rinunciare al movimento stesso.

In questo modo, l’intera concezione bernsteiniana del socialismo crolla. L’edificio fermo, simmetrico e meraviglioso del pensiero marxista è ridotto da Bernstein a un enorme cumulo di macerie in cui i detriti di tutti i sistemi e i pezzi di pensiero delle menti grandi e piccole trovano una tomba comune. Marx e Proudhon, Leo von Buch e Franz Oppenheimer, Friedrich Albert Lange e Kant, Prokopovitch e Ritter von Neupauer, Herkner e Schulze-Gavernitz, Lassalle e il professor Julius Wolf, hanno tutti contribuito con il loro oboe al sistema di Bernstein e da tutti hanno tratto qualcosa. Non è sorprendente! Abbandonando il punto di vista di classe, ha perso la bussola politica; abbandonando il socialismo scientifico, ha perso l’asse di cristallizzazione intellettuale attorno al quale organizzare gli eventi isolati nell’insieme organico di una visione coerente del mondo.

A prima vista, la sua dottrina, composta con le briciole di tutti i sistemi possibili, sembra essere completamente imparziale. Bernstein non vuole avere nulla a che fare con una “scienza dei partiti” o, più correttamente, con una scienza di classe, né con un liberalismo o una morale di classe. Crede nella difesa di una scienza umana generale, astratta, di un liberalismo astratto, di una morale astratta. Ma poiché la società reale è composta da classi che hanno interessi, scopi e concezioni diametralmente opposti, per il momento risulta essere pura fantasia, autoinganno, parlare di una scienza umana generale delle questioni sociali, di un liberalismo astratto, di una moralità astratta. La scienza, la democrazia e la moralità che Bernstein considera umane e universali non sono altro che la scienza, la democrazia e la moralità dominante, cioè la scienza, la democrazia e la moralità della borghesia.

Infatti. Rinunciando al sistema economico marxista per giurare fedeltà agli insegnamenti di Brentano, Bohm-Bawerk, Jevons, Say, Julius Wolf, cosa fa se non cambiare il fondamento scientifico dell’emancipazione della classe operaia per le scuse della borghesia? E quando parla del carattere umano universale del liberalismo e trasforma il socialismo in una varietà di liberalismo, che cosa fa se non togliere al socialismo il suo carattere di classe, il suo contenuto storico, cioè tutto il suo contenuto, per trasformare la borghesia, la classe storicamente rappresentata dal liberalismo, nel difensore degli interessi generali dell’umanità?

E quando Bernstein si esprime contro “l’elevazione dei fattori materiali allo status di forze onnipotenti dello sviluppo”, e quando si oppone “al disprezzo degli ideali” da parte della socialdemocrazia, ed esalta l’idealismo e la morale mentre si esprime contro l’unica fonte della rinascita morale del proletariato, la lotta di classe rivoluzionaria, cosa altro fa se non predicare alla classe operaia la quintessenza della morale borghese, cioè la riconciliazione con l’ordine stabilito e l’inserimento di ogni speranza nell’aldilà?

Infine, nel dirigere i suoi dardi più forti contro la dialettica, che cosa fa se non combattere il pensiero specifico del proletariato cosciente nella sua lotta per l’emancipazione? Cioè, cercare di spezzare la spada che ha aiutato il proletariato a strappare l’oscurità del suo divenire storico, a cercare di intaccare l’arma intellettuale con il cui aiuto il proletariato, pur continuando materialmente sotto il giogo borghese, è capace di sconfiggere la borghesia, dimostrando il carattere transitorio dell’attuale ordine sociale e l’inevitabilità della sua vittoria, l’arma intellettuale che sta già facendo la rivoluzione nel mondo del pensiero. Lasciando la dialettica e cavalcando l’altaleno intellettuale del “da un lato… e dall’altro”, “sì, ma non”, “anche se… ma non”, “più o meno”, Bernstein cade nello schema di pensiero storicamente limitato della borghesia decadente, uno schema che è un riflesso intellettuale della sua esistenza sociale e azione politica (Caprivi-Hohenlohe, Berlepsch-Posadowsky, decreti di progetti di febbraio-carcerazione). Il “da un lato… e dall’altro’, “sì, ma non”, i dubbi politici e i dilemmi della borghesia contemporanea hanno lo stesso carattere del modo di pensare di Bernstein, e il suo modo di pensare è la prova migliore della natura borghese della sua visione del mondo.

Ma per Bernstein il termine “borghese” non è più un’espressione di classe, ma un concetto sociale generale. Questo significa che, costantemente fino alla fine, insieme alla scienza, alla morale e al modo di pensare, Bernstein ha cambiato anche il linguaggio storico del proletariato per quello della borghesia. Definendo indistintamente “cittadini” la borghesia e il proletariato, per porre fine ad antagonismi anche verbali, Bernstein identifica l’uomo in generale con la società borghese e la società umana con la società borghese.

Originale in tedesco: Rosa Luxemburg: Sozialreform oder Revolution? Mit einem Anhang: Miliz und Militarismus, Leipzig: Leipziger Volkszeitung, Februar 1899, pp. 56-59.

 

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