La posta in gioco in Corea

Di Jorge Altamira

 

Venerdì scorso, i capi di governo della Corea, del Nord e del Sud, hanno annunciato l’imminente firma di un trattato di pace nel corso di una cerimonia la cui coreografia è stata preparata con la meticolosità caratteristica dello spettacolo politico. I leader di tutto il mondo hanno salutato la stretta di mano dei leader e la Borsa di Seoul ha anticipato l’evento con rialzi elevati. La Hyundai, esponente di spicco del capitale del sud, ha guadagnato il 28 per cento mentre si abbassava il tasso di assicurazione contro il “default”. Il Financial Times (25/4), che registra la notizia, commenta che Hyundai è l’azienda più esperta nel settore edile della Corea del Nord e che ha “lavorato a progetti di alto profilo, compresi quelli relativi gli hotel nel sud-est, uno stadio a Pyongyang e a un complesso industriale vicino alla zona smilitarizzata”. Il “chaebol” (holding) sudcoreano e i “comunisti” nordcoreani sono vecchi conoscenti.

 

“Fuoco e furia”

Dopo due anni di test missilistici da parte della Corea del Nord, con la capacità di trasportare testate nucleari, comprese alcune a lungo raggio, che potrebbero raggiungere la costa occidentale degli Stati Uniti, come dovrebbe essere interpretata questa apparente virata di 180°? Nello stesso periodo, il governo Trump trasferì una armata carica di missili nucleari nel Nord-est asiatico con l’intenzione proclamata di scatenare “fuoco e furia” sulla Corea del Nord. Ha anche ottenuto qualcosa di sorprendente all’inizio –  che Russia e Cina si sono unite all’intensificazione dell’embargo economico contro il regime di Kim Jong-un. In diverse occasioni, il Financial Times ha citato fonti in Cina che mettevano in guardia da una discussione politica sulla possibilità che la Cina potesse accompagnare Trump in un attacco contro la Corea del Nord. L’agenzia di stampa russa, Russia Today, ha lanciato l’ultimo avvertimento della Russia: “Non possiamo tollerare i test nucleari della Corea del Nord nei pressi dei nostri confini” (18/4). In altre parole, una settimana prima del “giorno storico” nella zona smilitarizzata del confine, la pressione per la “denuclearizzazione” della Corea del Nord proseguiva senza sosta.

Trump si è affrettato a celebrare l’incontro tra Kim Jong-un, il leader del Nord, e Moon Jae-in, quello del Sud, come conseguenza della sua politica di guerra estrema e di inasprimento economico. Un osservatore specializzato sostiene, però, il contrario, perché è stato proprio sotto l’amministrazione Trump (e nell’ultima fase di Obama), che la Corea del Nord ha condotto i suoi test militari più significativi. D’altro canto, l’iniziativa presa dal capo del governo sudcoreano era già stata annunciata nella campagna elettorale che ha portato alla sua vittoria. È stato l’orientamento strategico del centro-sinistra sin dai precedenti mandati, bloccato dagli statunitensi e da crisi internazionali.

Questa strategia, che si chiama Sunshine, sostiene la penetrazione economica nel Nord, sotto la tutela politica dello stato di polizia in presenza. Questa proposta di “riunificazione” della penisola, che evita l’unificazione dello Stato, ha preso slancio in seguito al crollo della destra sudcoreana, opposta a quella solare, il cui ultimo governo è finito in prigione per atti di corruzione.

 

Capitalismo alla nordcoreana

 

È quindi indubbio che, nel contesto di un’eccezionale estorsione internazionale, da un lato, e di minacce di guerra e controguerra, dall’altro, il regime di Kim Jong-un abbia accompagnato l’iniziativa di raggiungere un accordo di pace, sotto la pressione dei propri interessi sociali, come ha cercato di fare in passato. Nel 2009 Goldmann Sachs ha previsto che il prodotto interno lordo di una Corea unificata potrebbe superare quello di Francia, Germania e persino Giappone in 30 anni, indicando l’enorme ricchezza mineraria della Corea del Nord. L’aspettativa di unificazione della banca era del tipo Hong Kong-Cina, non come quella tedesca.

 

Tale accordo di pace, tuttavia, richiede il sostegno degli Stati Uniti e della Cina, anche perché sono i firmatari dell’armistizio in vigore dal 1953, anno in cui si è conclusa la guerra di Corea. La sfida politica strategica per le masse lavoratrici del Nord e del Sud è la capacità di imporre, attraverso la mobilitazione e la costruzione di un’alternativa politica indipendente, l’autonomia politica della Corea nel suo insieme, di fronte alle pressioni e ai condizionamenti dell’imperialismo statunitense, da un lato, e del restaurazionismo capitalista cinese, dall’altro. Trump e il cinese XI Jinping sono relativamente uniti nell’impedire che la crisi coreana si trasformi in un processo autonomo.

 

Il piatto forte di questo processo, tuttavia, non è stato ancora stato servito. Sebbene l’ex direttore della CIA e attuale segretario di Stato Mark Pompeio abbia recentemente incontrato Kim a Pyongyang, i risultati dell’incontro non sono stati conclusivi. La Corea del Nord accetterebbe una “denuclearizzazione” solo quando tutte le condizioni di un accordo globale fossero soddisfatte; Trump chiede che sia il punto di partenza. Per la Corea del Nord, la “denuclearizzazione” al termine del processo diplomatico deve comprendere la chiusura delle basi americane nel Sud ed anche delle forze nucleari statunitensi nel Nord-est asiatico. Tutto questo è ciò che Trump e Kim dovrebbero discutere in una riunione programmata, anche se non datata, se le condizioni minime di entrambi vengono accettate per prime. L’imperialismo statunitense, tuttavia, non ha una posizione unitaria, perché per molti gruppi di potere la richiesta di “denuclearizzazione” dovrebbe essere sostituita da un controllo “intrusivo” dei siti e degli arsenali della Corea del Nord, in modo da non ritardare un processo di colonizzazione economica che metterebbe in atto molti attori capitalisti che sono attualmente messi in ombra dall’onnipresenza del regime burocratico-poliziesco. Secondo molti osservatori, questa variante sarebbe la più preoccupante per il regime di Pechino, perché potrebbe portare all’egemonia americana nella Corea del Nord.

 

Crisi globale

 

È evidente che la questione coreana è condizionata da una crisi globale, che va dal riemergere di tendenze a uno scontro finanziario, da una guerra economica a crisi politiche in diversi Stati, con il centro occupato dagli scontri tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro – senza minimizzare gli scontri commerciali di Trump con l’Unione Europea. In questo scenario, la rottura promessa da Trump del trattato nucleare con l’Iran, firmato da tutte le grandi potenze, è di grande importanza. La guerra in Medio Oriente non è solo alimentata dalla richiesta che l’Iran si ritiri dalla Siria e dal Libano e abbandoni lo spazio geopolitico che si estende fino al Mediterraneo, occupato da Israele e dall’Arabia Saudita. Significa anche un semaforo rosso sulla questione coreana, perché rafforza la sfiducia nel fatto che Trump rispetterà i termini degli accordi che saranno firmati. I negoziati di pace, per quanto riguarda la Corea, sono presentati come una lotta politica che prelude alla guerra che afferma di voler evitare.

 

La diplomazia è sempre stata un gioco di mafia delle grandi potenze, ma è chiaro che la sua degenerazione ha raggiunto livelli molto più alti dopo la dissoluzione dell’URSS. Tutti gli accordi firmati dalla NATO con la burocrazia russa sono stati buttati  nella pattumiera – dall’annessione della Germania dell’Est, al bombardamento e alla frammentazione della Jugoslavia, all’assalto alla periferia dell’ex Unione Sovietica, fino all’ultima annessione virtuale dell’Ucraina. Macron e Merkel hanno già annunciato che chiederanno all’Iran di rivedere l’accordo, con particolare enfasi sul contenimento politico delle crisi in Siria, Bahrain, Qatar, Yemen, Libano – cioè di accogliere con favore l’espansione criminale del sionismo.

 

Le masse e gli apparati

 

Secondo i sondaggi, la stragrande maggioranza dei coreani sostiene un accordo di pace e persino, a determinate condizioni, l’unificazione della penisola. Indubbiamente, sono sostenuti in parte dal potere politico, che cerca il sostegno popolare per conseguire il Sunshine. A Seul si sono svolte massicce manifestazioni di giovani a favore di un accordo di pace, che però potrebbero passare dalle contraddizioni dell’intero processo fino alla richiesta di un’unificazione autonoma e democratica. Questo sviluppo dimostra l’enorme ruolo strategico che la classe operaia, che ha una tradizione di enorme combattività nel Sud, potrebbe svolgere. La rivendicazione di un’Assemblea costituente liberamente eletta nell’intera Corea sarebbe un colpo straordinario contro l’imperialismo e il restaurazionismo, che lottano per una nuova divisione della Corea, e libererebbe le masse coreane dal giogo dello Stato di polizia, che caratterizza non solo il Nord, ma anche il super sfruttamento capitalistico del Sud. Una politica autonoma dei lavoratori coreani offrirebbe una nuova prospettiva a quelli del Giappone, il cui regime si trova ad affrontare una crisi politica terminale e che costituisce uno dei principali ostacoli a una soluzione autonoma, democratica e potenzialmente socialista per l’intera penisola coreana.

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