LA MAGISTRATURA E LA CLASSE OPERAIA

32078895_10214505700849848_3009546110441095168_n“Mentre non vi riuscirà di forzare la gente a credere che vi sia delitto dove delitto non v’è, riuscirete a trasformare il delitto in un atto lecito.” Karl Marx, dai “Dibattiti sulla legge contro i furti di legna”

 

La compagna del SI.Cobas Sonia Re, commentando recentemente in un post su Facebook i fatti relativi all’inchiesta Aemilia[i], denunciava:

“Come mafia capitale: Riciclaggio, appalti truccati e soprattutto sfruttamento della manodopera attraverso le cooperative. Padroni e Politici hanno tutto l’interesse nel tessere trame per spezzare le lotte e le gambe di chi si contrappone al loro opportunismo. Il Si.Cobas ha scoperchiato il marciume anni fa e continua ad imbattersi in situazioni dei lavoratori al limite. Per tutta risposta politica e magistratura anziché ringraziare inaspriscono le modalità repressive ed imbrigliano il diritto di sciopero.”

Le denunce di corruzione e collusione di settori della magistratura con la massoneria per aggiustare i processi, e la repressione contro i lavoratori e il sindacalismo combattivo che fanno i picchetti contro lo sfruttamento e la gestione mafiosa delle cooperative sono le due facce della stessa medaglia, quella della giustizia borghese. “La legge è uguale per tutti” è solo una vuota astrazione che serve a nascondere la realtà: la legge e la giustizia imperanti sono quelli della classe dominante. Questo è confermato nella pratica dal fatto che mentre le carceri sono piene di proletari e sottoproletari, immigrati e non, cioè dei più poveri della società, i parlamenti, fino alle massime cariche istituzionali, presidenti del consiglio e ministri, o i consigli di amministrazione di banche,  industrie private, enti pubblici, cioè gli organi del potere politico ed economico, pullulano invece di plurinquisiti, di bancarottieri, di corrotti e mafiosi, tanto che, con una proporzione quasi matematica, si può stabilire che più è alto il livello della corruzione, del furto, della frode, dell’appropriazione di ricchezza della società da parte di un uomo, più è alta la sua impunità e la sua posizione di potere. Non c’è da stupirsi, tutta la società borghese si basa sostanzialmente sul più grande furto della storia, quello dell’esproprio della stragrande maggioranza della società dei suoi mezzi di produzione. Ecco sciolto il paradosso per cui i veri ladri, gli espropriatori della società, i capitalisti, possono fare e amministrare le leggi in nome della “difesa della proprietà”, del diritto di proprietà, cioè della difesa del loro furto, del loro diritto a rubare, contro i proletari che, derubati dei mezzi di produzione, non hanno altro scelta che vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario. E se questo non basta per vivere, o devi ammazzarti di lavoro per guadagnarlo, allora devono ricorrere a scioperi, proteste, picchetti. E se poi un lavoro nemmeno l’hanno, allora non resta che il furto, la criminalità, l’illegalità quando il mercato non offre loro nemmeno la possibilità di vendere la propria forza lavoro, come accade per una parte consistente e sempre più crescente dello stesso esercito industriale di riserva fatto dai disoccupati nella nostra società. È questa una manifestazione di quella crisi della società borghese che prepara esplosioni rivoluzionarie, perché, come dicevano Marx ed Engels nel Manifesto, “la borghesia non è più capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo nemmeno nella schiavitù:”

Ogni società si è basata finora, come abbiam visto, sul contrasto fra classi di oppressori e classi di oppressi. Ma, per poter opprimere una classe, le debbono essere assicurate condizioni entro le quali essa possa per lo meno stentare la sua vita di schiava. Il servo della gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha potuto elevarsi a membro del comune, come il cittadino minuto, lavorando sotto il giogo dell’assolutismo feudale, ha potuto elevarsi a borghese. Ma l’operaio moderno, invece di elevarsi man mano che l’industria progredisce, scende sempre più al disotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa anche più rapidamente che la popolazione e la ricchezza. Da tutto ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di rimanere ancora più a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice. Non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può più vivere sotto la classe borghese, vale a dire la esistenza della classe borghese non è più compatibile con la società.”

Certo quando Marx ed Engels scrissero il Manifesto, potevano solo immaginare, nelle loro corrette previsioni, quanto avanti, con il persistere del sistema capitalistico, potesse andare il processo di proletarizzazione della società, sino a comprendere oggi settori consistenti dello stesso apparato di dominio borghese, lo stato appunto.

La borghesia non solo non è più capace di garantire “l’esistenza del proprio schiavo” ma anche del proprio servo. Questo fatto non riguarda più solo il proletariato classico dell’industria e dei settori annessi, ma ormai tocca anche settori sempre più ampi di salariati di recente proletarizzazione, come determinate categorie di impiegati del pubblico impiego, ad esempio, e degli apparati statali. Tra questi rientrano settori consistenti degli stessi appartati repressivi, in particolare della magistratura: i cosiddetti giudici precari. Il ritardo della rivoluzione socialista in Europa occidentale per tutto il secolo scorso sino ad oggi ha avuto come conseguenza che tutte le condizioni di questa rivoluzione maturassero ulteriormente, insieme alla putrescenza del capitalismo. Lo stato italiano ha visto ad esempio il completamento del suo passaggio da una “nazione” ancora prevalentemente contadina ad una proletaria e industriale solo nel secondo dopoguerra. Parallelamente all’ulteriore maturazione delle condizioni della rivoluzione (proletarizzazione, sviluppo delle forze produttive ben oltre i limiti dell’ordinamento borghese) il rinvio della rivoluzione unito alla costante pressione rivendicativa del proletariato, in un contesto internazionale caratterizzato dai rapporti di forza creati dalla rivoluzione d’ottobre hanno costretto la borghesia ad un ricorso straordinario ad una serie di contromisure per contenere l’ascesa politica del proletariato e scongiurare la rivoluzione e le tendenze dissolutive della propria società. La manifestazione più evidente di ciò è stata l’espansione sorprendente del ruolo dello stato, in tutte le sue funzioni, nella nostra economia e società. Il cosiddetto stato sociale, ad esempio, è stato il tentativo di disinnescare la minaccia incombente della rivoluzione sociale, che dopo il 1917 è divenuta una terribile realtà. Una tale espansione del ruolo dello stato non poteva essere più soddisfatta solo dal personale offerto dalla borghesia. Decine di migliaia di figli della classi medio-basse e ma pure di settori della borghesia intellettuale, e anche di importati settori del proletariato che ha potuto approfittare della scolarizzazione pubblica di massa, hanno visto il loro processo di proletarizzazione realizzarsi in maniera graduale e meno conflittuale, in certi casi addirittura conservatrice, nella loro integrazione come personale per la gestione delle funzioni sempre più complesse ed estese che richiedeva l’enorme espansione dello stato sociale e del ruolo dello stato in generale: si pensi alla scuola o alla sanità pubblica ad esempio. Lo stesso vale oggi per settori decisivi del potere statale come la magistratura. A questo proposito, un recentissimo servizio della trasmissione d’inchiesta di RaiTre Report[ii], ha messo in evidenza la condizione di migliaia di magistrati precari su cui si regge l’apparato repressivo dello stato borghese. Figure che nell’astrazione del principio di legalità si trovano a dover decidere non solo dei reati delle classi popolari, ma anche dei crimini della borghesia. E che sperimentano giorno dopo giorno, materialmente, sulla loro stessa pelle tutta la vuota astrazione della legge e l’impossibilità della realizzazione della giustizia in una società divisa in classi. Il servizio denuncia 5500 magistrati onorari (giudici onorari, Pm onorari, ecc.) precari da 20, 30 anni. Giudici a tutti gli effetti, che gestiscono processi per tutti i reati, dai più banali ai più importanti tra cui quelli di mafia e finanziari. Giudici assunti in base ai titoli per colmare la mole di lavoro degli uffici giudiziari, ma che guadagnano tra i 1000 e i 1500 euro, in certi casi anche meno di un operaio specializzato, senza alcuna garanzia contributiva e assistenziale: niente malattia, ferie, contributi, maternità. Giudici che lavorano in nero per lo stato e si trovano contemporaneamente a giudicare padroni per aver assunto in nero i propri dipendenti, è quello che denuncia ad esempio Raimondo Orrù, viceprocuratore onorario a Roma, 1200-1300 euro di stipendio mensile:

“Guardi, immaginate il paradosso della situazione attuale: cioè io sono privo di versamenti contributivi da parte dello Stato, dei contributi previdenziali, però devo accusare e far condannare chi nel privato non versa contributi ai propri dipendenti. Noi forse saremo un giorno titolari di pensione sociale.”

Questo paradosso vivente, in carne e ossa, serve da solo a spiegare tutta la contraddizione della legge e della giustizia nella società borghese divisa in classi. Della legalità senza giustizia della nostra società. Non è forse arrivato il momento di costruire il sindacalismo di base classista e combattivo anche tra i settori precari della magistratura? Non occorre una politica operaia e proletaria anche verso questi settori di nuovo proletariato? La storia ha dimostrato che tutte le volte che il movimento operaio ha saputo esprimere una direzione politica alternativa rispetto alla borghesia, è stato in grado di trascinare con sé altri settori decisivi e in crisi della società. L’esperienza della magistratura democratica nel secondo dopoguerra, fu resa possibile dall’ascesa del PCI e del movimento operaio con le lotte della fine degli anni ’60, una nuova generazione di magistrati inizio ad intervenire contro il sovversivismo delle classi dominanti (strategia della tensione) e contro l’oppressione padronale in fabbrica, pretori del lavoro, contro la giustizia di classe. Se quel movimento fu contenuto, dal PCI, nel quadro di una riforma e approfondimento del regime democratico borghese, di mera attuazione della Costituzione repubblicana antifascista (rivendicazione del CSM, libertà delle correnti nella magistratura, epurazione del codice dai residui dell’epoca fascista, magistratura del lavoro) fu solo perché il movimento operaio non aveva una direzione politica rivoluzionaria. Oggi resta comunque un grande spazio, di fronte all’approfondirsi della crisi capitalista e del regime borghese, che dimostrano l’esaurimento storico del ruolo della borghesia, la decadenza irreversibile della sua società, il fatto che la borghesia non può più essere classe dirigente della società, per la conquista di questi settori al socialismo e alla causa degli sfruttati. Migliaia di questi giudici sperimentano costantemente le contraddizioni più stridenti della società borghese, la contraddizione di magistrati che sono chiamati a far rispettare dalla legge dei diritti che a loro stessi non vengono riconosciuti, quella di magistrati che quotidianamente verificano quotidianamente (anche pagando con la pelle), la corruzione, il sovversivismo, l’illegalità e l’impunità, la mafia delle classi dominanti, e dall’altra la miseria che costringe alla criminalità le classi più povere e sfruttate. Un esempio recentissimo d’intervento in questi settori è stato l’agitazione del Partido Obrero in Argentina in occasione degli scioperi della polizia argentina, contro i salari in nero, anche in quel caso[iii]. In quell’occasione l’avanguardia politica del proletariato argentino comprese la frattura e la crisi che si apriva nello stesso apparato statale borghese, e vi intervenne rivendicando, parallelamente alla lotta contro il progetto di spionaggio di massa (Project X) aumenti salariali, la fine del lavoro nero e la proposta di un’unione sindacale indipendente con diritto di sciopero e di veto contro la repressione di operai e sfruttati.

Costruire, quindi un’organizzazione classista indipendente dei magistrati precari contro la lotta al precariato per il riconoscimento di pieni diritti e tutele, e ponendogli la questione della “giustizia borghese” ovvero della contraddizione insanabile tra principio di legalità e principio di giustizia nella società di classe, della corruzione e del sovversivismo delle classi dominanti in contrasto con la miseria dei poveri. Della necessità in altre parole del rovesciamento rivoluzionario della società borghese, che, detto in termini giuridici della genesi del diritto, significa sostituire la vecchia Costituzione formale, cioè l’ordinamento politico e economico attuale, non più corrispondente alla Costituzione materiale, cioè al livello di sviluppo delle forze produttive e dei nuovi rapporti tra le classi e dei bisogni emersi nella società. Della necessità di sostituire all’ordinamento borghese l’ordinamento proletario e socialista, come premessa del superamento del regno della necessità e della schiavitù del bisogno sulla cui ingiustizia si sono fondate le concrete basi di ogni società criminale, dall’epoca dello schiavismo ad oggi.

Carlo Abbagnale

 

[i] http://www.affaritaliani.it/cronache/aemilia-maxiprocesso-in-emilia-romagna-sara-aggiustato-da-massoni-e-toghe-537788.html

[ii] Trovi la trascrizione completa in PDF dell’inchiesta a questo link: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-12b4676c-4303-4649-8c91-1ef917c9f923.html

[iii] Vedi gli articoli su Prensa Obrera numero 1243, http://www.prensaobrera.com/prensaObrera/1243

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