Uscire fuori dal pantano del disfattismo. Prepararsi al ritorno della lotta di classe.

IL testo di rottura con il PCL di un gruppo di compagni che aderisce a Prospettiva Operaia

 

La crisi economica mondiale, scoppiata nel 2007 e più grande di quella del 1929, ha come unica soluzione capitalista una prospettiva inedita di barbarie, una guerra mondiale e la distruzione in massa di forze produttive. Questa gigantesca crisi di sovrapproduzione non ha trovato sostegno nella crescita dei BRICS, a loro volta colpiti dalla crisi dei consumi dei paesi occidentali. La difficoltà nel trovare una via d’uscita ha spianato la strada, nel centro dell’imperialismo mondiale, ossia negli Stati Uniti a Donald Trump e alla guerra commerciale. L’attuale presidente, lungi dall’essere un “incidente” è piuttosto l’espressione di una tendenza di una parte delle classi dominanti degli USA ad adoperare il ruolo che occupano nell’economia mondiale per colpire gli altri paesi imperialisti e per approfondire la restaurazione capitalista in Russia e in Cina, ai quali viene chiesto di aprire ulteriormente i propri mercati e l’accesso alle proprie risorse naturali. In questo contesto l’Unione Europea è in uno stato di completo disfacimento. L’impossibilità di procedere verso una maggiore integrazione e l’impraticabilità di ritornare ai mercati nazionali determinano un’impasse nella quale prosperano movimento “sovranisti”, che lontani dall’essere un’alternativa ai governi dell’austerità si caratterizzano piuttosto come serbatoio di riserva delle politiche delle classi dominanti, sullo scenario dell’esaurimento dei partiti tradizionali dell’establishment.

In questo contesto di crisi economica e politica spicca l’Italia, che è nell’occhio del ciclone. Nel paese col terzo debito pubblico al mondo e con un sistema bancario virtualmente fallito, dopo sette anni dall’insediamento del governo Monti (espressione chiara della dittatura bancaria), governa una coalizione di partiti “sovranisti” che hanno ottenuto un significativo successo elettorale sulla base delle promesse di abolizione della riforma Fornero, di abolizione del Jobs Act e di istituzione di un reddito di 780 euro ai disoccupati. Nonostante il loro successo elettorale, il governo al quale hanno dato vita è un governo fragile e instabile, che presto si scontrerà con l’impossibilità di realizzare anche solo una versione pallida del programma promesso. Il tutto avviene sullo sfondo della fine della politica di stimolo all’economia da parte della BCE. La fine del Quantitative Easing, segna il fallimento di un intero periodo, iniziato nel 2008 con le iniezioni di liquidità e che ha visto un incremento con l’acquisto di titoli di stato a partire del 2015, contrassegnato dalla capacità di impedire i default dei singoli paesi concentrando il debito nel cuore della BCE. Il rischio di default italiano (e non solo italiano) implica il default dell’intero sistema finanziario europeo, e di conseguenza la paralisi della totalità dell’economia.

La crisi politica italiana, prodotto della crisi economica, coinvolge non solo i partiti dell’establishment ma anche (e soprattutto) la sinistra, anche quella sedicente “classista e rivoluzionaria”. La mancata comprensione della portata della crisi economica e della conseguente necessità di costruire una linea politica adeguata alla fase che viviamo, il codismo nei confronti delle burocrazie politiche e sindacali, hanno disintegrato la sinistra ed in particolar modo il PCL. A 12 anni dalla sua scissione con il PRC (e a 10 dal suo congresso fondativo), il PCL, che abbiamo contribuito negli anni a costruire, è oggi in una crisi terminale. L’unico terreno di costruzione che questa partito ha conosciuto, ossia quello elettorale, vede alle ultime lezioni un disastro totale con il passaggio dai 200 mila voti del 2008 ai 30 mila presi alle ultime elezioni (in coalizione con Sinistra Classe Rivoluzione). Una lunga crisi della militanza, la perdita negli anni di centinaia di giovani, la mancanza di intervento organizzato nel movimento studentesco e tra le donne, ma soprattutto l’incapacità di applicare a se stesso ciò che viene pedissequamente prescritto in ogni occasione agli altri, ossia un bilancio della propria politica e delle proprie posizioni, hanno disintegrato un partito che aveva l’occasione storica di costruire un partito rivoluzionario nello scenario della disintegrazione della sinistra di governo.

Nel 2004 l’AMR Progetto Comunista, organizzazione fondatrice del PCL, aderì al congresso costitutivo del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta internazionale (CRQI), approvando il suo programma, sia pure con riserve su questioni significative. Tale programma era il riflesso oggettivo della reale dinamica degli eventi iniziata nei primi anni ’70 che smentiva su tutti i fronti l’idea che il governo keynesiano dell’economia evitasse le catastrofi; segnalava che il capitalismo si trovava in una fase storica di decadenza e che la restaurazione del capitalismo in Russia e Cina, lungi dal ridare vitalità a questo sistema sociale ed economico, inaspriva tutte le contraddizioni mondiali ed accelerava lo scatenarsi di crisi capitaliste sempre più profonde. Il programma del CRQI annunciava la crisi del 2008, ne spiegava la sua dinamica, e preparava l’intervento del CRQI in questo nuovo scenario mondiale; il CRQI pronosticava che la conseguenza della crisi capitalista sarebbe stata lo sviluppo di ripetute crisi politiche e rivoluzionarie; come conseguenza di questo pronostico rivendicava la costruzione di un partito militante e combattivo, che avesse un ruolo attivo nella lotta di classe, capace di intervenire in queste crisi politiche o addirittura rivoluzionarie. La maggioranza del PCL, il programma del CRQI, pur avendolo approvato non lo ha mai condiviso. Noi lo condividiamo e lo rivendichiamo. Sulla base di quel programma e di quel metodo ci siamo sforzati di produrre analisi i cui contenuti provano che la crisi produce, dal 2008, rivolte, movimenti di sciopero, guerra civile e l’accelerazione della guerra imperialista per completare la restaurazione nell’ex spazio sovietico e in Cina. Le tesi del 2004 furono predittive dello scenario nel quale viviamo oggi.

La crisi del partito è dovuta al rifiuto di queste tesi, che sono state comprovate dai fatti: sia

dall’effettivo scoppio della crisi col fallimento della Lehman Brothers che dallo sviluppo dei partiti

“catastrofisti” del CRQI. La maggioranza del PCL, nelle sue analisi è totalmente incapace di

rapportarsi alla realtà oggettiva. Per chi si richiama al socialismo scientifico questo è inaccettabile.

Il socialismo scientifico è tale poiché postula la necessità di fondare la lotta politica per il socialismo su un’analisi oggettiva della società capitalista.

Il rifiuto dogmatico del riconoscimento della tendenza del capitalismo alla catastrofe di fronte all’evidenza della bancarotta capitalista mondiale e l’incapacità di affrontare seriamente la discussione fuori dal citazionismo dei suoi dirigenti, ha gettato via qualunque tentativo di demarcazione politica correnti democratizzanti della sinistra. La subordinazione alla linea sindacale di Sinistra Anticapitalista (rifiuto di costruire una tendenza classista nella CGIL) e l’avvicinamento alla presunta “sinistra” dal Segretariato Unificato sono la dimostrazione palese di questa capitolazione. L’intera linea politica, nella nuovissima fase apertasi dall’insediamento del governo, è contrassegnata dal disfattismo e dall’incapacità di comprendere la fragilità del governo (“se davvero si consoliderà un blocco nazionale populista con vasta base di massa – come è possibile – ciò avrà un impatto profondo sull’intero sistema politico e sul terreno della lotta di classe. Una nuova frontiera dello scontro in condizioni più arretrate e difficili. “ http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5937 02/06/2018)

La tradizionale mancanza di intervento politico di questo partito è particolarmente drammatica in una fase nella quale si apriranno presto enormi contraddizioni tra le aspettative suscitate è la realtà. Non si può pensare di restare impantanati nella routine elettorale. Occorre da subito una svolta politica e nel movimento operaio. Noi, militanti e costruttori del PCL sin della sua fondazione, non resteremo con le mani in mano e riteniamo che ci si debba da subito tirarsi fuori dall’immobilismo di questo partito e costruire un intervento politico nel movimento operaio che si basi su un’analisi scientifica della crisi economa mondiale e della crisi politica a cui ha dato luogo, soprattutto nel nostro paese.

Per questo: proporremo a tutti i militanti combattivi del movimento operaio e della sinistra di costruire una tendenza intersindacale rivoluzionaria alternativa alle burocrazie dei sindacati, cercando di un fare un bilancio delle politiche fallimentari delle forze di opposizione in Cgil e dei sindacati di base; faremo una battaglia al movimentismo che ha avuto un ruolo nefasto nel movimento studentesco e delle donne, rivendicando la centralità della costruzione di un partito, della lotta di massa e di una teoria socialista (a differenza del PCL che nel movimento studentesco capitola al movimentismo e non costruisce il partito, e che tra le donne teorizza un fronte unico con il femminismo borghese, teoria aliena al marxismo e ai suoi principi); e più in generale cercheremo di fare un bilancio dell’esperienza fallimentare del PCL (e delle altre forze “rivoluzionarie” o “trotskiste”) per elaborare un piano ed un metodo per costruire un partito rivoluzionario in Italia.

La costruzione di una frazione all’interno di un partito è l’ultimo tentativo per evitare una rottura. Quando le divergenze sulla costruzione del partito e del suo intervento diventano dirompenti si cerca di trovare una soluzione positiva a queste con una battaglia di frazione. La risposta della segreteria alla nostra battaglia di frazione è stata l’espulsione di un nostro compagno utilizzando un pretesto amministrativo e le manovre per non aprire il dibattito politico (tra cui un ultimatum in cui si ipotizzava la nostra espulsione). Inoltre questo partito è prossimo al collasso: intere sezioni ipotizzano la rottura, le tendenze proliferano e non avranno vita lunga (o perché verranno espulse o perché romperanno) e tutti i fattori che hanno portato questo partito ad una crisi non troveranno una soluzione positiva.

Queste due circostanze ci ha portato a prendere la decisione di rompere con questo partito morente, per non farci trascinare nel suo pantano composto da disfattismo e opportunismo; la costruzione di una nuova forza politica in questo contesto di reflusso politico e di crisi delle forze “rivoluzionarie” è un atto arduo, ma, contraddittoriamente, è l’unica soluzione possibile per uscire da questa fase.

Sisinnio Bitti

Umberto Bitti

Gian Franco Camboni

Riccardo Camboni

Stefano Fumagalli

Gianmarco Satta

Sostenitori del CRQI nello stato italiano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...