Sbarrare la strada al fascismo senza concessioni

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di Osvaldo Coggiola, 15 ottobre 2018

La vittoria di Jair Bolsonaro nel primo turno delle elezioni presidenziali e generali del Brasile ha messo il paese in uno stato di agitazione e di riflessione politica. In tutto il mondo, in particolare in America latina, d’altra parte, si discute delle conseguenze del probabile accesso al potere dell’estrema destra, non in un paese di piccole o medie dimensioni (come l’Austria o l’Ungheria), ma di dimensioni e popolazione continentale. Si parla addirittura di una possibile ” Internationale illiberale” d’estrema destra guidata da Donald Trump e Bolsonaro, con Orban e Haidar, Salvini e Le Pen, come sodali. Il nazi-fascismo sarebbe rinato come una forza politica mondiale sulla sponda atlantica che lo sconfisse nella seconda guerra mondiale. Bolsonaro è cresciuto nell’ultima settimana della campagna elettorale, soprattutto nei giorni precedenti le elezioni, fino a raggiungere poco più del 46% dei voti validi; nelle settimane precedenti le sue percentuali erano ben al di sotto del 30%. Va ricordato che fino a un mese prima delle elezioni, la candidatura (cassata) di Luiz Inacio Lula da Silva, ha visto sondaggi con percentuali tra il 37% e il 40%. La crescita di Bolsonaro, descritta come “sorprendente”, non è dipesa da una massiccia diffusione di “indecisi” e non si è basata esclusivamente o principalmente sul ridimensionamento delle candidature di Marina Silva (“Rete”), abbandonata dagli evangelici alla sua originaria nicchia ecologica (meno dell’1%), e Geraldo Alckmin (PSDB); lo spostamento da 10 a 13 milioni di elettori verso il capitano fascista è una semplice questione matematica riguardante gli elettori iniziali di Lula. Questi dovrebbero essere considerati come la base sociale di ciò che gli scienziati politici hanno definito “Lulismo”, un presunto populismo depoliticizzato sui generis erede delle tradizioni del varguismo [da Getulio Vargas, leader populista che governò il Brasile in due mandati tra gli anni’30 e gli anni ’50 del secolo scorso, n.d.t.]. L’ “avanguardia bolsonarista” dei lumpen che ha permesso i pestaggi di donne e omosessuali nelle strade (e distrutto le targhe in onore di Marielle Franco a Rio de Janeiro e ucciso Moa Katende, maestro di capoeira a Salvador) [questi riceveranno ciò che meritano, aspettino e vedranno], si basa su una larga massa passiva e spoliticizzata (soprattutto dopo 14 anni di smobilitazione “lulista”), che è rifluita nelle urne verso un sostegno al “candidato dei pestaggi”. I sostenitori di Bolsonaro hanno compiuto almeno 50 attacchi di strada in tutto il Paese nei tre giorni successivi al 7 ottobre: ​​questo è stato il suo vero “voto”.

La “sorpresa elettorale”, infatti, si trova da un’altra parte. Le astensioni, i voti nulli e in bianco non hanno raggiunto il 9% (avevano raggiunto il 19% nel 1998). In questo quadro, il risultato poco superiore al 29% ottenuto da Haddad (PT), che dovrebbe essere convertito nel 30% considerando anche il voto per il PSOL (con un risultato flop dello 0,5%) e per il PSTU (0,05%, un voto marginale, che non riflette la vera influenza sociale e sindacale del partito), non può essere considerato la semplice perdita di dieci punti percentuali per il “lulismo” (o del 20-25% dei suoi voti totali), nell’operazione di trasferimento del suo flusso elettorale al “sostituto” del momento (che invece ha funzionato pienamente nelle due elezioni di Dilma Rousseff).

Date le caratteristiche della situazione politica brasiliana derivanti dal colpo di stato militare / parlamentare dell’agosto 2016, e la polarizzazione politica ed emotiva della campagna elettorale, i voti per il PT, PSOL e PSTU (non tenendo in considerazione il PCO, essendo ultramarginale, e di protesta, una sigla infame che ha boicottato iniziative come #elenão), sono stati voti per la sinistra in condizioni politiche repressive, e non dipendenti da programma e obiettivi (sicuramente non conosciuti, o meglio deliberatamente ignorati, da oltre il 90% dei votanti). Questo è confermato da alcuni buoni risultati ottenuti dal PSOL per i governi territoriali degli Stati (SP, per esempio) o dai seggi proporzionali (il PSOL è passato da 6 a 11 deputati, la maggior parte dei suoi elettori ha poi votato per Haddad del PT come presidente) e dal relativo recupero elettorale del PT in relazione alle elezioni comunali del 2016. Ciò non significa che si tratti di una sinistra coerente o qualcosa di anche lontanamente simile. La situazione reale delle relazioni politiche, dopo il ballottaggio (i sondaggi danno 54-58% dei voti a Bolsonaro), indipendentemente da chi sarà il vincitore, dovrà essere analizzata tenendo conto di questi fattori, che sembrano essere messi in secondo piano dalla maggioranza degli analisti.

Tantomeno c’è stata “una diga nord-orientale” all’ascesa fascista: nonostante Haddad sia stato vittorioso nella Regione Nord-Est (l’unica tra le cinque regioni brasiliane), Bolsonaro ha vinto in cinque delle nove capitali del nord-est, tra cui Recife, la capitale dello stato di Pernambuco, Stato originario di Lula. Tuttavia, il cartello PT – PCdoB (“Partito Comunista del Brasile”, n.d.t.), nonostante fosse sconosciuto o semisconosciuto al grande pubblico, è risultato di solo due punti percentuali inferiore (e di otto milioni di voti superiore) al vecchio cartello Lula – Leonel Brizola del 1998, quando quello che è adesso un popolare “antipetismo” giocò allora un ruolo del tutto marginale, o meglio non giocò affatto alcun ruolo. Nella Camera dei rappresentanti il PT ha ottenuto 56 eletti rispetto ai 69 ottenuti nel 2014 (ridotti a 61 dopo la fuga provocata dall’affogamento del partito nel fango della corruzione), cioè ha praticamente mantenuto i suoi numeri, il che dovrebbe essere considerato quasi un miracolo, giustificando l’osservazione di Jânio de Freitas sul Folha de S. Paulo (7/10): “Con la relativa eccezione del PT e più del PSOL, i partiti sono spariti, sia per mancanza assoluta di espressione, sia perché dissolti nei numerosi tradimenti “. Da settembre Fernando Henrique Cardoso (ex-presidente socialdemocratico del Brasile, n.d.t.) ha provato pubblicamente ad unificare il grande “centro”, la base politica della Nuova Repubblica, dal PSDB alla Rete, passando per il MDB (Movimento Democratico Brasiliano, n.d.t.), il PPS (Partito Popolare Socialista, n.d.t.) di Roberto Freire e vari altri soggetti, ottenendo un fallimento politico spettacolare.

Certo, il PSL (la sigla fittata e trasformata in una notte nel guazzabuglio
del bolsonarismo) ha ottenuto 52 deputati, ma è un’accozzaglia perché l’unico dato di coerenza è che 22 di essi provengono dalla polizia (senza contare i militari in pensione), si tratta cioè di un’unità non politica ma corporativa, accompagnata da un gruppo eterogeneo di “traditori”. Il vice dell’ex capitano di artiglieria (militare dai precedenti disastrosi, in base a tutte le informazioni), biglietto da visita presidenziale, è un generale rimosso (Hamilton Mourao, n.d.t.) altrettanto disastroso (che probabilmente passerà alla storia – con la “s” minuscola – come l’iniziatore della “Costituente dei Notevoli “, “notevolmente” disastrata), membro del PRTB (Partito del Rinnovamento Laburista Brasiliano, n.d.t.), altrettanto sconosciuto. La base parlamentare di qualsiasi governo Bolsonaro è costituita da evangelici “BBB” (Bibbia, bue e proiettile), sparsi in vari partiti e che già controllavano (anche sotto i governi del PT) quasi il 50% della Camera e del Senato, che assaltano con ferocia fino all’ultimo centesimo dei fondi pubblici, accresciuta dal contributo politico/militare del PSL, assolutamente decisivo. La vera base politica di Bolsonaro è infatti l’alto comando delle Forze Armate, conquistato grazie all’intermediazione dei generali Augusto Heleno, Oswaldo Ferreira, Alessio Souto Ribeiro e Ricardo Machado, tutti rimossi, vale a dire tutti potenziali pedine fuori dal gioco. L’elezione di Bolsonaro è la continuazione della MINUSTAH ad Haiti (“Mission des Nations Unies pour la Stabilisation en Haïti”, la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti, n.d.t., guidata da Augusto Heleno, la mente dietro il programma di governo di Bolsonaro), dell’intervento militare a Rio (salutato come “progressista” in quanto attacco strategico alla parte marcia della polizia di Rio) , dell’omicidio di Marielle Franco (non chiarito né in via di chiarificazione), delle squadre antisommossa nelle favelas e degli omicidi di giovani neri, della criminalizzazione delle lotte sociali in generale.

Considerando i singoli partiti, il PT si afferma come la più grande forza politica alla Camera per la prima volta nella storia, a causa del crollo dei partiti neoliberali (PSDB e MDB, in particolar modo), del cosiddetto “centro”. Certamente, come ha scritto il quotidiano argentino Clarín, “i mercati si sono entusiasmati per Bolsonaro”: la Borsa ha reagito con un aumento del 4,57% e un volume record di negoziazioni il giorno dopo il primo turno delle presidenziali. Entusiasmo che esisteva già precedentemente: negli ultimi due mesi della campagna, le donazioni di gruppi industriali e banche al duo Jair & Hamilton (Bolsonaro e il suo vice Mourao, n.d.t.), e alla hit “meglio Jair al comando” hanno ampiamente aiutato a compensare la mancanza di tempo nella propaganda elettorale gratuita in televisione (non nelle inserzioni a pagamento), indicando il percorso a candidati del mondo imprenditoriale e pentecostali, calvinisti weberianamente difensori della fede alimentata in contanti (vale a dire, i mercanti del Tempio contro il Gesù della storia). La borghesia nazionale “progressista” è diventata fascista, senza lasciare spazio a diverse conclusioni. Questo qualifica la teoria attualmente in voga nei media animati da “anime candide” secondo cui staremmo assistendo ad una degenerazione degli stili di vita brasiliani, una inquietudine e una “argentinizzazione” (sic) della vita politica e sociale, il che spiegherebbe tanto la violenza nelle discussioni quanto l’ascesa di Bolsonaro, tesi difesa in un articolo inutile ed eccessivamente lungo pubblicato sul quotidiano Folha de S. Paulo (il 16/9) da due scienziati sociali – uno argentino lui stesso (o, come si dice li, non c’è peggior nemico di quello che viene dalle tue parti) – utilizzando il vecchio e volgare ricorso ad attribuire alla “società” (senza distinzioni di classe) la deriva fascista delle sue classi dirigenti (e degli strati sociali direttamente ad esse collegate).

Il sostegno dei mercati non garantisce un futuro politico stabile per Bolsonaro, in un mondo in fermento, alla vigilia di una recessione internazionale senza precedenti, e in un paese immerso nella peggiore crisi economica della sua storia, con più di trenta milioni di disoccupati e sottoccupati, una battuta d’arresto del 10% del PIL pro capite in soli due anni (un indice da catastrofe bellica), un debito federale di 4 trilioni di reais e un debito complessivo dello Stato superiore a 5 trilioni di reais, per un debito pubblico complessivo del 80% del PIL (se si tiene conto anche del debito privato, è pari al 100% del PIL, un indice, questo sì, da “primo mondo”). Come ha sottolineato il quotidiano Clarín (il 6/10), “i costi dell’aggiustamento logoreranno chi occupa la presidenza, e con grande velocità”; l’unica proposta economica di Bolsonaro, a parte gli attacchi contro i diritti sociali e una privatizzazione generale (che l’alto comando militare non vede con simpatia rispetto alla Petrobras), è quella di creare un super-ministero dell’economia, unificando quelli delle Finanze, dell’Industria, della Pianificazione e il Segretariato Generale del governo, vale a dire, governare con pugno di ferro l’economia, come se questo bastasse per superare le contraddizioni e le crisi di accumulazione capitalistica, che hanno radici mondiali e non nazionali. Perciò mentre non si smette di sputare fuoco contro Lula, Rousseff, il PT e tutto ciò che sa di sinistra, in un editoriale dell’ Estadão (del 22/9) viene invocato un “patto per la governance”, perché “una volta chiuse le urne, sarà necessario promuovere una grande intesa nazionale, che funzionerà solo se vincitori e vinti riconosceranno il quadro della debacle fiscale “; e in un altro editoriale (del 7/10), si insiste “per un patto nazionale”, “una qualche forma di convergenza attorno ad interessi comuni … al prossimo governo e anche a quelli che gli si opporranno”. Per l’organo di stampa dell’oligarchia di San Paolo, non è il momento di una dittatura a partito unico, ma di una vasta collaborazione multipartitica, che comprende anche l’abiurata sinistra.

Per il ballottaggio, i sondaggi attribuiscono a Bolsonaro una percentuale di voti più alta rispetto al primo turno e certamente rispetto a quelle degli altri candidati di destra, compreso quella della destra imprenditoriale ultra-liberista di Amoedo, che si è ponziopilatianamente lavato le mani di fronte a qualsiasi delimitazione in campo elettorale. Ciò significa che una quota significativa del voto di Ciro Gomes (incomprensibilmente incluso all’interno della “sinistra”) vedrà il passaggio nel campo bolsonarista. La crescita elettorale dell’estrema destra, di conseguenza, non ha ancora raggiunto il suo massimo, correndo il rischio di “sovrapproduzione”, cioè di una ‘vittoria elettorale (troppo) consacrante” creando delle aspettative esagerate. I politici intelligenti sanno (ma Bolsonaro probabilmente no) che nella politica capitalista, come in economia, si muore di scarsità, ma anche di abbondanza. Bolsonaro, scappato dai confronti diretti con Haddad, utilizzando la scusa delle conseguenze fisiche per la pugnalata ricevuta (durante la sua campagna elettorale, n.d.t.), ha dato il via ad un movimento sempre più di centro, promettendo fedeltà alla Costituzione, che secondo Adolf Hitler altro non era che un pezzo di carta (anche il tedesco baffuto aveva giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica di Weimar, nel suo ufficio nel gennaio 1933, per poi trasformarla in carta igienica), cosa che Bolsonaro non sa, ma intuisce.

Il cartello PT / PCdoB, che era già politicamente al “centro” (anche se nel collegio elettorale in questione costituiva la sinistra) si muove verso destra, ammiccando ai mercati finanziari (dopo aver promesso di far fronte al “cartello delle banche”) e al cadavere politico della borghesia, i partiti del “centro” morente; e perfino all’alto comando militare, a cui si è già avvicinato. Non esiste una soluzione al problema da un punto di vista democratico: non c’è modo di spostarsi a destra e a sinistra, pur rimanendo contemporaneamente al centro, in un periodo di tre settimane.

Per la sinistra classista il primo passo è nelle strade, nel movimento delle donne che ha mobilitato centinaia di migliaia di persone nella lotta e nell’auto-difesa di strada contro le uccisioni e gli agguati, nel 20 ottobre di #elenão, che deve condurre ad un voto di massa della sinistra per Haddad/Manuela. Il “riformismo senza riforme” del PT, e il fantasma del “lulismo”, non sono (ancora) spenti, e probabilmente saranno sostituiti da una breve parentesi centrista (PSOL). La questione politica centrale, la strutturazione di una sinistra conseguente e indipendente dei blocchi capitalistici, si dipana all’interno di questo quadro politico concreto. Come ha dimostrato la mobilitazione che in vari Paesi (prima di tutto in America Latina) si è avuta contro Bolsonaro, il fronte unico antifascista non è un problema politico nazionale ma internazionale. Gli sfruttati già sanno dall’esperienza dell’ascesa nazista del 1933 che questa fu meno il prodotto della forza nazista che della divisione suicida della sinistra e del movimento operaio (forse la più grande vittoria politica postuma di Leon Trotsky). La sinistra e gli operai bandiranno il fascismo, sia esso elettoralmente vittorioso o meno, attraverso il fronte unico e un’alternativa politica indipendente da tutte le varianti capitaliste. Nelle prossime settimane, il Brasile sarà al centro dell’attenzione politica mondiale: dobbiamo essere, nelle strade e alle urne, all’altezza di questa sfida.

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