La vittoria di Bolsonaro apre un’altra tappa della crisi brasiliana

Di Jorge Altamira, 29 ottobre 2018

Jair Messias Bolsonaro si è consacrato ieri [la sera di domenica 28 ottobre, n.d.t.] presidente eletto del Brasile, con un vantaggio di undici milioni di voti sul candidato del PT Fernando Haddad. L’ondata di destra delle elezioni è stata evidente anche con la vittoria di Joao Doria, del PSDB, per la carica di governatore dello stato di San Paolo, che è riuscito a superare la battuta d’arresto segnata dai sondaggi, con un dichiarato sostegno a Bolsonaro. Lo stesso è accaduto in altri stati rappresentativi, come Rio de Janeiro e Rio Grande do Sul – un “bastione” del PT -, o nel Minas Gerais, dove un parvenu ha sconfitto il governatore del PT nel primo turno e ha conservato il vantaggio nel secondo turno.

Bolsonaro ha raggiunto la presidenza in una crisi economica e politica di enorme importanza, che ha liquidato prima il governo di Dilma Rousseff e poi quello del suo vicepresidente, Michel Temer, che è diventato capo del governo attraverso un colpo di stato. L’interinato di Temer ha messo fine a tutti i partiti tradizionali che hanno formato il suo governo, come conseguenza dell’accentuazione della crisi in corso. La crisi industriale ha lasciato un esercito di disoccupati formali che si avvicina ai quindici milioni di persone – una tendenza che si aggiunge a una disoccupazione fluttuante e non registrata di enormi proporzioni. Il crollo del PT precede di molto tempo l’ascesa di Bolsonaro, perché era evidente nella violenta politica di aggiustamento applicata dal governo dal 2012 e che si è manifestata in molteplici manifestazioni.

Una crisi politica a tutta velocità

Vale la pena ricordare che i cosiddetti ministri e banchieri ‘neoliberali’, che ora sono in programma di entrare nel gabinetto di Bolsonaro, hanno offerto i loro primi servigi sotto Lula e Rousseff – Henrique Meirelles della BankBoston, nominato alla Banca Centrale, e Joaquim Levy, un altro banchiere, come ministro dell’Economia nel 2015. La demoralizzazione politica che i governi petisti [del PT, Partido dos Trabalhadores, N.d.T.]  hanno provocato tra le masse di lavoratori si è ampliata dalle prove della corruzione perpetrata durante la loro gestione, a beneficio dei grandi capitali, in particolare delle potenti imprese di costruzione. Il periodo di reazione politica che Bolsonaro vuole imporre e la cricca di soldati passivi e attivi che lo ha promosso, non si basa su un’esplicita sconfitta della classe operaia nella lotta contro i padroni e il capitale, ma sulla bancarotta politica e morale della sua direzione. Non si spiega in maniera diversa che nelle città dell’ABC paulista [di San Paolo, N.d.T.], centro dell’industria automobilistica e metallurgica della periferia di San Paolo, e culla simbolica del PT, Bolsonaro è stato in grado di avvicinarsi al 70% dei voti nel recente scrutinio.

La velocità dell’ascesa di Bolsonaro, che all’inizio dell’anno era ancora al 20% delle intenzioni di voto, è una testimonianza della velocità della crisi politica. All’inizio della campagna per il primo turno, la stragrande maggioranza del capitale finanziario scommetteva sul Macri paulista, Gerardo Alckmin, del PSDB (animatore del colpo di stato contro Rousseff e sostenitore del governo Temer) che non è mai riuscito a prendere il volo nonostante i suoi “qualificati” sostenitori. La polverizzazione della ‘vecchia politica’ ha spianato la strada a Bolsonaro, non il contrario; Bolsonaro ha sfilato con tutti i membri corrotti del Congresso brasiliano (si stima che riguardi il 65% dei suoi membri) nell’operazione di destituzione dell’allora presidente.

Militari e banchieri

Lo stesso Bolsonaro è riuscito a sfruttare il vuoto politico a suo vantaggio, non per la sua abilità; usa un linguaggio tipico del basso fondo. Il pilotaggio della crisi, specialmente il colpo di stato contro Dilma e l’incarcerazione di Lula, era responsabilità dell’alto comando dell’esercito e del suo comandante Eduardo Vilas Boas. Lo ha fatto anche in modo aperto, alla Trump, attraverso Twitter. È stato l’alto comando che ha operato il passaggio da Alckmin a Bolsonaro, anche quando ha osservato che la candidatura del ‘laburista’ Ciro Gómes, uno ‘sviluppista’, che governava lo stato del Ceará, non stava decollando. Diversi specialisti hanno sottolineato che la campagna di Bolsonaro sui social network presuppone un’infrastruttura altamente sofisticata. Si è configurato, di conseguenza l’incrocio tra l’alto comando militare e un demagogo fascista, che viene dal nulla, di natura contraddittoria, soprattutto perché il parvenu ora ha 55 milioni di voti.

Per rendere ancora più evidenti queste contraddizioni, Bolsonaro ha annunciato fin dall’inizio un gabinetto composto, da un lato, da banchieri associati all’attività di fondi speculativi, come Paulo Guedes, ex capo del Banco Itaú, la banca più grande del Brasile, e, dall’altro, dalla burocrazia tecnocratico-militare, che affronta l’economia dal punto di vista della sicurezza nazionale. Una figura fondamentale, che occuperà il Ministero della Difesa, Antonio Heleno, è stato il comandante delle truppe di occupazione di Haiti, dove gli eserciti latinoamericani si sono esercitati nei combattimenti urbani, mentre i loro stati avevano proibito loro l’intelligence interna. Vecchie volpi del capitale brasiliano, come Delfim Neto, ministro dell’Economia della dittatura, o rinomati economisti, come Nogueira Batista, si sono affrettati nell’ assicurare che questo miscuglio ministeriale non ha alcuna possibilità di durare nel tempo. In ogni caso, il Wall Street Journal ha celebrato il trionfo di Bolsonaro con la certezza che “prosciugherà la palude populista” – lo slogan della campagna di Trump.

Fascismo

Il nuovo presidente è stato reclutato nel basso fondo fascista, ma questo non è sufficiente affinché la sua vittoria stabilisca un regime politico fascista. A tal fine, devono ancora sussistere le condizioni adeguate. La crescita elettorale gli dà l’opportunità di formare una forte maggioranza al Congresso e di ottenere l’adesione di proprietari terrieri, evangelici e militari che sono entrati attraverso altri partiti. Sviluppare una propria forza organizzata è una condizione per il fascismo. Ha conquistato una massiccia base elettorale, che però non è in alcun modo disponibile a mobilitarsi contro la classe operaia o a imporre un aggiustamento attraverso forzature extraparlamentari. La possibilità di un’ascesa fascista è ancora una questione futura – che sarà determinata dalla crisi economica e dalla lotta di classe tra il capitale e lo stato da una parte e i lavoratori dall’altra. Obbligato da condizioni politiche oggettive per stabilire un regime arbitrale con caratteristiche autoritarie, Bolsonaro dovrebbe ottenere autonomia dai suoi mandanti, dall’esercito e dal capitale finanziario. Si tratta di un esito incerto, lastricato di crisi politiche di varia natura.

Nel complesso, tuttavia, il passaggio dal regime pseudo-democratico che è stato istituito nel 1985 a un potenziale regime bonapartista, condiviso dall’Esecutivo e dall’alto comando militare, costituisce una battuta d’arresto storica – espressione dell’incapacità della borghesia di governare con metodi che nascondono il suo dominio (democrazia) e l’obbligo di ricorrere a regimi eccezionali che espongono la violenza politica dello Stato.

Come ricorda molto bene il nostro compagno Hernán Gurian di Rio de Janeiro: “Nel 1990 Fernando Collor de Melo divenne presidente del Brasile, sconfiggendo Lula del PT al secondo turno. Collor, un politico avventuroso e quasi sconosciuto fino a quel momento, ha ripetuto instancabilmente che il Brasile non si sarebbe trasformato in un paese comunista, che “la nostra bandiera non sarà mai rossa” e l’inno nazionale non sarebbe mai diventato l’Internazionale. Tra il 1991 e il 1992 i brasiliani scesero massicciamente in piazza per porre fine a un governo privatizzatore, affamatore e repressore attraverso una ribellione popolare. Il 29 dicembre 1992 il governo di Collor cadde”.

Guerra di classe

Il Brasile sta attraversando un’enorme crisi economica, che la borghesia vuole affrontare con un’operazione enorme. Per questo motivo propone privatizzazioni su larga scala, per circa 200 miliardi di dollari, per salvare in anticipo un debito estero lordo che supera il trilione – e in crescita. Il pacchetto comprende numerose aziende statali, a cominciare da Petrobras e i suoi satelliti, Electrobras, aziende statali, tra cui il gioiello dell’aviazione Embraer.

Per eliminare il deficit fiscale, il capitale finanziario cerca di liquidare il sistema pubblico di ripartizione con un altro sistema di capitalizzazione, in modo da trasformare i fondi privati in una fonte finanziaria a buon mercato. Questa riforma ha portato, ovunque, durante la transizione, ad un aumento del disavanzo e dell’indebitamento internazionale. L’aumento dell’età pensionabile, un altro tassello dell’attacco, si applicherebbe ad una popolazione senza protezione sociale: la riforma del lavoro imposta da Temer ha imposto il lavoro intermittente (che significa minori contributi pensionistici) e la liquidazione del diritto del lavoro. Il team di Bolsonaro propone di sostituire gli accordi collettivi con l’emissione di una carta verde, dove salari e benefici sarebbero registrati, in una sorta di contratto individuale – da qui l’attacco che i bolsonaristi hanno lanciato contro la tredicesima. Il movimento operaio deve affrontare la sfida di prepararsi a scontri giganteschi. Gli apologeti del nuovo corso denunciano che il Brasile ha un’economia “chiusa” e un’industria incapace di “competere”, il che annuncia una gigantesca liquidazione del patrimonio industriale e tecnologico. La guerra di classe che scatenerebbe un piano di questa portata metterebbe all’ordine del giorno per la borghesia un passo verso il fascismo – e per il proletariato, obbligato ad una lotta storica, un passo verso la rivoluzione. La deforestazione e la soizzazione [estensione della coltivazione di soia, n.d.t] dell’Amazzonia accentuerebbe il regime fascista che già esiste nelle campagne, sotto i governi democratici, e persino quelli petisti.

Trump ha a malapena augurato a Bolsonaro “buona fortuna”, senza che sia chiaro se il sostegno timido era dovuto alla vicinanza delle elezioni negli Stati Uniti, o a causa della convinzione che il Brasile non si allontanerà dalla Cina – di gran lunga il suo principale partner commerciale e anche finanziario. Il centro dello scontro tra Stati Uniti e Cina, in America Latina è il Brasile, dove la “prosperità” del capitale agricolo dipende dal mercato cinese. Dietro Bolsonaro opera una lobby yankee, guidata dal senatore Marcos Rubio, capo dell’anti-castrismo e sostenitore dell’attacco al Venezuela. Per ora, le forze armate brasiliane stanno negoziando l’installazione di basi americane sul confine settentrionale del paese.

La borghesia yankee, tuttavia, non è unita in questa avventura. Macri, da parte sua, attraverso il brasiliano Dante Sica, Ministro dell’Industria, ha dato un forte sostegno al fascismo d’oltrefrontiera: “Darà stabilità, ha detto, al Brasile” (Ámbito, 13.10). Paulo Guedes, il candidato a guidare l’economia, ha però anticipato che congelerebbe il Mercosur a favore di una “economia aperta. La stampa ha trascurato il fatto che il petista Fernando Haddad, in questo ambiente di privatizzatore, aveva annunciato la sua preferenza per Persio Arida, come ministro dell’economia, uno Sturzenegger [ex presidente ultraliberista della Banca centrale argentina, N.d.T.] brasiliano. La penetrazione bancaria statunitense è cresciuta notevolmente in Brasile, il che spiega i candidati menzionati per il gabinetto e i piani economici. Trump potrebbe non voler cancellare il rapporto commerciale Cina-Brasile, ma vuole usare questa penetrazione finanziaria per approfondire la sua guerra economica con la Cina attraverso altri mezzi e strade.

Transizione politica

Il Brasile è in una transizione politica che dovrà mutare il suo regime politico in maniera successiva ed esplosiva. In questa transizione si pone la questione del fascismo; “dobbiamo spazzare via i rossi”, “in prigione o in esilio” – questi sono gli slogan di Bolsonaro. Il PT e le burocrazie sindacali, sprofondate in una profonda crisi, hanno annunciato il loro adattamento politico alla nuova situazione con l’inizio della battaglia parlamentare. La sinistra brasiliana, il Psol, salito ieri nella ‘palco’ del PT, insieme a Haddad, ha chiarito che non è un’alternativa a nulla. È necessaria un’altra strategia politica; non ci può essere un partito operaio o di lavoratori con direzioni e apparati piccolo borghesi, che è il nucleo esplicativo di questo crollo politico di fronte a un avventuriero senza scrupoli. Non sapranno far fronte alle grandi battaglie di classe che si svolgeranno in questo periodo esplosivo. In queste condizioni occupa un posto strategico la convocazione di una discussione della classe operaia, attraverso assemblee e congressi di delegati eletti, perché introduce la necessità di una rivendicazione d’insieme e di un piano di lotta adeguatamente preparato, in consonanza con la sfida che si è posta innanzi.

L’America Latina è stordita dallo sviluppo della crisi brasiliana, che non è una crisi locale ma globale. Lo dimostrano il crollo dell’America centrale e la migrazione di massa da territori diversi. Le lotte contro la riforma pensionistica hanno portato a uno sciopero generale prolungato in Costa Rica e a una rivolta popolare in Nicaragua, mentre ha aperto una grande lotta in Argentina. La crisi brasiliana, come parte della crisi mondiale e della crisi della governabilità in America Latina, è presente, in forma molto deformata, ma presente senza dubbio, nella battaglia politica che si sta combattendo nelle elezioni nordamericane dell’8 novembre prossimo. La crisi brasiliana interroga la crisi capitalista mondiale, da un lato, e l’intera avanguardia operaia in tutto il mondo, dall’altro, attraversata da una grande crisi di direzione.44832.png

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