Potere al Popolo: Quale statuto per quale partito

Di Michele Amura

Lo scontro tra il Partito della Rifondazione Comunista e la componente dimostratasi definitivamente egemone di Potere al Popolo (Pap) – l’area movimentista unificata attorno a Je so Pazz di Napoli – ha interessato una gran parte dei militanti di sinistra in Italia; uno scontro che vedeva 2 impostazioni politiche ed organizzative differenti. Per questo come Prospettiva Operaia vogliamo cogliere l’occasione di questo dibattito per esprimere le nostre opinioni sul come costruire un’alternativa politica di sinistra e dei lavoratori.

Il PRC e la rottura

La narrazione del PRC riguardo l’abbandono di Potere al Popolo della “pluralità dal basso”, caratteristica delle origini, che avrebbe motivato la sua rottura oltre ad essere falsa sfiora il ridicolo. La verità è che quando si parla del PRC non si deve parlare di idee politiche, ma degli interessi materiali che ci stanno dietro. Infatti il PRC è diretto da un apparato burocratico che vive grazie ai soldi del partito; dalla difesa di questo apparato nascono le motivazioni della rottura con Potere al Popolo. Lo scioglimento del partito nella nuova organizzazione Potere al Popolo avrebbe significato la fine dell’apparato e la necessità dei funzionari a capo del PRC di trovarsi un nuovo impiego; da ciò nasce la proposta alternativa di statuto che permetteva alle varie correnti di Potere al Popolo di mantenere in piedi la propria organizzazione. La stessa adesione iniziale alla coalizione elettorale Potere al Popolo è stata dettata dalla necessità di salvare l’apparato tramite le risorse finanziarie derivanti da una possibile conquista di parlamentari. Una volta scaricato da Liberi e Uguali non potendosi candidare autonomamente come PRC, avendo distrutto la propria credibilità in decenni di tradimenti – dal voto delle leggi precarie, degli aumenti alle spese militari, della detassazione dei profitti durante i governi Prodi, alle varie giunte col PD e loro politiche di tagli alla sanità e servizi pubblici – non è rimasto al PRC che la speranza (dimostratasi vana) di superare la soglia di sbarramento con Potere al Popolo per ritornare in Parlamento. Qui è presente l’altra faccia della stessa medaglia. Non solo la rottura ha un aspetto organizzativo (il dibattito sullo statuto) ma a livello politico si abbandona il progetto di PaP per lavorare alla costruzione di un “quarto polo” che altro non è che l’alleanza con i vecchi dirigenti del Partito Democratico presenti in Liberi ed Uguali per le prossime europee. Alleanza che il gruppo dirigente del PRC stima essere più affidabile per superare la soglia di sbarramento ed ottenere qualche parlamentare europeo, ripetendo l’esperienza passata con la lista “L’altra Europa con Tsipras”.

Come si vede il PRC non rappresenta alcun canale per costruire un partito che difenda gli interessi dei lavoratori e costruisca una alternativa di sinistra in Italia; semplicemente è un cadavere insepolto. Un cadavere perché avendo tradito la propria base sociale ha distrutto la propria credibilità e non può, in nessun modo, canalizzare il desiderio di cambiamento di milioni di oppressi; insepolto perché la sinistra rivoluzionaria non è stata capace di costruire un’alternativa politica a questo progetto fallimentare. Come ogni cadavere insepolto lungi da risorgere e prosperare, ogni giorno che passa si imputridisce sempre più – come dimostrano le continue svolte, cambi di alleanze, perdita di militanti e guerre intestine tra le varie correnti.

Una lezione incompresa

Lungi dall’essere una superazione del PRC, Potere al Popolo è la continuità storica e politica di questo partito fallito. Così come il PRC riproponeva la stessa impostazione fallimentare del Partito Comunista Italiano, Potere al Popolo lo fa con il Partito della Rifondazione Comunista. Il filo conduttore che unisce queste esperienze è la propria disponibilità a subordinarsi a forze borghesi e la mancata lotta alla burocrazia sindacale, che sfocia, presto o tardi, in aperta collaborazione. Ovviamente sono 3 partiti con enormi differenze, date soprattutto dalle diversità dei contesti storici nei quali si sono costruiti. Il PCI era figlio di una grande (e tragica) esperienza del movimento operaio internazionale, la nascita della 3° Internazionale (e la sua degenerazione stalinista), la lotta partigiana e le grandi lotte operaie del 2° dopoguerra che gli hanno permesso diventare un partito di massa nettamente maggioritario nella classe operaia italiana; in questo contesto il ruolo del PCI – col sostegno fondamentale della burocrazia sindacale della CGIL – è stato quello di contenere le esplosioni del movimento operaio in ripetute crisi rivoluzionarie (immediato dopoguerra e il biennio 68/69) attraverso la politica del “fronte popolare”, cioè della collaborazione di governo con la Democrazia Cristiana (Svolta di Salerno e 1° governo De Gasperi; Compromesso Storico). L’estrema conseguenza di questa politica è stata lo scioglimento del partito – dando avvio al percorso che ha portato al PD – per arrivare al governo dello stato con l’appoggio diretto della borghesia. Il partito che presuntamente avrebbe dovuto costruire un’alternativa alla “Svolta della Bolognina” e ai decennali tradimenti del PCI, il Partito della Rifondazione Comunista, in realtà ha continuato la sua politica non solo durante le esperienze governative, ma anche negli anni di opposizione e della presunta svolta “verso i movimenti” – all’epoca del movimento No Global; costruendo un partito basato sulla figura carismatica di Fausto Bertinotti, con iscritti fantasma che riapparivano solo durante i congressi per votare la burocrazia bertinottiana e che basava la propria strategia politica nelle campagne elettorali e nel sostegno alla burocrazia sindacale della Cgil e della Fiom. Un partito che nonostante avesse un peso importante tra i giovani e, in minor misura, nella classe operaia non ebbe mai la forza del vecchio PCI, sia in termini elettorali e di iscritti, sia in termini di capacità di mobilitazione e cooptazione dei lavoratori.

Nonostante i toni barricadieri e la retorica sulla propria estraneità dagli “apparati di partito”, sul costruirsi “dal basso”, sull’essere il popolo – dimostrando una arroganza autoproclamatoria degna di nota per una forza di qualche migliaio di iscritti – Potere al Popolo ripete la vecchia esperienza del bertinottismo. Il programma è una lista di pii desideri. “Serie politiche di contrasto alla disoccupazione”, “anticipare l’età pensionabile”, “lotta seria alla grande evasione fiscale”, “ricostruire il protagonismo delle classi popolari nello spazio europeo” … Oltre a non esprimere le proprie idee su come ottenere tutto ciò (come si “contrasta” la disoccupazione? A quale età si anticipa la pensione? etc…); il principale limite che ha il programma di Potere al Popolo consiste nel non analizzare l’incompatibilità delle rivendicazioni immediate delle masse con questa società in crisi (Diritto al lavoro e alla pensione, tassazione fortemente progressiva, diritto al voto). In una economia segnata dalla sovrapproduzione e dall’eccesso di capacità produttive (che implica anche un eccesso di manodopera) la disoccupazione è destinata ad essere cronica – non a caso l’FMI per paura di ribellioni dei disoccupati suggerisce politiche similari al reddito di cittadinanza; la stessa crisi riduce le possibilità di profitto per le imprese causando la detassazione dei profitti d’impresa – finanziata dalla distruzione del welfare state (incluso le pensioni) – e l’aumento dell’evasione fiscale (con la collusione dello stato); e la stessa democrazia formale viene sempre più ridotta da una crisi che riduce il consenso delle politiche borghesi, e quindi promuove un aumento delle forme autoritarie di potere politico e statale. L’aspetto speculare di questi pii desideri è la rivendicazione massima del cosiddetto “controllo popolare” che è “una palestra dove le classi popolari si abituano a esercitare il potere di decidere… riprendendo innanzitutto confidenza con le istituzioni”. La traduzione pratica di questo programma, oltre ad una serie di azioni di denuncia e di lotte rivendicative meritevoli[1], è l’aperto sostegno di Je So Pazz alla giunta De Magistris, che passa dall’ignorare e il tacere sulle lotte dei lavoratori del trasporto pubblico contro la giunta, all’esaltare alcune misure progressive, ma parziali, come l’acqua pubblica. Subordinarsi ad una forza politica populista in nome della lotta alle destre o alla camorra è il vecchio leitmotiv che ha portato alla rovina la sinistra italiana[2].

Quale forma partito

Ogni fine ha il suo mezzo. Per questo ogni programma e linea politica di un partito hanno la loro forma adeguata di organizzazione. L’organizzazione di Potere al Popolo è l’organizzazione di un partito nel quale c’è un gruppo dirigente che comanda ed una base militante che esegue. Questo lo si vede non solo nella forma nella quale è stata gestita la campagna elettorale, nella quale le assemblee erano solamente degli atti propagandistici e tutte le decisioni venivano prese da un comitato ristretto, composto dagli esponenti delle varie forze politiche facenti parte della coalizione; ma soprattutto nella forma con cui si è dotato di uno statuto: con un gruppo di dirigenti che lo hanno redatto e la base militante che ha potuto semplicemente scegliere di approvarlo o meno votando sì o no al referendum interno. Il metodo di promuovere plebisciti è classico del bonapartismo, dove un leader si erge a salvatore della patria sostituendo la libera deliberazione delle masse; i marxisti gli hanno sempre contrapposto l’auto-organizzazione delle masse e la possibilità di queste di decidere collettivamente in congressi organizzati. Inoltre Potere al Popolo ripropone una forma d’iscrizione tipica dei partiti opportunisti come il PRC dove gli iscritti non sono compagni che attivamente supportano l’attività del partito, il suo finanziamento  e il suo programma, ma dei semplici simpatizzanti che passivamente limitano la propria attività ad il pagamento di una tessera di iscrizione e al voto, una tantum, ai congressi o ai referendum decisi dal vertice del partito – con l’aggravante che questa iscrizione non passa dal contatto con il circolo territoriale, e quindi i suoi militanti più attivi, ma dal sito internet di PaP.

Conclusioni

La sinistra italiana ha bisogno di un cambio radicale, non di riproporre le stesse vecchie logiche in una versione eclettica che mischia il movimentismo con la demagogia populista. Il programma deve analizzare il fallimento di questa società capitalista, e le sue implicanze nefaste sulle condizioni di vita dei lavoratori. Il conto da pagare che presenta ai lavoratori questa società per sopravvivere è la distruzione di tutti i diritti sociali, civili e politici conquistati in decenni di lotte e crisi rivoluzionarie. A partire da ciò rivendicare delle misure che parlino ai problemi immediati delle masse dimostrando la necessità di superare questa società fallita – ad esempio rivendicare la ripartizione del lavoro esistente tra tutti, riducendo progressivamente l’orario di lavoro a parità di salario (e non il vago “serie politiche di contrasto alla disoccupazione”), misura incompatibile con una società basata sul profitto della borghesia. Il punto non è creare una falsa “confidenza” delle masse con le istituzioni esistenti, ma dimostrare la natura di classista e sfruttatrice delle istituzioni esistenti (compresa la Costituzione che PaP dichiara di voler difendere) e la necessità di dover rovesciarle.

Un partito che ha questo programma, il programma della rivoluzione socialista, deve dotarsi di una organizzazione ben diversa da quella di Potere al Popolo – o ieri di quella del PRC o del PCI. Una organizzazione formata da una base attiva, cosciente, che si forma e interviene nel dibattito del partito, non accettando in nessun modo di essere relegata a votare una tantum uno statuto totalmente redatto da qualche pseudo-dirigente. Ovviamente nessuno rifiuta l’importanza di avere un gruppo dirigente ed una direzione, ma questa deve essere eletta e controllata dalla base militante. Sostituire un gruppo dirigente vincolato al partito e alla sua base, con un apparato slegato dal corpo del partito è stato sempre la base di una degenerazione politica e dell’opportunismo. Lo scontro e il dibattito di Potere al Popolo sullo statuto rivela una problematica più importante, il rifiuto di costruire un partito rivoluzionario dei lavoratori.

[1] Riportate nel documento programmatico di PaP: «le visite che facciamo ai Centri di Accoglienza Straordinaria», «le apparizioni all’Ispettorato del Lavoro», «la battaglia per il diritto alla residenza e all’assistenza sanitaria per i senza fissa dimora».

[2] Quando PaP rivendica «la sorveglianza che abbiamo fatto sulla compravendita dei voti alle ultime elezioni amministrative a Napoli», rivendica la propria militanza a favore dei De Magistris

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