La condizione della classe operaia in Inghilterra – Le donne

Si raccolgono qui alcuni passi tratti da “La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845)” di Friedrich Engels incentrati sulle regole del mercato del lavoro capitalistico e gli effetti che queste hanno avuto in particolare sulle donne. Traduzione del testo a cura di marxists.org.

La classe operaia inglese

La storia della classe operaia inglese comincia con l’ultima metà del secolo passato, con la scoperta della macchina a vapore e delle macchine per la lavorazione del cotone. Queste scoperte diedero, come è noto, l’impulso ad una rivoluzione industriale, ad una rivoluzione che trasformò nel medesimo tempo tutta la società borghese e la cui importanza per la storia mondiale comincia ora soltanto ad essere riconosciuta. L’Inghilterra è il terreno classico di questa rivoluzione, che procedette tanto più potente quanto più senza rumore, e l’Inghilterra è perciò anche la terra classica per lo sviluppo del principale prodotto di tale rivoluzione: il proletariato. Il proletariato può solo in Inghilterra venir studiato in tutti i suoi rapporti e da tutti i lati. Sessanta, ottanta anni innanzi, l’Inghilterra era un paese come tutti gli altri, con piccole città, poche e semplici industrie e di una magra ma proporzionalmente grande popolazione agricola; ed ora è un paese come nessuno altro, con una capitale di due milioni e mezzo d’abitanti, con colossali città industriali, con una industria che provvede tutto il mondo e che fa quasi tutto con macchine complicate, con una solerte, intelligente e folta popolazione, la quale per due terzi entrò in rapporti con l’industria, e che è composta di tutta un’altra classe, che forma tutta un’altra nazione con altri costumi, altre necessità che nel passato. Il rapido sviluppo dell’industria richiese delle braccia; il salario aumentò; ed in conseguenza di questo, schiere di lavoratori emigrarono dai distretti agricoli nelle città. La popolazione aumentò rapidamente e quasi tutto l’aumento venne dalla classe proletaria. A questo modo si raccolse la prodigiosa massa di operai, che ora riempie tutto l’impero britannico ed il cui stato sociale ogni giorno più si impone all’attenzione del mondo civile.

Un sistema economico in cui domina la concorrenza

La concorrenza, subito al principio del movimento industriale, creò il proletariato, innalzando per la crescente domanda di stoffe tessute il salario del tessitore e inducendo perciò i tessitori-agricoltori ad abbandonare la coltivazione dei loro campi per poter guadagnare tanto di più al telaio; noi abbiamo veduto come soppiantò i piccoli agricoltori per il sistema della cultura in grande, come li trasformò in proletari e quindi come in parte li trasse nelle città; noi abbiamo veduto in qual modo rovinò, nella grande maggioranza, la piccola borghesia e come parimenti gravò sui proletari, come centralizzò il capitale nelle mani di pochi e la popolazione nelle grandi città, Queste sono le vie diverse ed i mezzi mediante i quali la concorrenza, come pervenne nell’industria moderna alla piena luce e al libero sviluppo delle sue conseguenze, creò ed allargò il proletariato. Ora noi abbiamo da considerare la sua influenza sul già esistente proletariato. E qui in primo luogo dobbiamo spiegare nelle sue conseguenze la concorrenza dei singoli lavoratori tra loro.

La concorrenza è l’espressione più completa della guerra dominante di tutti contro tutti nella moderna società borghese. Questa guerra, guerra per la vita, per l’esistenza, per ogni cosa, quindi in caso di necessità una guerra per la vita e la morte, non esiste soltanto tra le classi diverse della, società, ma inoltre tra i singoli individui di queste classi; ognuno è sulla via dell’altro ed ognuno cerca quindi di soppiantare tutti coloro che sono sul suo cammino e di porsi al loro posto. I lavoratori si fanno concorrenza tra loro, i -borghesi fanno altrettanto. I tessitori meccanici concorrono contro i tessitori a mano, il tessitore occupato o mal pagato contro quello occupato o meglio pagato e cerca di soppiantarlo. Ma questa concorrenza dei lavoratori, degli uni contro gli altri, è per essi il lato più triste delle odierne condizioni, l’arma più acuta contro il proletariato nelle mani della borghesia. Quindi gli sforzi dei lavoratori per sopprimere con le associazioni questa concorrenza; quindi il furore della borghesia contro queste associazioni ed il suo trionfo per ogni sconfitta toccata ad esse.

Allora noi abbiamo la reciproca concorrenza dei proletari. Se tutti i proletari avessero espressa soltanto la volontà di voler piuttosto morire di fame che di lavorare per la borghesia, questa avrebbe dovuto già desistere dal suo monopolio; ma questo non è il caso, questo è persino un caso impossibile, e quindi la borghesia è sempre di buon umore. Questa concorrenza dei lavoratori ha soltanto una barriera — nessun lavoratore vorrà lavorare per meno di quello che gli è necessario per la sua esistenza; se egli vorrà morire di fame, egli vorrà più volentieri morir di fame in ozio che lavorando. Invero questa barriera è relativa; l’uno ha maggiori bisogni dell’altro, l’uno più dell’altro è abituato a maggiori comodità —l’inglese il quale è un poco civilizzato ha più bisogni dell’irlandese che va in giro con stracci addosso, mangia patate e dorme in porcili. Ma ciò non impedisce agli irlandesi di far concorrenza agli inglesi ed a poco a poco abbassare il salario e con esso il grado di civiltà dell’operaio inglese al livello di quello irlandese. Certi lavori richiedono un determinato grado di civiltà, come quasi tutti quelli industriali; quindi in questo caso il salario nell’interesse della borghesia stessa deve essere alto in modo che renda possibile al lavoratore di mantenersi in questa sfera. L’irlandese che appena venuto, alloggia nella prima stalla, che se possiede un’abitazione sopportabile ogni settimana è posto sulla strada, perché beve tutto e non può pagare l’affitto, sarebbe un cattivo operaio industriale; perciò ai lavoratori industriali deve venir dato quanto ad essi ò necessario per allevare i figli al lavoro regolare — ma non di più, poiché non possono privarsi del guadagno dei loro ragazzi e lasciarli divenire qualche cos’altro che semplici lavoratori. Anche qui la barriera del minimum del salario è relativa; dove nella famiglia ognuno lavora, il singolo ha bisogno di guadagnare molto meno e la borghesia ha approfittato dell’occasione che le venne dal lavoro meccanico, per abbassare bravamente il salario con l’occupazione e lo sfruttamento delle donne e dei fanciulli.

La manodopera di riserva

In tutti i tempi, eccettuato nei brevi periodi del più alto rifiorimento, l’industria inglese deve avere una riserva di operai disoccupati per poter appunto nei mesi di maggior vitalità produrre sul mercato la massa di merci richieste. Questa riserva è più o meno numerosa secondo che la condizione del mercato causa una maggiore o minore occupazione della medesima. E se pure nello stato del maggior rifiorire del mercato, per lo meno di tempo in tempo, i distretti agricoli, l’Irlanda ed i rami dell’industria meno soggetti al rifiorimento possono fornire un numero di lavoratori, questi da un lato formano tuttavia una minoranza ed appartengono altresì d’altro lato alla riserva, con l’unica differenza che solo ciascun rifiorimento mostra appunto che vi appartengono. Quando passano in una branca di lavoro più viva, i componenti della riserva si limitano nelle spese di casa; per sentire meno il deficit lavorano di più, vengono occupate le donne ed i ragazzi, e, se essi al ritorno della crisi vengono congedati, trovano che il loro posto è occupato e sono in soprannumero — almeno in parte. Questa riserva, durante la crisi è un’immensa moltitudine, e, nei tempi medi, che si possono prendere come la media del rifiorimento e della crisi, è sempre abbastanza numerosa — questa è la «popolazione soprannumeraria» dell’Inghilterra, popolazione che, mediante le elemosine ed i furti, la pulitura delle strade, il raccogliere il letame, le corse con le carriole e gli asini o con piccoli altri lavori d’occasione, trascina una misera esistenza.

La concorrenza con le macchine

Quasi ovunque il lavoro a mano è soppiantato dal lavoro a macchina, quasi tutte le manifatture vengono fatte con la forza dell’acqua o del vapore e ogni anno porta dei nuovi miglioramenti.

In un sistema sociale ordinario tali miglioramenti sarebbero gradevoli; in un sistema di guerra di tutti contro tutti, singoli individui si impadroniscono del vantaggio e tolgono ai più il mezzo di vivere. Ogni miglioramento delle macchine rende disoccupati degli operai e più notevole il miglioramento, più numerosa diviene la classe senza lavoro; ogni miglioramento ha su un certo numero di operai l’azione di una crisi commerciale, produce miseria, fame, delinquenza. Prendiamo un esempio; subito dopo la prima invenzione, la jenny (filatoio per il cotone, n.d.t.), messa in moto da un solo operaio, consegnava almeno il sestuplo di quanto poteva fare in egual tempo il filatore, per modo che per ogni nuova jenny, rimanevano senza pane cinque filatori. La mule (filatoio per la seta ed il cotone fino, n.d.t.), che rendeva necessario per la produzione un numero ancora minore di operai, ebbe l’eguale azione, e ogni miglioramento della mule, cioè ogni aumento del numero dei fusi, diminuiva di continuo il numero degli operai necessari. Ma tale aumento del numero dei fusi della mule è così notevole, che per esso complete squadre di operai rimasero senza lavoro: poiché, se per lo innanzi un filatore con un paio di ragazzi (piecers) metteva in movimento 600 fusi, ora poteva sorvegliare da solo da 1400 a 2000 fusi appartenenti a due mule — perciò due filatori adulti ed una parte dei piecers da essi occupati, restavano senza lavoro. E poiché in una gran parte di filatorie furono introdotti i self-actors (filatoi automatici), cessò la funzione del filatore e questa venne appunto esercitata dalle macchine. Mentre il numero dei fusi aumenta del 10 per cento, il numero dei filatori diminuisce di più del 60 per cento. Nelle fabbriche per scardassare sono ora fatti simili miglioramenti, di modo che la metà degli operai è senza pane. In una fabbrica sono introdotti i telai doppi che rendono disoccupate quattro ragazze su otto — inoltre il fabbricante ha ribassato il salario delle quattro che lavorano, da otto a sette scellini.

La borghesia sente il dovere di rispondere che i miglioramenti delle macchine, per cui le spese di produzione diminuiscono, offrono le merci al prezzo più basso, che a tale prezzo minimo corrisponde un certo aumento del consumo, che gli operai rimasti disoccupati ritrovano presto lavoro nelle nuove fabbriche. Essa non tiene conto di quanto avviene sino alle conseguenze dell’abbassamento di prezzo, fino all’apertura delle nuove fabbriche; essa non ci dice che tutti i miglioramenti delle macchine di più in più gettano su queste il vero lavoro che vuole dell’applicazione e che in tal modo il lavoro degli uomini adulti si muta in una semplice sorveglianza che può venir eseguita da una donna debole oppure da un ragazzo, ed inoltre per una metà od un terzo di salario; che dunque gli uomini adulti sono spinti fuori dall’industria e che non possono venire occupati dalla aumentata fabbricazione; la borghesia non dice che per ciò complete branche di lavoro vengono soppresse o trasformate, che devono venire apprese di nuovo e si guarda bene di confessare se si deve abolire il lavoro dei piccoli ragazzi — specie che il lavoro nelle fabbriche dovrebbe venir imparato nella più verde gioventù e prima dei dieci anni, perché possa essere appreso bene; essa non dice che il processo dei perfezionamenti delle macchine progredisce di continuo e che all’operaio, se ne avvenisse il caso, tosto che apprende a lavorare in un’altra branca di lavoro, vien tolta di nuovo pur questa e perciò l’ultimo resto di sicurezza di vita, che egli ancora aveva, gli è strappato. Ma la borghesia trae il vantaggio dai perfezionamenti delle macchine; essa ha durante i primi anni, quando ancora lavoravano molte vecchie macchine e i perfezionamenti non erano ancora introdotti, colta la più bella occasione di guadagnare denaro e sarebbe pretendere troppo se essa dovesse avere pure desiderio degli svantaggi delle macchine perfezionate. Che le macchine perfezionate abbassino il salario è pure vivamente contestato dalla borghesia, mentre gli operai lo affermano sempre più. Un filatore addetto alla mule mi diceva che egli non guadagnava un salario settimanale superiore a 14 scellini, e con tale affermazione con corda quanto dice Leach, che in diverse fabbriche i filatori grossolani guadagnano sotto ai 16 scellini e mezzo, che un filatore che tre anni innanzi guadagnava 30 scellini, ora poteva prendere appena 12 scellini e mezzo e che negli ultimi anni non guadagnava in media di più. Il salario delle donne e dei fanciulli certamente può essere caduto di poco, ma perché sin dal principio non era alto. Io conosco parecchie donne, che sono vedove ed hanno dei figliuoli; guadagnano penosamente per settimana dagli 8 ai 9 scellini e non possono con tale somma vivere regolarmente assieme alla famiglia — ne converrà ognuno che conosca i prezzi dei generi necessari all’esistenza in Inghilterra.

Quelli operai che devono fare concorrenza ad una prima macchina che prende posto in una fabbrica, vivono, in una delle peggiori condizioni. Il prezzo dell’articolo da essi fabbricato, si conforma all’eguale fabbricato dalla macchina, e poiché la macchina lavora a più buon mercato, così l’operaio che le fa concorrenza riceve il salario più basso. Questa condizione si presenta ad ogni operaio che lavora ad una macchina vecchia la quale fa concorrenza alle macchine posteriori perfezionate. Naturalmente, chi altri doveva sopportarne il danno? Il fabbricante non vuole gettar via la sua macchina e non vuole inoltre avere il danno; egli non può ottener dalla macchina morta alcun indennizzo, quindi si rimette all’operaio vivente, all’universale capro espiatorio della società.

La concorrenza tra uomini, donne e giovani

Osserviamo un po’ più da vicino un solo fatto per cui la macchina di più in più soppianta il lavoro degli operai maschi adulti. Il lavoro alle macchine tanto nella filatura come nella tessitura, consiste principalmente nell’annodare assieme i fili spezzati, poiché tutto il resto è fatto dalla macchina; questo lavoro non richiede alcuna forza, ma soltanto una grande flessibilità di dita. Gli uomini quindi non solo non sono utili, ma a causa dei muscoli più forti e dello sviluppo delle ossa delle loro mani, sono meno adatti delle donne e dei ragazzi e così naturalmente sono soppiantati quasi del tutto da questa specie di lavoro. Quanto più dunque l’attività delle braccia, l’applicazione della forza sono rigettate per l’introduzione delle macchine idrauliche o a vapore, tanto meno gli uomini possono venir occupati — e poiché senza dubbio le donne ed i ragazzi sono più a buon mercato e come abbiamo detto lavorano meglio in tali branche di lavoro che gli uomini, così le donne ed i ragazzi trovano lavoro.

Nelle filatorie si trovano ai throstles soltanto, donne e ragazze, alla mule un filatore, un uomo adulto (che è soppresso dai self-actors), parecchi piecer per annodare i fili, per lo più ragazzi o donne, qualche volta giovani dai 18 ai 20 anni, qua e là un vecchio filatore rimasto disoccupato. Ai telai a macchina lavorano per lo più donne dai 15 ai 20 anni e inoltre alcuni uomini, ma questi raramente hanno lavoro dopo ì ventun anni. Alle macchine per filare si trovano pure soltanto donne: vi sono alcuni uomini per l’affilamento e la pulitura delle macchine per scardassare. Oltre tutti questi, le fabbriche occupano un certo numero dì ragazzi per levare e rimettere i rocchetti (doffers) e alcuni uomini adulti per ispezionare i locali, un meccanico ed un macchinista per la macchina a vapore ed anche falegnami, portieri, ecc. Ma il lavoro propriamente detto viene fatto da donne e fanciulli.

Vogliamo prendere alcuni dati, sul rapporto dell’età e dei sessi. Dal discorso che il Lord Ashley fece il 15 marzo 1844 alla Camera bassa, la mozione delle dieci ore; questi dati non sono stati respinti dai fabbricanti e si rapportano soltanto ad una parte dell’industria inglese. Dei 419,560 operai industriali dell’impero britannico (1839) 192,887. Dunque quasi la metà erano sotto ai 18 anni e 242,296 di sesso femminile. dì 112,192 sotto ai 18 anni. Rimangono ancora 80,695 operai maschi sotto ai 18 anni e 96,569 operai maschi adulti o il 23 per cento, dunque nemmeno il quarto di tutta la cifra. Nelle fabbriche di cotone v’era il 56 ¼, nelle fabbriche di lana il 69 ½, nelle fabbriche di seta il 70 ½, nelle filatorie di lino 60 ½, per cento del numero complessivo di operai, di sesso femminile. Queste cifre bastano a dimostrare la sostituzione degli operai adulti maschi.

Le donne in fabbrica

Le donne ritornano spesso alla fabbrica tre o quattro giorni dopo il parto e lasciano naturalmente il loro lattante; nelle ore libere esse devono correre frettolosamente a casa per allattare il bimbo e per mangiare esse stesse qualche cosa — qual sorta di allattamento debba essere, è chiaro. Lord Ashley dà le deposizioni di alcune operaie:

M. H., di venti anni, ha due bimbi, il più giovane, che è lattante, viene custodito dall’altro che è un po’ più innanzi in età — essa va alla mattina alle cinque alla fabbrica e ritorna a casa alle otto; durante il giorno il latte le cola dai seni, in modo che le grondano i vestiti.”

H. W. ha tre bambini, alle cinque del lunedì parte da casa e ritorna soltanto al sabato di sera alle sette; essa ha tanto da fare per i tre bambini, che non può andare a letto prima delle tre di mattina. Spesso è inzuppata dalla pioggia sino alla pelle ed è costretta a lavorare in tale condizione. «I miei seni mi hanno dato dei dolori terribili ed io sono stata inzuppata dal latte».”

L’uso di medicine narcotiche per tener tranquilli i bambini, viene favorito da questo infame sistema ed è realmente nei distretti industriali ove tale uso raggiunge il più alto grado: il dott. Johns, registratore-capo del distretto di Manchester, è d’opinione che questo costume sia la causa principale dei frequenti casi di morte per convulsioni. L’occupazione della donna nella fabbrica dissolve di necessità completamente la famiglia, e tale dissolvimento ha, nelle odierne condizioni della società, condizioni che riposano sulla famiglia, le conseguenze più demoralizzatrici tanto per i coniugi come per i figli. Una madre che non ha il tempo d’aver cura del proprio figlio. di rendergli nei primi anni i più comuni uffici, una madre che appena ha il tempo di vedere suo figlio, non può esser madre a questo figlio, all’opposto deve di necessità divenire indifferente, deve trattarlo senza amore e passione come un figlio degli altri; e i bimbi cresciuti in tali condizioni sono più tardi perduti per la famiglia, non possono nella famiglia che essi stessi fanno sorgere, sentirsi come in famiglia, perché hanno imparato a conoscere soltanto una vita isolata e devono perciò contribuire al generale sotterramento della famiglia operaia. Una simile dissoluzione della famiglia avviene per il lavoro dei fanciulli. Se questi sono così innanzi da poter guadagnare di più di quello che l’alimento costa ai loro genitori, incominciano a dare a questi una certa somma per le spese e l’alloggio e spendono per sé stessi il resto. Spesso questo di già avviene al quattordicesimo e sedicesimo anno (Power, Rept. on Leeds, passim. Tufnell. Rept. on Manchester, p. 17, ecc. nel rapporto sulle fabbriche). In una parola, i ragazzi si emancipano e considerano la casa paterna come un’osteria, che spesso, se non piace loro, scambiano con un’altra.

In molti casi la famiglia non viene del tutto disciolta per il lavoro della donna, ma viene posta tutta a suo carico. La donna mantiene la famiglia, il marito se ne sta in casa. guarda i ragazzi, spazza le stanze e cucina. Questo caso si presenta molto e molto spesso; soltanto in Manchester vi sono parecchie centinaia di tali uomini, che accudiscono ai lavori casalinghi. Un così totale investimento della condizione dei sessi può soltanto venire da tale causa, che i sessi sin dal principio sono stati posti falsamente di fronte l’un l’altro. Il dominio della donna sull’uomo, come si rende necessario dal sistema a fabbriche, è inumano — così pure l’originario dominio dell’uomo sulla donna deve essere inumano. La donna può ora, come prima l’uomo, fondare il suo dominio, poiché essa il più delle volte, dà tutto alla famiglia; così ne segue necessariamente che la comunità dei membri della famiglia non è vera e razionale, perché un solo membro della famiglia vi contribuisce con la più grande parte.

Ma tutto questo è ancora il meno. Le conseguenze morali del lavoro delle donne nelle fabbriche sono ancora peggiori. L’unione dei due sessi e di tutte le età in una sola stanza di lavoro, l’avvicinamento inevitabile tra essi, la riunione di gente, a cui non è stata data un’educazione né morale né intellettuale, in uno spazio ristretto, non è appunto adatta ad avere le conseguenze più favorevoli allo sviluppo del carattere della donna. Il servizio nelle fabbriche, come qualsiasi altro ed ancor più, riserva al padrone lo ius primae noctis. Il fabbricante è anche in questo rapporto padrone del corpo e delle attrattive delle sue operaie. Il licenziamento è una condanna abbastanza grave perché non riesca nove casi su dieci, quando non novantanove su cento, distruggere ogni resistenza delle ragazze, che non hanno un forte motivo per rimaner caste: Il fabbricante è abbastanza grossolano — il rapporto della commissione ne dà parecchi esempi — e così la sua fabbrica è pure il suo harem; e ammesso pure che non tutti i fabbricanti facciano uso del loro diritto, la cosa non muta per ciò che riguarda le ragazze. Agli inizi dell’industria a fabbriche, quando la maggior parte dei fabbricanti erano plebei arricchiti, senza educazione e riguardi per le ipocrisie sociali, non si lasciavano disturbare per nulla nell’esercizio del loro diritto «molto bene acquisito».

L’azione del lavoro delle fabbriche sul fisico della donna ha un carattere del tutto speciale. Le defigurazioni che sono la conseguenza di un lungo lavoro, nella donna sì presentano in forma più grave: le defigurazioni del bacino si producono spesso in parte per la posizione falsa e lo sviluppo delle ossa del bacino stesso ed alle volte per lo storpiamento della parte inferiore della colonna vertebra». Le operaie delle fabbriche partoriscono con maggior difficoltà delle altre donne, e questo è provato da parecchie levatrici e da ostetrici come dai frequenti aborti; vedi ad esempio dott. Hawkins, evid., p. 11 e 13. Aggiungi ancora che le donne, come tutti gli operai delle fabbriche, soffrono comunemente la generale debolezza e che, quando le donne sono incinte, lavorano nelle fabbriche sino all’ora del parto — naturalmente se tralasciassero di lavorare troppo presto, temerebbero che il loro posto fosse occupato da altre e che venissero esse stesse messe alla porta — perderebbero quindi anche il salario.

Accade spessissimo che le donne le quali ancora lavorano alla sera, si sgravino alla mattina veniente, e non è per nulla raro che partoriscano nelle fabbriche stesse tra le macchine. E, se pure i signori borghesi nulla, trovano in ciò di particolare, forse le loro mogli converranno con me nel dire che è una crudeltà, una infame barbarie di costringere indirettamente una donna incinta a lavorare in piedi, e spesso curvata giornalmente sino al momento del parto, dalle dodici alle tredici ore (prima ancor più). Ma questo non è tutto. Se le donne dopo il parto possono tralasciar di lavorare per quattordici giorni, sono contente e giudicano un tale spazio di tempo per lungo. Parecchie ritornano alla fabbrica già dopo otto, dopo tre o quattro giorni e lavorano per l’intera giornata. Io intesi una volta come un fabbricante interrogava un sorvegliante: — La tale e la tale non sono ancor qui? — No. — Da quanto tempa hanno partorito? — Otto giorni. — Esse avrebbero invero potuto ritornare da lungo tempo. Quella là suole rimanere a casa soltanto tre giorni. Naturalmente la paura di venire licenziate, la paura della disoccupazione, le trascina nonostante la loro debolezza, nonostante i dolori che loro procaccia il lavoro della fabbrica; l’interesse del fabbricante non permette che i suoi operai rimangano a casa a cagione del male; essi non devono ammalarsi, essi non possono osare di rimanere a letto durante la settimana, altrimenti il fabbricante dovrebbe lasciare inoperose le sue macchine o tormentare la sua sapientissima testa con l’ordine di un cambiamento temporaneo; ed invece di far ciò, egli licenzia la sua gente se questa osa di essere ammalata. Ascoltate (Cowell, evid. p. 77): Una ragazza si sente molto indisposta, non può proseguire a lavorare. — Perché non chiedete il permesso di andare a casa? — Ah, signore — il «Signore» è molto proprio in questo caso — se noi ci assentiamo per un quarto di giornata, rischiamo di venire licenziate.

Il lavoro delle ragazze giovani produce nel periodo dello sviluppo un grande numero di altre irregolarità. Presso alcune, spesso le meglio nutrite, il calore della fabbrica spinge innanzi lo sviluppo più rapidamente del comune, di modo che alcune ragazze dai dodici ai quattordici anni sono completamente formate; Roberton, «eminente» ostetrico il Manchester, racconta, nel North of England Medical and Surgical Journal che gli si è presentato il caso di una ragazza di undici anni, la quale non soltanto era una donna completamente formata, ma inoltre era incinta e il fatto che tali casi non sono rari in Manchester, si può presumerlo dal fatto che le donne partoriscono di quindici anni. In tali casi agisce il calore delle fabbriche appunto come il caldo ardente del clima tropicale, e. come in questo clima, lo sviluppo eccessivamente precoce si vendica con la vecchiaia e la rilassatezza premature. — Spesso si nota nondimeno un arresto sessuale dello sviluppo della donna; i seni si formano tardi o non si formano affatto — di ciò offre degli esempi Corwell p. 35; la mestruazione si presenta in molti casi ai diciassette o ai diciotto anni, alle volte pure ai vent’anni e spesso non si presenta affatto (Dr. Mawkins, evid. p. 11, Dr. London p. 14 ecc. Sir Dr. Barry, p. 5 ecc.). La mestruazione irregolare, unita a molti dolori e malattie, specialmente la clorosi, è frequentissima; su ciò sono concordi i rapporti medici. I figli nati da tali donne, specie se devono lavorare durante la gravidanza, non possono essere forti. Al contrario in particolare quelli di Manchester, vengono nei rapporti descritti come molto deboli.

Ma vi sono inoltre alcuni altri rami del lavoro delle fabbriche che hanno delle particolari conseguenze nocive. In molti locali adibiti alla filatura del cotone e del lino, si solleva una grande quantità di polvere che previene dalle filaccie, la quale produce particolarmente nei locali per scardassare e pettinare il lino dei disturbi di petto. Alcune costituzioni possono sopportarla, altre no. Ma l’operaio non ha alcuna scelta, egli deve accettare la stanza ove si trova il lavoro, sia o no buono il suo petto. Le conseguenze più comuni due derivano dal respirare questa polvere, sono sbocchi di sangue, la respirazione più difficile, dolori al petto, tosse, insonnia, in breve tutti i sintomi dell’asma, i quali nel peggiore dei casi finiscono nella consunzione. Ma è particolarmente insalubre la filatura bagnata del filo di lino, che viene fatta dalle ragazze giovani e dai fanciulli. L’acqua sprizza dai fusi sul loro corpo, di modo che la parte anteriore dei loro vestiti è di continuo inumidita sino alla pelle e l’acqua dì continuo bagna il suolo. In più piccola misura ciò avviene pure nelle doppie camere delle fabbriche di cotone; ne sono conseguenza i continui raffreddori e le affezioni di petto. Tutti gli operai delle fabbriche parlano con una voce rauca e fioca, ma specie quelli addetti alla filatura bagnata e alla filatura doppia. La filatura del lino ha un’altra conseguenza: lo storcimento caratteristico delle spalle e specie lo spostarsi in avanti dell’omaplata destra, che deriva dalla natura del lavoro. Questo modo di filare ed anche la filatura del cotone al throstle producono spesso delle malattie alla rotella, che è impiegata per l’arresto del fuso, mentre vengono attaccati i fili rotti. Il frequente curvarsi in questi due rami di lavoro e la bassezza delle macchine hanno generalmente per conseguenza uno sviluppo. difettoso.

Ma oltre a tutte queste malattie e storpiamenti, le membra degli operai hanno ancora a soffrire in altro modo. Il lavoro tra le macchine causa un gran numero di disgrazie che più o meno sono di grave natura e che inoltre hanno per gli operai la conseguenza di renderli, in parte o del tutto, incapaci al lavoro. Molto di frequente avviene che una, singola falange sia strappata da un dito, più spesso che tutto un dito, una mano od una mezza mano, un braccio. ecc. siano presi dai raggi e triturati. Molto spesso avviene che dopo queste pur piccole disgrazie si producano dei trismi e ne segua la morte. A Manchester si vedono andare attorno oltre a molti storpi. un grande numero di mutilati; all’uno manca metà o tutto un braccio. all’altro un piede, al terzo una mezza gamba; si crede di vivere tra un esercito che sia ritornato da una spedizione militare.

La schiavitù in cui la borghesia tiene incatenata la classe proletaria in nessun luogo viene alla luce più chiaramente che nel sistema a fabbriche. Qui cessa di diritto e di fatto ogni libertà. L’operaio alla mattina alle cinque e mezzo, deve essere nella fabbrica — se egli vi arriva un paio di minuti più tardi, è punito, se vi arriva dieci minuti più tardi egli non vi può entrare fino all’ora di colazione e perde un quarto di salario (quantunque non lavori soltanto due ore e mezza delle dodici). Egli deve mangiare, bere e dormire ubbidendo al comando. Per la soddisfazione dì tutti i pressanti bisogni, ha il tempo più ristretto, che è necessario perché essi siano condotti a fine. Se la sua casa è lontana una mezz’ora od un’ora, il fabbricante non se ne preoccupa. La campana dispotica lo chiama dal letto, lo chiama dalla colazione e dal pranzo. E che gli succede nella fabbrica! Qui il fabbricante è dispotico legislatore: crea il regolamento di fabbrica come gli piace; multa e fa aggiunte al suo codice quanto gli accomoda:

1° Le porte della fabbrica vengono chiuse dieci minuti dopo che è incominciato il lavoro e nessuno può entrarvi fino all’ora di colazione. Chi durante questo tempo è assente incorre per ogni telaio in tre pence di multa. 2° Ogni tessitore (al telaio meccanico) che in altro momento, mentre la macchina è in moto, si assenta, è punito per ogni ora ed ogni telaio, al quale è occupato, con tre pence di multa. Chi durante il lavoro, senza il permesso del sorvegliante, abbandona la stanza, è parimenti punito con tre pence di multa. 3° I tessitori che non hanno con sé le forbici, incorrono pei ogni giornata in un denaro di multa. 4° Tutte le spole, le spazzole, i vasi d’olio, ruote, finestre ecc. che sono rotti, devono venir pagati dal tessitore. 5° Nessun tessitore, senza preavviso, che deve esser dato una settimana prima, può lasciare il servizio. Il fabbricante può senza preavviso licenziare qualsiasi operaio col motivo del cattivo lavoro o per la cosa più significante. 6° Ogni operaio che viene trovato a parlare con un altro, o a cantare o a fischiettare è colpito di una multa di sei pence. Chi durante il lavoro lascia il suo posto, è altresì condannato a sei pence.

Mi sta innanzi un altro regolamento di fabbrica, secondo il quale ad ognuno che arriva tre minuti in ritardo, è trattenuto un quarto d’ora di salario e ad ognuno chi arriva venti minuti più tardi è trattenuto un quarto del salario della giornata.

Ma, anche in altro modo, l’operaio è lo schiavo del suo padrone. Se la moglie o la figlia dell’operaio piace al ricco padrone, questi non ha che da ordinare, che da far segno ed ella deve fargli olocausto delle sue grazie. Se il fabbricante desidera di coprire con firme una petizione in favore degli interessi borghesi, egli è solito a inviarla soltanto nella sua fabbrica. Se egli vuole far passare un’elezione al Parlamento, manda i suoi operai elettori per turno e schiere agli uffici elettorali ed essi devono bene votare per i borghesi, ne abbiano o no desiderio. Vuole il fabbricante avere una maggioranza in una pubblica assemblea? ebbene egli licenzia gli operai una mezz’ora del solito, procura loro un posto presso alla tribuna, dove egli può sorvegliarli convenevolmente.

Una bomba a orologeria

Se nei prossimi venti anni rimangono le odierne condizioni sociali, come non può accadere altrimenti, la maggioranza del proletariato diviene sempre più «superflua» e non ha altra scelta che o la morte di fame o la rivoluzione. Ma per il caso che l’Inghilterra mantenga il monopolio industriale, poiché i fabbricanti aumentano ogni giorno di numero, quale ne sarà la conseguenza? Rimarrebbero le crisi industriali, e con l’allargarsi dell’industria e l’aumentare del proletariato, diverranno sempre più violenti e più terribili. Il proletariato, per la progressiva rovina della piccola classe media, per la centralizzazione, che avviene a passi giganteschi, del capitale in poche mani, aumenterebbe in proporzione geometrica e presto formerebbe tutta la nazione, eccezion fatta di pochi milionari.

Questo sviluppo arriva ad un grado in cui il proletariato vede conte gli sarebbe facile di abbattere l’esistente forza sociale e segue quindi una rivoluzione. La guerra dei poveri contro i ricchi sarà la più sanguinosa che sia mai avvenuta. Pure la conversione di una parte della borghesia verso il partito dei proletari, pure una generale riforma della borghesia sarebbe inutile. Le classi si separano sempre di più, lo spirito di resistenza penetra di più in più gli operai, l’inasprimento si accresce, le singole scaramucce si concentrano in battaglie importanti e dimostrazioni e un piccolo urto presto sarà sufficiente per porre in moto la valanga.

I passi che costituiscono il testo di questo articolo sono stati estratti dalle seguenti parti dell’opera: Capitoli 1 (Introduzione), 4, 7, 12.

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