DOPO Potere Al Popolo, Luigi De Magistris… PER L’ENNESIMA ILLUSIONE DELLA SINISTRA RIFORMISTA/POPULISTA ITALIANA!

di RdB e Domenico D’Anna

La città è persona offesa e noi non solo agiremo ma ho chiesto al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica che ci sia il rigore necessario per affrontare un tema che non è sindacale ma criminale

De Magistris, a proposito dei lavoratori dei servizi di pulizia per i mezzi di trasporto pubblico in mobilitazione contro ritardo stipendi e condizioni di lavoro ignobili

Finalmente Luigi De Magistris, che da anni si autorappresenta come nuovo leader della sinistra anti-PD e da mesi come quell’anti-Salvini che il popolo di sinistra attende, ha sciolto la riserva sulla sua discesa in campo a livello politico nazionale, con l’organizzazione di una prima assemblea pubblica (dopo le riunioni a porte chiuse) a Roma lo scorso 1 dicembre.

De Magistris è sindaco di Napoli dal 2011, arrivando allo scranno di palazzo San Giacomo con il vento in poppa dell’alternativa ad un centrodestra e un centrosinistra che nel capoluogo campano e nella sua provincia esprimono il loro peggio. Così da rappresentante della piccola borghesia desiderosa di una “buona gestione” della città, ha convogliato sulla sua persona un consenso che va dalla Napoli bene alla sinistra di movimento quando non addirittura ad aree dell’antagonismo. In occasione della seconda elezione di De Magistris, nel 2016, i centri sociali cittadini che non hanno apertamente appoggiato la sua riconferma a palazzo San Giacomo costituivano ormai un’infima minoranza (stesso discorso per il variegato mondo dei partiti di quasi tutta la sinistra). In cambio di tale sostegno, si sono così “guadagnati” un bel pezzo di agibilità politica, niente sgomberi e concessione di spazi pubblici (vantaggi di per sé positivi ma non a patto di diventare membri del fan-club del sindaco).

E, come era logico che fosse, i suoi mandati da primo cittadino sono stati ricchi di contraddizioni. Tralasciando le cialtronate come la promessa di una moneta “partenopea” da affiancare all’euro o dileggiamenti su progetti di delibera per rendere Napoli Municipio autonomo (a livello finanziario?!), vediamo un caso amministrativo concreto, tanto sbandierato dall’amministrazione comunale: la fantomatica vittoria del “sindaco ribelle” sul non pagamento da parte del Comune di Napoli del “debito ingiusto”. Con tale espressione, il sindaco e la compagneria napoletana che gli è andata dietro intendono il debito (circa 114 mln di euro, tra debito originario, tassi di interesse e messa in mora per gli sforamenti nelle tempistiche) contratto con il consorzio CR8 in occasione della ricostruzione post-terremoto del 1980, la quale è avvenuta in regime di commissariamento statale e ciò avrebbe dovuto comportare che “giustamente” a farsi carico del debito fosse lo Stato e non il Comune di Napoli. Così dopo quasi due anni di contenziosi legali e incontri istituzionali, passando per norme salva-Napoli inserite talvolta in legge di bilancio (2017) talvolta nei “decreti milleproroghe” (interventi legislativi atti ad esempio a raddoppiare gli anni a disposizione dei Comuni in pre-dissesto per ripianare la parte significativa del proprio debito pubblico o a concedere la possibilità sempre ai medesimi Comuni di riformulare il proprio piano di uscita dallo stato di pre-dissesto quand’anche non si fossero raggiunti gli obiettivi intermedi fissati dal piano precedente), De Magistris è riuscito a strappare al governo Gentiloni l’impegno per il pagamento di circa ¾ di tale debito (77%). Benissimo, il problema del debito “ingiusto”, circa il 5% del debito del Comune di Napoli (che ammonta a più di 1.700.000 di euro), è stato risolto da De Magistris e Gentiloni. E per il restante 95%, che a questo punto dobbiamo dedurre il sindaco e la maggioranza della sinistra partitica e di movimento napoletana ritengono essere debito “giusto”, che si fa? Da questo tipo di contraddizione non si scappa: o si rivendica il non pagamento dell’intero debito pubblico, con l’eccezione dei piccoli creditori, a livello comunale quanto statale, o non si ha alcuna possibilità di uscire dagli ingranaggi di un sistema di strozzinaggio del tutto legale all’interno del capitalismo.

Allo stesso modo ci si può tranquillamente presentare come sindaco del popolo, dei movimenti sociali, delle masse, anzi della “gente” come capita spesso di dover sentire, ma poi quando si è costretti a giocare con le regole (economiche) del sistema, quindi con le regole stabilite dalla classe avversa, che è quella al potere, si diventa in un batter d’occhio un sindaco costretto ad operare i soliti tagli alla spesa pubblica. Tagli che significano: stipendi dei lavoratori del trasporto pubblico locale perennemente in ritardo (particolarmente grave è stato un episodio di vera e propria aggressione verbale da parte di De Magistris, che parlando dei lavoratori SAMIR, società che  si occupa dei servizi di pulizia per i mezzi di trasporto pubblico in città, i quali, essendo in mobilitazione contro ritardo stipendi e condizioni di lavoro ignobili, avevano occupato alcuni binari della linea metropolitana, dichiarava: “La città è persona offesa e noi non solo agiremo ma ho chiesto al Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica che ci sia il rigore necessario per affrontare un tema che non è sindacale ma criminale”), meno fondi per l’assistenza scolastica e alla disabilità, processi di privatizzazione (come la dismissione delle quote comunali nella società di gestione dell’aeroporto), l’abbassamento della soglia di esenzione dall’addizionale IRPEF (da 15.000 a 8.000 euro lordi annui), e così via.

E a livello nazionale De Magistris, nei primi passi per la costruzione di un suo polo della nuova sinistra per combattere “l’ondata nera che avanza” in Italia e in Europa, propone la stessa retorica su cui ha insistito a livello locale, con il solito linguaggio barricadiero ma ricco di contraddizioni. Dice di lavorare alla creazione di un “fronte popolare democratico” (definizione che già di per sé evoca i peggiori tradimenti storici del movimento comunista “stalinizzato”, il quale obbedendo alle direttive provenienti da Mosca creava in diversi Paesi i rinomati “fronti popolari”, alleanze organiche tra le organizzazioni proletarie e quelle della cosiddetta borghesia progressista, che hanno poi spezzato le gambe, quando non la vita, ai rivoluzionari che lottavano per superare il capitalismo e realizzare realmente il socialismo), da cui il sindaco ha ammesso di escludere “solo mafiosi, corrotti, corruttori, fascisti e razzisti”. Quindi, nella nuova sinistra di De Magistris basta non essere fascista, corrotto o mafioso e si è benvenuti (in questo ben poca è la differenza con il Movimento 5 stelle). La vuota retorica di De Magistris lo spinge fino a esprimere concetti di puro non-senso come la seguente dichiarazione (in una intervista a L’Espresso, riportata anche sul sito web del suo movimento politico personale Dema): “io sono un antagonista. E sono costretto ad esserlo perché ho visto troppa corruzione e troppe mafie all’interno delle istituzio­ni. Però ho sovvertito il classico bino­mio antagonista-disubbidiente, perché sorto ubbidiente, perché non ho mai tradito le istituzioni”. Sempre sulle pagine del sito web di Dema, De Magistris fa apertamente sfoggio del suo interclassismo: “Rivoluzione nel nostro Paese significa rottura del sistema ed affidabilità e capacità di governo. Questo serve ai lavoratori come ai disoccupati, agli studenti come agli imprenditori. Questo fa paura ai prenditori, alla casta, ai mafiosi” (tra l’altro anche in questo caso dichiarazione totalmente sovrapponibile a quelle del M5S). Ad ogni modo, la conclusione logica, che lo accomuna all’interno arco della sinistra riformista, da Rifondazione Comunista a Potere al Popolo, è che la panacea di tutti i mali è la difesa e la piena attuazione della Costituzione Italiana e del diritto (borghese): “Se si guarda a mettere in campo coalizioni ampie e civiche, con chi in questi anni ha lottato – ha aggiunto – siamo i primi a ritenere che bisogna guardarsi attorno, confrontarsi e provare a mettere insieme una coalizione che ha nella difesa e nella attuazione della Costituzione un collante politico” (dichiarazione a Left, 20/09/2018); “La rivoluzione si fa nelle piazze, nei comizi, nei social, ma poi è necessaria la funzione rivoluzionaria del diritto quando governi con competenza e coraggio. I rivoluzionari a chiacchiere e i traditori sono linfa per il sistema. Il diritto serve non solo e non tanto a sanzionare, ma ad attuare i primi diritti, quelli scritti nella Costituzione … Il diritto insieme all’altra economia ha funzione servente per l’emancipazione dei popoli. Il diritto è il più potente strumento di trasformazione sociale se interpretato in maniera costituzionalmente orientata e se si connette con le masse popolari” (www.dem-a.it, 06/11/2018). Certo, la Costituzione contiene al suo interno delle singole tutele di diritti sociali da difendere quando vengono attaccate, sono la merce di scambio offerta dai partiti della borghesia italiana al PCI togliattiano per permettergli di sedere al tavolo democratico una volta abbattuto il regime fascista e completare così il suo tradimento dopo la guerra partigiana,  ma ciò non deve mai significare la santificazione e la difesa a spada tratta di quella Costituzione erta nel suo complesso a garante del diritto democratico-borghese, come appunto fanno oggi a sinistra tanto De Magistris quanto Rifondazione Comunista, tanto il PCI quanto Potere al Popolo.

È necessario, invece, lottare per il superamento di tale sistema economico/sociale di oppressione, e del diritto che ne è sovrastrutturalmente a guardiano. E poiché ogni fine ha il suo mezzo, per far ciò è indispensabile costruire un’organizzazione marxista e rivoluzionaria, non i soliti minestroni riformisti (neanche nelle moderne versioni che mischiano il movimentismo con la demagogia populista) che hanno condotto all’attuale situazione di sconfitta e demoralizzazione delle masse. Non c’è bisogno del leader carismatico che si auto-proclama ma di un gruppo dirigente eletto e controllato da una base militante. Il rifiuto di costruire su tali basi un partito rivoluzionario dei lavoratori e delle lavoratrici è (come è sempre stato) il preambolo di una futura degenerazione politica.

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