Cina: tra la crisi mondiale e il risveglio operaio

di Pablo Heller

La Cina ha registrato il suo tasso di crescita annuale più basso dal 1990. L’economia è cresciuta del 6,6% l’anno scorso, con una tendenza al ribasso. Nel quarto trimestre ha rallentato a un tasso annuo del 6,4%, il livello più basso dai primi mesi dello scoppio della crisi finanziaria del 2008.

Le autorità hanno evidenziato le difficoltà sul fronte “esterno”, come conseguenza della disputa economica con gli Stati Uniti, tuttavia è nell’economia domestica che i segni di declino sono più visibili.

Anche la produzione vede una contrazione. Alcune fabbriche nel Guangdong, cuore dell’economia delle esportazioni cinesi, hanno temporaneamente chiuso, prima del solito, in occasione delle ferie di fine anno. Altre stanno sospendendo le linee di produzione e riducendo l’orario di lavoro avvertendo che i migranti potrebbero non avere più un lavoro. Le vendite al dettaglio hanno subito un calo. Apple ha annunciato, all’inizio dell’anno, una domanda inferiore del previsto per i suoi iPhone in Cina.

La Cina è il più grande mercato automobilistico del mondo e le vendite sono diminuite lo scorso anno per la prima volta dal 1991, con un calo del 4%. Ciò ha creato un’enorme capacità oziosa, poiché le case automobilistiche, prime fra tutte le multinazionali, hanno fatto enormi investimenti. La Cina è in grado di produrre 43 milioni di automobili; tuttavia, ne produrrà meno di 29 milioni. In questo scenario, i profitti delle società industriali sono diminuiti per la prima volta in tre anni.

Ci sono evidenze del fatto che il rallentamento potrebbe essere più acuto di quanto indicato dalle cifre ufficiali. Vi è consenso tra gli analisti sul fatto che le statistiche ufficiali, soprattutto in termini di dati sulla crescita, siano gonfiate.

Cartucce bagnate

Un elemento che aggrava la situazione è che gli stimoli promossi dal governo per neutralizzare il freno dell’economia sono sempre più inefficaci. Lo Stato ha adottato una serie di misure fiscali e monetarie dalla metà del 2018 nel tentativo di arrestare il rallentamento della crescita, ma tutto sta ad indicare che non hanno avuto il risultato previsto. Sebbene il credito si sia attenuato, la misura non è stata in grado di aumentare l’investimento in immobilizzazioni, che sono cresciute meno del 6% lo scorso anno, una diminuzione significativa rispetto a quella registrata nel 2017.
Secondo un’analisi di Moody’s, la quantità di nuovi investimenti di capitale necessaria per generare una determinata unità di crescita del PIL è raddoppiata dal 2007. In altre parole, il nuovo investimento ha un impatto minore sull’economia generale, mentre aumentano i livelli del debito.

Questa situazione ha costretto a proiettare verso il basso la previsione del tasso di crescita per il 2019, la quale sarebbe del 6%, anche se questa cifra è truccata e “l’atterraggio” sarebbe ben più violento. Delle 20 province e comuni che hanno finora relazionato in merito ai loro obiettivi di crescita per il 2019, 13 hanno dovuto ridimensionare i propri obiettivi.

D’altra parte, lo spazio di manovra per invertire questa situazione è diventato sempre più ristretto. L’élite al potere ha escluso qualsiasi ritorno al pacchetto di stimoli massicci, basato sulla spesa del governo e sull’espansione del credito, che ha seguito la crisi del 2008-2009. Ciò che attualmente affronta è una montagna di debiti che è cresciuta in modo esponenziale. Il tasso di crescita del debito cinese è stato più alto rispetto a quello di qualsiasi altro paese occidentale e avrebbe superato il 300% del PIL alla fine dello scorso anno. Questo indebitamento ha permesso di tenere a galla un settore dell’industria statale, obsoleto e di bassa produttività, colpito dalla crisi di una crescente sovrapproduzione globale, sebbene questo salvataggio diventi sempre più insostenibile. D’altra parte, esso ha creato un’enorme bolla finanziaria, con una crescita siderale della speculazione sul mercato azionario e, soprattutto, degli immobili. Attualmente ci sono 65 milioni di appartamenti in Cina che non sono occupati.

La crisi di sovrapproduzione e questo indebitamento esplosivo hanno finito per rendere impraticabile la politica monetaria. Il quotidiano finanziario “The Wall Street Journal” sottolinea che c’è una crescente riluttanza delle istituzioni finanziarie nella loro politica creditizia verso le imprese, sia nel settore pubblico che in quello privato. “Le banche continuano a prestare, ma ad altre istituzioni finanziarie e non alle imprese, che hanno bisogno di fondi e farebbero davvero crescere l’economia”.

Questo punto di svolta dell’economia cinese arriva nel bel mezzo di un rallentamento globale, in un momento in cui viene annunciata una crescita anemica di appena l’1% per l’Europa, scossa dalla Brexit, la quale influenza negativamente non solo la Gran Bretagna ma anche tutto il continente. Ciò coincide con una stagnazione del Giappone e segnali di una recessione dell’economia statunitense, preceduta, nel 2018, da un crollo di Wall Street; tutti sintomi che anticipano l’entrata in una nuova recessione globale. Ciò accresce le tendenze alla guerra commerciale e condiziona la possibilità di una scappatoia della Cina attraverso il suo fronte esterno.

Il principale punto di conflitto nei negoziati tra Washington e Pechino non consiste nel fatto che la Cina dovrebbe acquistare più prodotti dagli Stati Uniti, cosa che Pechino ha accettato. La principale richiesta degli Stati Uniti è che la Cina debba apportare cambiamenti “strutturali” alla sua economia, compresi la fine dei sussidi statali alle principali industrie, che secondo gli Stati Uniti “distorcono il mercato” e misure contro il furto di proprietà intellettuale e brevetti.

Ciò mette in discussione l’ambizioso progetto “Made in China 2025”, in cui è impegnato lo stato asiatico. I leader cinesi intendono uscire dal crescente pantano scommettendo sulla produzione di beni di maggior valore aggiunto, di alta gamma e di alta tecnologia. Gli interessi strategici degli Stati Uniti fanno sì che si veda nello sviluppo industriale cinese una minaccia al proprio predominio economico e militare globale. La pretesa americana è di confinare la Cina ad una condizione semi-coloniale. La prospettiva – che i suoi promotori nutrivano – di una restaurazione “pacifica “del capitalismo, che eludesse la morsa del dominio imperialista, è stata seppellita dagli eventi.

Classe operaia

La Cina entra in una fase più convulsa della restaurazione capitalista. Lungi dallo sfuggire all’impatto della crisi globale, quest’ultima la sta anzi colpendo in pieno. Il gigante asiatico ha sommato questa crisi alle sue contraddizioni interne, le più violente dell’economia mondiale, il che sta aprendo la strada a un più ampio intervento della classe operaia.

I conflitti di lavoro stanno aumentando mentre la crescita economica si sgonfia. I lavoratori di tutto il paese organizzano scioperi, esigendo i salari non pagati. I tassisti stanno circondando gli uffici governativi per chiedere un accordo migliore. Le proteste su piccola scala si moltiplicano per combattere gli sforzi delle aziende nel ridurre le retribuzioni e per ridurre gli orari di lavoro. Il “China Labour Bulletin“, un portale che segue la vita lavorativa del paese, ha registrato almeno 1.700 controversie di lavoro l’anno scorso, rispetto alle 1.200 dell’anno precedente. Queste cifre rappresentano solo una parte dei conflitti, dal momento che molte proteste e rivendicazioni non vengono riportate da alcun media.

Il fatto è che sta emergendo un attivismo di fabbrica. Le autorità da agosto hanno arrestato oltre 150 persone, tra cui insegnanti scolastici, tassisti, muratori e studenti di sinistra, che stanno conducendo una campagna contro gli abusi in fabbrica.

Il ruolo di arbitro e “moderatore” che le autorità hanno interpretato nelle dispute sul lavoro è diventato meno efficace e viene superato dagli eventi. Senza sindacati indipendenti, tribunali o mezzi di informazione cui fare appello, alcuni lavoratori hanno optato per misure estreme di risoluzione delle controversie. Ma, allo stesso tempo, la cosa sorprendente è che inizia ad apparire in alcuni conflitti, la rivendicazione della creazione di sindacati indipendenti.

Il governo è giunto al crocevia, soprattutto contro un attivismo nei campus universitari, che incoraggia, tra le altre cose, una campagna nelle università d’élite per i diritti dei lavoratori guidati da giovani comunisti. “Gli attivisti hanno usato gli insegnamenti di Mao e Marx per sostenere che l’adozione del capitalismo da parte della Cina ha avallato lo sfruttamento dei lavoratori” (The New York Times, 2/22). I commentatori concordano sul fatto che è una rivendicazione tipica di una rivoluzione sociale. Ciò contraddice la teoria spesso ventilata che la restaurazione capitalista e il cambiamento generazionale abbiano dissolto la coscienza storica della classe operaia.

Il gigante si sveglia. Il proletariato cinese è chiamato a svolgere un ruolo chiave nella prossima fase.

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