Una prima vittoria per la rivoluzione sudanese: il popolo sarà in grado di scavalcare la “transizione ordinata”?

di Sungur Savran, 14 aprile 2019

Omar al Bashir, il dittatore del Sudan per 30 anni, autore del massacro di centinaia di migliaia di civili nelle guerre del Darfour e del Sud Sudan, nemico della classe operaia e dei poveri del Sudan, alleato dei Fratelli Musulmani (Ihwan), partner di Recep Tayyip Erdoğan e dell’AKP di Turchia, è stato estromesso grazie alla potenza e alla resilienza dimostrata dal movimento popolare che anima la lotta rivoluzionaria, che dura da quattro mesi e mezzo. Benedetti i popoli del Medio Oriente e dell’Africa! Abbiamo un debito di gratitudine verso il popolo sudanese per aver dimostrato ancora una volta che i despoti non sono più forti di un popolo in azione. Il nostro cuore batte per il successo della rivoluzione sudanese.

Questo è l’aspetto più importante di quanto accaduto in Sudan l’11 aprile 2019. Il popolo rivoluzionario di questo paese arabo confinante con l’Africa subsahariana ha lottato per mesi per far cadere Omar al Bashir, il Partito del Congresso Nazionale suo strumento di potere, e l’intero sistema governativo che lo ha sostenuto, con immensi sacrifici, cantando “Taskut bas! (“Deve cadere e basta!”). Game over! Missione compiuta! O quasi. Qualunque siano le complicazioni in serbo per il futuro, questa è una vittoria per la rivoluzione. Anche il colpo di stato militare ha avuto successo grazie al potere del popolo.

Il popolo ha marciato verso il quartier generale dello Stato Maggiore a Khartoum sabato 6 aprile, in una manifestazione attentamente pianificata per settimane. Da allora, c’è stato un sit-in davanti al quartier generale delle forze armate che ha riunito centinaia di migliaia di persone. Ci sono state anche azioni di sostegno negli altri Stati del paese.

È questa impressionante risoluzione rivoluzionaria che ha reso imperativo per le classi dirigenti del Sudan e per l’imperialismo rinunciare al dittatore. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare.

Su RedMed abbiamo cercato di seguire attentamente la rivoluzione sudanese fin dal primo giorno (vedi per esempio http://redmed.org/article/2018-year-resurgence-third-wave-world-revolution). Quando Omar al Bashir ha dichiarato lo stato di emergenza alla fine di febbraio per fermare la marea della rivolta popolare che durava già da due mesi, abbiamo scritto che questa è stata una delle mosse finali della controrivoluzione di fronte alla trasformazione della ribellione popolare in rivoluzione (http://redmed.org/article/2018-year-resurgence-third-wave-world-revolution).  Ma abbiamo aggiunto che la controrivoluzione aveva strumenti di riserva. Abbiamo sottolineato che lo scenario più probabile era il ricorso ad una “transizione ordinata”, lo strumento più comune utilizzato nelle rivoluzioni arabe del 2011-2013 (soprattutto in Egitto e Yemen) con l’intervento degli Stati Uniti. Abbiamo sottolineato che potrebbero esserci diversi scenari nel caso di un intervento delle forze armate, tra i quali il più reazionario sarebbe un colpo di stato di Salah Abdallah Gosh, capo del potente Servizio Nazionale di Intelligence e Sicurezza (NISS in breve) e uomo di fiducia per l’imperialismo statunitense, oltre che per l’Egitto e l’Arabia Saudita.

Ora, Awad Mohamed Ahmed Auf, primo vicepresidente e ministro della Difesa di al Bashir ha dichiarato: che il potere è stato rilevato da un consiglio militare; che lo stesso Omar al Bashir è stato messo agli arresti domiciliari insieme ad alcuni dei suoi ministri, ad alti funzionari del National Congress Party e ad alcuni membri di alto livello dell’Ihwan; che la Costituzione è stata sospesa e lo stato di emergenza è stato dichiarato per tre mesi; che il consiglio militare governerà il paese per un periodo di due anni. È evidente che queste decisioni sono state prese in modo da attuare la strategia di “transizione ordinata” attraverso un “colpo di palazzo”. Ma nessuno sa cosa succederà dopo. Nessuno dovrebbe concludere: “in Sudan si è verificato un colpo di Stato e non c’è più niente da aspettarsi”.

Non va dimenticato che quando Hosni Mubarak è stato abbattuto in Egitto l’11 febbraio 2011, l’amministrazione del Paese è stata rilevata da un certo Consiglio Militare Supremo. Per i due anni successivi la rivoluzione egiziana ha sconvolto il Medio Oriente generando alcune rivoluzioni nel mondo arabo!

Tre scenari egiziani

Ribadiamo che nessuno può essere certo di dove l’attuale transizione ordinata porterà il Sudan. Analizziamo rapidamente alcuni degli scenari più probabili:

– Lo scenario egiziano del 2011: Questo è lo scenario più probabile. La rivoluzione continua. Questa volta le persone rivolgono la rabbia verso il Consiglio militare. Ciò che sarà decisivo, tra molti altri fattori, è il modo in cui il popolo si organizzerà, la strategia della leadership, se la classe operaia seguirà una linea indipendente e quindi assumerà la direzione egemonica delle classi e degli strati rivoluzionari. Le dinamiche della rivoluzione sudanese sono molto concitanti. Ciò che ha permesso a centinaia di migliaia di persone di accamparsi davanti al quartier generale dell’esercito per cinque giorni e cinque notti è stato il fatto che alcuni gruppi di ufficiali, non commissari e soldati, si sono uniti alla folla e li hanno protetti con raffiche di colpi contro gli attacchi del Niss e della polizia. Questo dimostra che un enorme fervore rivoluzionario ha ammantato la società sudanese in generale. Purtroppo, tuttavia, non c’è molto da aspettarsi dai leader esistenti. L’ Associazione dei professionisti sudanesi merita le congratulazioni per aver assunto la leadership del movimento con audacia e risolutezza. Ma nella misura in cui la loro formula di transizione è un “governo tecnocratico”, è abbastanza reale la possibilità che essi possano collaborare con l’ala più progressista dei militari e quindi spegnere il fuoco della rivoluzione. Per quanto riguarda la leadership della classe operaia, il potente Partito Comunista del Sudan, limitandosi ad un programma di “rivoluzione democratica nazionale”, con ogni probabilità, sarà alla coda della piccola borghesia. Tuttavia, fintanto che la rivoluzione continua, è possibile che essa faccia emergere nuove forze politiche dal suo seno. Il compito fondamentale dei marxisti sudanesi sarà quello di organizzarsi all’interno della classe operaia attraverso i sindacati e di penetrare all’interno delle fila militari.

– Lo scenario egiziano del 1952: Ci sono state notizie di diverse giunte impegnate in una lotta di potere all’interno del processo che ha portato alla caduta di Bashir. Nessuno può escludere la possibilità che un gruppo più radicale di ufficiali subentri ad Awad Mohamed Ahmed Ahmed İbn Auf, che sembra per il momento saldamente al comando. Ciò potrebbe portare ad una situazione simile a quella della rivoluzione egiziana del 1952-54, nella quale alla fine Nasser prese il potere. Non possiamo soffermarci a lungo su questa prospettiva senza una comprensione delle divisioni interne alle forze armate sudanesi. In un simile scenario i marxisti sudanesi devono prendere in considerazione le dinamiche della rivoluzione permanente nata con la rivoluzione portoghese del 1974, combattendo per l’indipendenza politica della classe operaia e cercando di organizzare comitati tra i soldati e gli ufficiali radicalizzati. Questo scenario è però anche quello meno probabile.

– Lo scenario egiziano del 2013: è un fatto noto che anche se le grandi masse intraprendono un percorso rivoluzionario, la probabilità di perdere la lotta è alta a meno che la leadership del movimento non sia all’altezza dei compiti del momento storico. Sulla scia di una mobilitazione in Egitto, alla fine di giugno 2013, con 30 milioni di persone che sfidavano il governo di Ihwan, il quale gettava le basi per una forma dispotica di governo, una mossa bonapartista di Abdelfattah al Sisi, il capo di Stato Maggiore dell’esercito, in un contesto di stallo tra i due campi (delle masse e degli Ihwan), ha guadagnato il potere e portato alla vittoria la controrivoluzione (vedi il nostro “colpo di stato bonapartista in Egitto!” https://socialistproject.ca/2013/07/b848/). Abbiamo sottolineato la natura potente delle dinamiche della rivoluzione sudanese. Ma la stessa rivoluzione egiziana si è basata su uno dei movimenti sociali più forti della storia moderna. L’assenza di una leadership ben organizzata ha portato alla sconfitta. Questo può accadere immediatamente in Sudan. In particolare, ricordiamo che Salah Abdallah Gosh, capo del potente e formidabile NISS, era, con ogni probabilità, tra i quattro capi delle forze di sicurezza sudanesi che hanno visitato Omar al Bashir alle ore piccole della mattinata dell’11 aprile per informarlo che era giunto alla fine della strada. Se Gosh sarà in grado di prendere le redini, ora che al Bashir non c’è più, sarà probabilmente l’uomo forte del Sudan, ciò significherà che la controrivoluzione avrà avanzato. C’è una sola strada da percorrere per i marxisti sudanesi in questo caso: resistere braccio a braccio con l’intero spettro di forze dalla parte della rivoluzione sudanese. Se questa prima lotta si perde e Gosh consolida i suoi poteri dittatoriali, sarà molto difficile per il movimento di massa riprendersi, a meno che una nuova ondata rivoluzionaria non sconvolga l’intero mondo arabo.

È iniziato il secondo tempo della rivoluzione araba del XXI secolo!

Nel 2011, il dittatore Ben Ali, regnante da 23 anni, è stato cacciato dalla Tunisia e il dittatore d’Egitto, Hosni Mubarak, regnante da 30 anni, è stato abbattuto nell’arco di un solo mese. Questo ha aperto un uragano rivoluzionario in tutto il mondo arabo, un uragano che è durato due anni. Purtroppo, questa prima rivoluzione araba si è conclusa con la vittoria della controrivoluzione.

Abbiamo concluso il nostro articolo del 25 febbraio sulla rivoluzione sudanese (http://redmed.org/article/sudan-revolution) con la previsione che la rivoluzione araba stava risorgendo ancora una volta. Ora, nel giro di appena due settimane, due uomini forti, Bouteflika, sovrano algerino da 20 anni, e Omar al Bashir, spietato dittatore sudanese per 30 anni, sono stati deposti. È iniziato il secondo tempo della rivoluzione araba del XXI secolo!

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