Panorama internazionale

ALLA VIGILIA DEL 26° CONGRESSO DEL PARTIDO OBRERO

di Rafael Santos e Pablo Heller

Il crollo dell’esperienza macrista è inseparabile dallo scenario internazionale che ci troviamo di fronte. Il rapporto politico sottoposto all’esame del Congresso, pubblicato nelle pagine di “In difesa del marxismo”, sottolinea che l’Argentina è proprio l’anello più debole della crisi mondiale capitalista in evoluzione. “Per l’FMI, la crisi argentina è una delle chiavi che spiega il rallentamento globale” (Clarín, 10/4).

Quale è lo stato attuale della crisi scoppiata nel 2007/8? Le ‘turbolenze’ che si sono verificate nel corso del 2018 e con particolare intensità nella sua seconda metà a Wall Street e nelle Borse di tutto il mondo, con forti cali dei prezzi delle azioni e grandi perdite per i settori capitalistici, hanno modificato il punto di vista ottimistico degli analisti e delle organizzazioni finanziarie internazionali.

La tendenza alla debacle finanziaria si basa sul crescente esaurimento delle risorse statali per il salvataggio del capitale in crisi. Ma, sullo sfondo, c’è la crisi della sovrapproduzione, sia nella produzione industriale dei beni che nei mercati delle materie prime. Non siamo di fronte ad una nuova crisi – superata la bancarotta del 2007 – ma ad una nuova fase della medesima crisi.

Dietro i segni della crisi finanziaria c’è l’ingresso degli Stati Uniti e dell’economia mondiale in una nuova recessione.

Il rallentamento dell’economia mondiale si estende anche alla Cina, che continua a crescere, ma ad un ritmo notevolmente più lento. Dietro di essa ci sono la Germania e il Giappone.

È questa crisi sistemica di sovrapproduzione che sta scatenando le guerre commerciali. Gli scontri tra le diverse potenze e gli imperialismi sono in aumento. Le alleanze preesistenti stanno affondando (crisi dell’alleanza politico-militare della NATO, proposta di costituire forze armate dell’Unione Europea indipendenti da quelle nordamericane, ecc.).

La guerra politico-commerciale tra gli Stati Uniti e l’UE riflette l’intenzione di Donald Trump di subordinare più saldamente le azioni dei suoi concorrenti “ex” alleati. Lo scontro fondamentale della guerra economica condotta da Trump è con la Cina. Più dello squilibrio negli scambi commerciali, l’offensiva yankee mira ad arrestare drasticamente l’incursione della Cina nell’industria dell’alta tecnologia (che, secondo l’élite dominante statunitense, mette a rischio l’egemonia economica), e anche a livello politico e persino militare.

Scenario volatile

La guerra commerciale in pieno sviluppo è la levatrice di forti tendenze ai conflitti bellici, che si sono manifestate nelle guerre coloniali del Medio Oriente. La fine dello Stato islamico in Siria non significa la pace per la regione, ma l’annuncio di nuove e più diffuse guerre.

Lo si può vedere anche nel conflitto con la Corea del Nord, che si trova in una situazione precaria. La trattativa Trump/Kim Jong-un è inscritta nell’accerchiamento strategico che il Pentagono e tutte le principali fazioni politiche della borghesia stanno esercitando sulla Cina, in modo da aprire la sua economia alla penetrazione del capitale imperialista e avanzare in una profonda colonizzazione del Paese. Come parte di tutto ciò, assistiamo all’aumento della presenza militare degli Stati Uniti nei mari che circondano la Cina.

Tendenze belliciste si stanno sviluppando anche in America Latina, come rivelato dalla minaccia di un’invasione del Venezuela da parte degli Stati Uniti.

Come si traduce questo quadro in campo politico? E più concretamente, sarebbe importante rispondere alla domanda riguardo il fatto che il mondo stia svoltando a destra.

La mancanza di una via d’uscita dalla crisi del 2007/2008, e la concreta minaccia di ricadere in un’altra recessione internazionale, ha esacerbato i conflitti politici e indica una svolta nelle relazioni internazionali.

Abbiamo l’ascesa della destra e della cosiddetta estrema destra fascistoide al potere in diversi Paesi europei (Italia, Polonia, Ungheria e altri) e anche il rafforzamento delle opposizioni di estrema destra (Germania, Italia, Spagna, ecc.).

Al momento, tuttavia, non si può parlare di una strutturazione o di una mobilitazione massiccia della piccola borghesia contro i lavoratori. È necessario distinguere il carattere e l’identità fascista di alcune forze politiche dall’ascesa e dal consolidamento di un regime fascista. Attualmente stiamo assistendo alla paralisi e al collasso dei regimi parlamentari e alla crescente tendenza a essere sostituiti da regimi autoritari bonapartisti e semi-bonapartisti. Si tratta di un fenomeno diffuso non solo nei Paesi europei, ma anche in Russia e Cina e nei paesi “emergenti”: Bolsonaro in Brasile, Erdogan in Turchia. Al centro della tempesta ci sono gli Stati Uniti, con la tendenza di Trump a potenziarsi in un regime di potere individuale, cercando di superare i controlli e gli intralci parlamentari, anche se questo tentativo incontra ostacoli crescenti.

Ma l’ascesa di questi regimi di estrema destra e fascistoidi non risolve il problema delle tendenze dissolutrici della bancarotta capitalistica in corso e delle sue conseguenze sui regimi politici e sulle masse.

Dal punto di vista politico, dobbiamo parlare non di un consolidamento della destra, ma di una situazione di elevata volatilità. L’ascesa di Jair Bolsonaro, d’estrema destra, in Brasile è accompagnata da quella di Andrés Manuel López Obrador, di centro-sinistra, in Messico. Lo stesso Bolsonaro appare impantanato dalle divergenze sempre più profonde all’interno della sua base di supporto, che ha già sollevato diverse crisi di governo.

La natura instabile e volatile della situazione politica internazionale non deve nasconderci, tuttavia, il pericolo della crescita di soluzioni bonapartiste o semi-bonapartiste di destra o fasciste, e interrogarci su come dovremmo affrontarle. Come aveva avvertito Leon Trotsky al Terzo Congresso Mondiale dell’Internazionale Comunista nel 1921, contro ogni economismo riduzionista e determinismo meccanicistico, è proprio nei momenti di pericolo mortale per la classe capitalista e la disintegrazione della società capitalista che c’è anche “la massima fioritura della strategia controrivoluzionaria della borghesia”.

Venezuela

Un capitolo speciale è quello del Venezuela, dove l’imperialismo americano ha messo in atto un’ampia operazione per produrre un colpo di stato contro Nicolás Maduro e collocare un governo fantoccio che garantisca la cessione regolare e di costante livello delle risorse energetiche. Ha allineato con modalità mercenarie la maggior parte dei governi latinoamericani. Ma, nonostante il logoramento di Maduro, (l’imperialismo ndt) non è stato in grado di ribaltarlo sino ad oggi. Trump ha lasciato aperte tutte le opzioni, compreso l’intervento militare. Ma l’imperialismo esita sulla fattibilità di tale opzione senza una precedente frattura dell’alto comando militare, il quale rimane ancora fedele al regime.

Il governo, nel frattempo, si scontra con i golpisti ma anche con l’altro polo, quello della lotta e dell’organizzazione indipendente dei lavoratori. Maduro ha portato la miseria del suo popolo a livelli senza precedenti, tipici di una catastrofe o di una guerra.

La sconfitta del colpo di stato mercenario-imperialista contro il Venezuela è fondamentale per tutti i lavoratori dell’America Latina. Una vittoria del colpo di stato servirebbe a stabilire più apertamente l’interferenza diretta, diplomatico-politico-economico-militare dell’FMI, del gruppo di Lima e dell’OSA, nonché l’intervento diretto dell’imperialismo.

La lotta contro il colpo di stato imperialista deve essere condotta in Venezuela senza sostenere politicamente il governo repressivo di Maduro. Al contrario, la sinistra rivoluzionaria deve proporre, agitare e organizzare l’esecuzione di misure che possono realmente sconfiggere il colpo di stato. In nessun modo si può fare causa comune con la destra pro-imperialista che finge di travestirsi da difensore della democrazia.

Polarizzazione

Lo scenario internazionale qui descritto è il terreno fertile per una crescente polarizzazione politica. Il polo di destra, controrivoluzionario, con le sue contraddizioni, è chiaro. Ma l’altro polo, quello della resistenza a questi piani e a questi governi, è politicamente confuso. Anche se è in fase di sviluppo.

La Nación (23/2) ripropone la copertina del settimanale britannico The Economist, che recita: “La sinistra risorge nel mondo per mano del socialismo dei millennials“. E Trump stesso ha adottato come asse del suo discorso di polarizzazione politica (ed elettorale) la rivendicazione che “l’America non sarà mai socialista”.

I fallimenti economici provocano crisi politiche che si combinano con un’inflessione nel mondo verso l’irruzione della lotta di massa e, potenzialmente, la creazione di situazioni rivoluzionarie.

Il cammino delle rivoluzioni arabe, che è stato schiacciato, o almeno contenuto, quasi un decennio fa, si sta rianimando. In Algeria è scoppiata una ribellione di proporzioni tali da porre la questione del rovesciamento del governo. Preceduta da massicci scioperi e mobilitazioni in Iran, Tunisia, Iraq, Giordania e ora in Sudan.

In America Latina abbiamo un’impennata delle lotte in America Centrale, frutto della crisi e delle misure pro-FMI che si stanno sperimentando (Nicaragua, Haiti, Costa Rica, ecc.).

Assistiamo alla mobilitazione radicalizzata delle donne, dei giovani, delle masse impoverite, ma c’è ancora un grande assente: la classe operaia. Il proletariato della grande industria non si mobilita in maniera decisa come classe in Francia, Brasile, Argentina. È qui che le burocrazie operaie dei sindacati operai, sempre più collusi con lo Stato, agiscono da tappo.

Sinistra e strategia

Si agita così tanto il fantasma della destra, che viene dimenticata la responsabilità della sinistra in questo fenomeno. L’ascesa della destra non può essere spiegata senza le politiche di logoramento e adattamento del centro-sinistra e della sinistra che rendono possibile questa avanzata.

Contraddittoriamente, più la crisi del capitale avanza, maggiore è la tendenza all’integrazione politica della sinistra, cercando in questo modo – inutilmente – di recuperare il vecchio equilibrio perduto.

L’avanzata della destra, ora, è l’argomento usato per tornare a non argomentare in merito al rifiuto della sinistra di una prospettiva di indipendenza dei lavoratori. Il “nemico” è la destra, non il capitalismo. Ciò che è di moda in queste correnti è sollevare la necessità di formare fronti antifascisti e/o contro la destra.

Questi fronti contro la destra, che promuovono il nazionalismo borghese e il socialismo piccolo borghese, stabiliscono il campo parlamentare-elettorale come terreno di lotta. Però la destra non sarà sconfitta in parlamento, ma nella lotta operaia e nelle strade.

L’integrazione della sinistra nei fronti popolari di conciliazione di classe o direttamente nei partiti borghesi, in cerca di un incarico elettorale, è diventata la norma.

Le esplosioni delle crisi e la creazione di situazioni rivoluzionarie pongono la necessità di costruire partiti di combattimento rivoluzionari e l’Internazionale. Perché questi sono i momenti in cui è più importante l’esperienza e l’orientamento di un’avanguardia operaia e della sinistra per affrontare i problemi impressionanti che sorgono e per portare i lavoratori al potere. La prospettiva rivoluzionaria di instaurare il governo dei lavoratori è il grande spartiacque nel seno della sinistra mondiale. La necessità dell’Internazionale per sostenere questi processi è vitale. Mettiamo in piedi un’internazionale rivoluzionaria: la IV Internazionale!

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