Gli informatici tra l’anonimato e la quarta rivoluzione industriale. Un’inchiesta operaia sui lavoratori del settore informatico

di NI

L’Italia conta nel settore informatico (IT) 87.219 imprese che impiegano 430 mila addetti annui, circa il 2% del totale dell’imprese attive con il 2,7% del totale degli addetti annui. Possiamo dividerle in tre sottocategorie: quelle Hardware (fabbricazione di componenti elettronici) stimate al 4%, quelle Software (edizioni di programmi e giochi per il computer) al 22% e il restante 74% occupato da Altri Servizi IT, di cui ci occuperemo nello specifico nell’articolo, che racchiude il mondo della consulenza (lo sviluppo di software presso clienti, elaborazioni dati e riparazioni). L’intero settore incide su circa il 5% del PIL nazionale, sotto la media europea del 6%.

Quello dell’informatica è un settore altamente strategico, in quanto le sue imprese lavorano nella consulenza di enti pubblici e privati, banche e altre imprese. Dalla qualità del lavoro informatico, dipende in buona parte la produttività oltre che la qualità del servizio ai clienti. È uno dei pochi settori in crescita, che ogni anno dà lavoro a migliaia di neo-laureati provenienti perlopiù da facoltà scientifiche ma non solo. 6 imprese su 10 sono nate negli ultimi 15 anni. Per di più il carattere strategico degli informatici continuerà ad aumentare in seguito all’introduzione dell’intelligenza artificiale (AI) nei processi produttivi del grosso dei rami industriali dei paesi avanzati.

Ma in quali condizioni lavorano gli informatici italiani? Cominciamo subito con osservare che nonostante la crescita annuale dell’occupazione nel settore, questi sono ancora orfani di una categoria e di un contratto nazionale; gli inquadramenti più applicati sono quelli di metalmeccanico, commerciale o telecomunicazione. Per certi versi figure dell’IT, come gli sviluppatori, possono rappresentare un’evoluzione tecnologica della figura dell’operaio moderno. Un operaio specializzato, probabilmente laureato e retribuito decentemente, anche se molto meno rispetto ai suoi colleghi del Nord Europa, ma il cui ruolo non differisce poi tanto da quello di un operaio nella catena di montaggio dell’industria più classica. Il ciclo di vita dello sviluppo di un software avviene seguendo precise fasi che non sono poi così diverse da quelle del lancio sul mercato di un’automobile: la raccolta dei requisiti, l’analisi, la progettazione, la codifica, la verifica e la correzione ed infine il rilascio dell’applicazione. Tuttavia l’immaterialità della merce e la sua modalità di lavorazione, rendono il CCNL dei metalmeccanici, più comunemente applicato, inadeguato a soddisfare una parte delle esigenze logistiche di tale realtà lavorativa.

A causa della continua nascita di nuove imprese, dell’apertura del mercato italiano alle multinazionali, del successivo aumento della competitività e della crisi economica, da dieci anni a questa parte è cambiato molto il modo di lavorare per gli informatici. La crisi, in particolare, ha segnato uno spartiacque netto.

In primo luogo il crollo dei mercati e l’incertezza delle prospettive ha colpito i clienti. Questi di conseguenza hanno finito per mettere in atto politiche di contrazioni di budget IT, tradottosi in gare e contratti al ribasso.

Due elementi importanti hanno caratterizzato le strategie delle imprese che hanno meglio resistito a questi cambiamenti: la “resilienza”, ovvero la capacità di adattarsi e rispondere alle sfide del mercato e la “specializzazione e innovazione” necessarie a rafforzare le performance, mantenere lo spazio competitivo e superare la selezione ineludibile del mercato. I fattori che hanno maggiormente contribuito alla ricrescita del settore sono stati l’adozione di determinate strategie di tipo espansivo (apertura sui mercati esteri) e l’aumento della produttività. Ciò che ha inciso maggiormente sulle performance delle imprese è il livello di produttività totale dei fattori, una misurazione più ampia della produttività che tiene conto non solo dell’influenza di lavoro e capitale ma anche della capacità di innovazione e di gestione aziendale.

La sfida che gli informatici si sono trovati ad affrontare è stata quella di lavorare in team più piccoli sottoposti a carichi di lavoro sempre maggiori. L’introduzione all’interno dei team di tecniche di gestione management, come Lean, Agile o Scrum, che dovrebbero virtualmente consentire l’eliminazione di sprechi, il miglioramento della qualità lavorativa e perfino la riduzione delle ore giornaliere, sono spesso finite per diventare tecniche di controllo dei lavoratori e di giustificazione dei carichi eccessivi, con l’unico scopo di generare un ulteriore aumento del plusvalore e dei profitti.

Il mondo del lavoro informatico è tuttavia molto vario, le condizioni dei lavoratori variano non solo da azienda ad azienda ma perfino da progetto a progetto. Se progetti con budget più elevato o buoni livelli organizzativi hanno consentito di mantenere standard lavorativi accettabili, in altri casi i lavoratori sono stati costretti a svolgere mansioni non inerenti al proprio inquadramento, con salari al ribasso, fino a casi più estremi in cui lo straordinario viene considerato come regolare orario di lavoro (11/12 ore al giorno, weekend lavorativi protratti per mesi), sforando spesso il limite imposto dalla legge e giustificando le ore extra con piccoli rimborsi, ma anche ricorrendo a manager che “consigliano” di non dichiarare le ore di lavoro svolte in più.

I casi limiti di sfruttamento riguardano soprattutto episodi relativi ad imprese non sindacalizzate (piccole, medie e a quanto traspare da recensioni anonime su siti come indeed.com anche a multinazionali big della consulenza), con dipendenti giovani che, spesso per paura di licenziamenti o altre ripercussioni, non sono riusciti ad organizzarsi né sindacalmente né in maniera autonoma e hanno accettato le condizioni più disumane.

In concomitanza con la crisi e la riduzione del costo del lavoro, altri problemi derivati dalla gestione di personale in esubero o dall’indebitamento con le banche, dovuto per esempio ai ritardi di pagamento della Pubblica Amministrazione (come per Almaviva), hanno portato molte imprese ad effettuare tagli sul personale. Quando questi non sono sfociati in licenziamenti e cessioni di rami aziendali (IBM o Engineering) si sono ripercossi sulle buste paga degli impiegati, con la ridefinizione di nuovi contratti integrativi, in cui venivano aboliti o ridotti i superminimi, i bonus, i premi, perfino i buoni pasto, facendo talvolta ricorso a cassa integrazione o contratti di solidarietà. Nel caso della PA, siamo di fronte a un esempio delle dinamiche intraprese dal capitalismo per far fronte alla crisi da esso stesso generata. Lo Stato non può elargire liquidità ai suoi enti per pagare i consulenti nei tempi stabiliti, i consulenti si rivolgono alle banche e per pagare gli interessi chiedono aiuto allo Stato sotto forma di ammortizzatori sociali. A farne le spese sono i lavoratori che in questo modo pagano gli interessi di tasca propria con tasse e soprattutto tagli sul salario.

Se però nelle imprese maggiormente sindacalizzate, ai tagli e ai licenziamenti le RSU hanno risposto indicendo scioperi con partecipazioni quasi unanimi dei dipendenti, riuscendo spesso ad ottenere miglioramenti per i lavoratori, nessun sindacato a livello nazionale ha mai pensato ad una risposta decisa riguardo ad esempio la questione dell’aumento dei carichi di lavoro. Il riflesso della crisi sui lavoratori è stato accettato passivamente.

Quindi crediamo sia giunto il momento che le nuove generazioni di informatici acquisiscano coscienza dell’importanza del loro ruolo strategico nella società dovuto alle profonde trasformazioni dell’apparato produttivo italiano, in modo da non trovarsi più in condizioni di ricattabilità, e comincino ad andare oltre le divisioni, l’atomizzazione e individualismo, il mito della meritocrazia inculcatoci dalla cultura della competitività, la quale non porta a nulla se non ad aumentare lo sfruttamento, per divenire un unico soggetto cosciente e attivo nel dibattito sul lavoro, nel movimento operaio e nella lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

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