CGIL: un congresso di crisi

di Michele Amura

La CGIL ha svolto recentemente il proprio diciottesimo congresso; un evento di per sé importante essendo la CGIL la principale organizzazione del movimento operaio italiano. Il congresso guadagna poi ancor più importanza se consideriamo il contesto politico italiano e gli avvenimenti verificatesi all’interno del congresso stesso.

Il Governo Conte, o meglio le forze di governo (Lega e 5 Stelle), per stabilizzarsi politicamente devono conquistare l’appoggio elettorale dei milioni di lavoratori che hanno sofferto le conseguenze di questa crisi capitalista. Per far ciò devono da una parte offrire concessioni sociali, dall’altra puntare a spezzare e sconfiggere l’organizzazione autonoma degli operai. Questa politica, che potremmo denominare “della carota e del bastone” ha però dei limiti, in primis la crisi economica italiana e dei bilanci pubblici, che limita fortemente lo spazio di politiche demagogiche, come dimostra il caso di “Quota 100” (che non annulla la Fornero ma riduce l’importo della pensione) e ancor di più del “Reddito di Cittadinanza” (che doveva eliminare la povertà ma si limiterà a dare un salario di soli 780 euro a sole 800.000 persone quando i poveri assoluti sono 5 milioni).

Questa politica è favorita dalla crisi del movimento operaio, che da un lato non riesce a porre argine all’avanzata del governo nell’attacco e nella repressione delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori, in particolar modo di quelle più combattive (pensiamo al “decreto sicurezza” che colpisce fortemente lo strumento di lotta del “picchetti” cercando di porre fine ad esperienze come quella di alcune sigle Cobas nel settore della logistica), e dall’altro fa apparire le misere concessioni del governo come qualcosa di eccezionalmente progressivo, non essendo stato in grado, soprattutto con le organizzazioni sindacali, di difendere i diritti e gli interessi dei lavoratori in questi ultimi anni. Chi non ha fatto nulla per far ritirare la legge Fornero fa apparire Quota 100 come una meraviglia!

La crisi del movimento operaio e la CGIL

Essendo la principale organizzazione dei lavoratori è evidente che una crisi della CGIL si trasmette conseguentemente al movimento operaio; piaccia o non piaccia i destini di un movimento derivano anche dai destini della sua principale organizzazione. La crisi del movimento operaio si spiega essenzialmente nella paralisi della CGIL. La paralisi è figlia di una burocrazia sindacale che dirige la confederazione non per tutelare gli interessi della base operaia, ma per difendere i propri interessi di casta;  i soldi che il sindacato dà ai vari Camusso, Landini e Colla non sono solo il prodotto delle quote degli iscritti (ed in ogni caso sono stipendi di gran lunga superiori al salario medio) ma sono soprattutto frutto delle regalie che lo Stato elargisce alla burocrazia (tramite sgravi fiscali, monopolio dei CAF, etc), esigendo in cambio un proprio tornaconto: la pace sociale con il padronato e la tutela degli interessi della borghesia. Questo spiega perché la CGIL non ha promosso uno sciopero generale vero contro il Job Act, la riforma Fornero, la Buona Scuola e l’insieme delle controriforme che i vari governi negli ultimi 10 anni hanno promosso per distruggere i diritti dei lavoratori e favorire i profitti della borghesia.

La paralisi non è il prodotto della debolezza del sindacato o dei lavoratori “che non partecipano agli scioperi”, come dice la burocrazia facendo lo scarica barile, ma delle responsabilità della burocrazia stessa nell’aver boicottato le lotte e gli scioperi. Così è stato nell’esperienza più importante dell’ultimo decennio, quella che ha dato inizio ad un lungo riflusso delle lotte operaie: la lotta contro il piano Marchionne in Fiat. Quando Marchionne ha lanciato un’offensiva che prevedeva la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese e una nuova organizzazione schiavistica del lavoro in quello di Pomigliano, i lavoratori erano più che disponibili alla lotta come dimostrano la volontà espressa degli operai siciliani di occupare lo stabilimento e la scelta di buona parte di quelli campani di votare NO nel referundum sull’applicazione del Piano Marchionne. Entrambe le vertenze sono state boicottate dalla Fiom che si è anzi mobilitata contro l’occupazione dello stabilimento di Termini Imerese e si è rifiutata di fare una chiara campagna per il NO al Piano Marchionne nel referendum di Pomigliano, dando indicazione di votare “secondo coscienza”. I ricatti verso una figura contrattualmente più debole hanno bisogno di un rifiuto collettivo, non di una risposta isolata di chi è in difficoltà, così la Fiom e Landini hanno causato una sconfitta storica del movimento operaio nell’azienda più importante d’Italia ed aperto il varco ai 10 successivi anni di tradimenti e sconfitte della burocrazia sindacale della CGIL.

La crisi della burocrazia

La crisi capitalista e le varie controriforme del mondo del lavoro, resesi necessarie per favorire i profitti (facendo pagare il conto della crisi ai lavoratori), hanno generato una profonda insoddisfazione tra le masse lavoratrici e la conseguenza di questo malcontento generalizzato non è stata solo la distruzione dei partiti tradizionali della borghesia (PD e Forza Italia), che hanno promosso la distruzione di pensioni e diritti del lavoro, ma anche la mancanza di fiducia verso quei burocrati sindacali che non hanno mosso un dito in difesa degli operai. Questa è l’unica spiegazione della rottura tra Colla e Landini, e soprattutto del sostegno di Camusso a quest’ultimo. Infatti, non è la prima volta che Landini promuove una candidatura alternativa al gruppo dirigente maggioritario della CGIL, quest’ultima volta però c’è stata una svolta sostanziale che, non a caso, lo ha portato a diventare segretario generale.

Mentre nelle volte passate Landini capeggiava una opposizione burocratica al gruppo dirigente maggioritario abbozzando qualche critica alle politiche capitolarde dei vari Epifani, Camusso e compagnia, questa volta ha eliminato qualsiasi critica al passato della confederazione e si è proposto in continuità con la linea Camusso. L’aspetto più significativo del congresso è la rottura inedita tra la burocrazia sindacale sul sostenere Colla o Landini: una parte più conservativa dell’apparato (SPI in testa) ha sostenuto il candidato “classico” della maggioranza (Colla) e una parte più lungimirante della burocrazia ha sostenuto l’outsider (Landini) per far sì “che tutto cambi perché tutto resti come prima”. Infatti la candidatura (e ora la segreteria) di Landini è un’operazione di gattopardismo: la burocrazia sindacale, percependo l’insoddisfazione della base operaia e la possibilità di repentine esplosioni causate da essa, ha cercato di prevenirle affidandosi ad un candidato “combattivo” – ovviamente non nella realtà dei fatti, ma nell’immaginario collettivo – valutando che egli avrà una maggiore capacità di controllo.

La crisi de “IL SINDACATO è UN’ALTRA COSA”

Questo congresso ha dimostrato che c’è uno spazio nuovo per la costruzione di una corrente classista e combattiva all’interno del più grande sindacato italiano. In parte, già da questo congresso, se ci fosse stata una vigorosa opposizione antiburocratica, si sarebbero potuti contendere a Landini settori di lavoratori delusi della burocrazia sindacale e delle sue capitolazioni di fronte al padronato. Inoltre, in prospettiva si apre uno spazio enorme per la sinistra interna alla CGIL: quando Landini porterà avanti le politiche classiche del gruppo dirigente maggioritario, cioè la concertazione a perdere col padronato e la paralisi della confederazione (come già fatto nell’ultimo periodo della sua segreteria in FIOM), la sua figura di dirigente “combattivo”, figlia dello scontro con Marchionne, si sgretolerà e un settore significativo della base CGIL cercherà un’alternativa antiburocratica.

Il punto è se esisterà una corrente organizzata capace di intercettare questo settore di lavoratori in rotta di collisione con la CGIL. Ad oggi l’unica opposizione interna è stata totalmente incapace di diventare un punto di riferimento per i settori combattivi del sindacato (come dimostra lo scarso risultato congressuale del 2% circa, inferiore a quello del congresso precedente) perché ha concentrato la propria strategia di costruzione politico-sindacale non nell’intervento nelle lotte o nelle vertenze del mondo del lavoro per costruire un’alternativa concreta alla direzione burocratica della CGIL, ma nell’intervento critico ai congressi e nei comitati centrali. Nei fatti si segue lo stesso cammino della burocrazia, salvo farne una critica formale ed inconcludente. In continuità con questa strategia “codista” nei confronti della burocrazia si presenta un’analisi opportunista e occultatrice del suo ruolo e della sua natura: nei vari interventi congressuali non si fa il minimo accenno ai tradimenti della burocrazia e all’esistenza stessa di un apparato di potere, ma si accusa “i compagni della maggioranza” di “aver fatto un errore” nel non aver portato a termine un solo sciopero generale contro questo o quell’attacco padronale e del governo.

Conclusioni

Dalla paralisi la CGIL non uscirà, salvo brusche svolte, per molto tempo. La paralisi è figlia di un sindacato che ricerca la concertazione con la controparte (governo e padronato) ed in cambio ottiene solo una guerra di classe, dei padroni contro i lavoratori. La guerra di classe è sospinta dalla crisi capitalista e la necessità di distruggere i salari e i diritti della classe lavoratrice. Qui sorge la paralisi di una burocrazia sindacale che potrebbe ottenere qualche risultato nella concertazione col governo solo se mobilitasse la propria base, sconfiggesse l’offensiva padronale e da questo punto di forza trattasse con la borghesia e i suoi governi. Ma tale tipo di mobilitazione generale certamente minerebbe il controllo burocratico sui lavoratori e offrirebbe possibilità di intervento a correnti classiste e combattive. Va quindi evitata come la peste.

L’unica cosa che farà uscire la CGIL dalla sua paralisi è un’esplosione di massa contro l’austerità capitalista. Per far sì che ciò avvenga c’è bisogno di una tendenza organizzata che lavori tra le masse, che accumuli energie militanti per strutturarsi, e che così facendo abbia la forza di diventare un canale di espressione per tale esplosione di lotta delle masse. Già è accaduto in Italia che settori significativi (gli studenti contro la riforma Gelmini, i lavoratori della scuola contro la riforma “buona scuola” Renzi, i metalmeccanici nel 2010/11) irrompessero sulla scena politica con lotte imponenti, ma la mancanza di una direzione che fosse conseguente ad un tale livello ha fatto morire sul nascere questi movimenti.

L’opposizione interna alla CGIL non potrà essere ciò fino a quando rimane ostaggio delle manovre di gruppi pseudo-trotskisti (dell’intervento sindacale dei riformisti e degli stalinisti non stiamo neanche a parlarne) come il PCL, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, più interessati ai posti nel Comitato Centrale della CGIL, che alla presenza nelle lotte dei lavoratori sindacalizzati (e non). I sindacati di base hanno anch’essi fallito, come dimostra la loro disgregazione in mille sindacatini dominati da micro-apparati. L’unica via d’uscita tra chi fa codismo nella CGIL e chi coltiva il proprio mini-orticello è la costruzione di una tendenza intersindacale dei lavoratori combattivi, che organizzi i delegati e gli iscritti conflittuali in unica corrente, aldilà di ogni tessera sindacale, e che promuova vertenze e lotte unitarie.

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