Lo stato della guerra civile siriana: nuovi echi di guerra si prospettano all’orizzonte

di Trosko

La recente scomparsa del compagno Lorenzo Orsetti, nome di battaglia Orso Tekoser, ha contribuito amaramente a riaccendere i riflettori su un conflitto che ha dilaniato la regione siriana con mezzo milione di morti. La lotta contro l’Isis, causa in cui credeva fortemente il compagno Orso, che militava nelle milizie dell’Unità di Protezione Popolare (YPG), ha vissuto lo scorso 23 marzo una svolta decisiva nella battaglia di Barghuz (ultimo villaggio sotto il controllo delle forze jihadiste in Siria), con la vittoria delle Forze Democratiche Siriane (SDF) supportate dai raid della coalizione internazionale capitanata dagli USA. Dallo scoppio della guerra civile siriana, questa regione ha visto lo scontro fra grandi potenze (USA, Russia, Israele, Turchia, Arabia Saudita, Quatar, Iran, ecc.) che, a seconda dei diversi interessi e delle alleanze nello scacchiere mediorientale, hanno sostenuto sia economicamente che militarmente quelle forze locali (kurdi, Bashar al-Assad, l’opposizione siriana, al-Nusra, Daesh, ect) in grado di contrastare le rispettive fazioni avverse.

Il nuovo posizionamento dell’imperialismo statunitense

L’annuncio da parte di Donald Trump del ritiro delle truppe statunitensi dal nord della Siria e dall’Afghanistan, ha inevitabilmente scatenato una crisi politica negli Stati Uniti. Le posizioni del dimissionario capo del Pentagono e Segretario della Difesa, Jim Mattis, sono entrate di fatto in rottura con la decisione presidenziale; infatti, lo stesso Segretario ha denunciato tale posizione come una concessione inammissibile alla Russia, il cui esercito occupa un posto centrale nella guerra in Siria e al confine con l’Afghanistan. D’altra parte la politica di Trump segue una linea già intrapresa dai suoi predecessori prima che le prove del fallimento dell’interventismo militare “rimodellassero” gli stati del Medio Oriente. Dopo ben 17 anni di occupazione militare in Medio Oriente, gli Stati Uniti si ritrovano in una impasse che ha profonde radici nella crisi economica mondiale e di conseguenza negli alti costi che consegue il mantenimento delle basi americane. Di conseguenza la politica tracciata dagli USA sarà quella di risparmiare forze pur mantenendo una presenza decisiva nella regione, senza però così ricorrere a strategie irrealizzabili e a mezzi insostenibili.

Se la partenza delle truppe americane è frutto di un accordo con Putin, sicuramente essa contempla una questione molto importante per Trump: il ritiro dell’Iran e di Hezbollah dalla Siria. Difatti la protezione dei confini dello stato sionista d’Israele, unita all’attacco alla repubblica islamica dell’Iran attraverso le sanzioni economiche, costituisce uno dei capisaldi della politica internazionale di Trump. Allo stesso tempo, Putin ha già accettato la richiesta del leader sionista Netanyahu di allontanare le milizie di Hezbollah e dell’Iran dal confine settentrionale di Israele.

In definitiva, il ritiro americano non mira a concludere una guerra, come ha ripetutamente dichiarato lo stesso Trump, ma a ridisegnarla, definendo cosi le condizioni di un’impasse sia nella politica interna che internazionale. Tale strategia non contribuisce certo alla causa “democratica” in Siria ma al contrario affossa ancor di più le condizioni delle popolazioni locali, vittime di un gioco di spartizione di interessi fra le potenze reazionarie della regione mediorientale.

Il ruolo di Erdoğan

Un’altra potenza regionale che trae beneficio dal ritiro delle truppe statunitensi è sicuramente la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Fin dall’inizio la Turchia, stato membro della NATO, ha accusato gli USA di appoggiare militarmente le milizie curde; adesso, di fronte al nuovo riposizionamento di Trump, la Turchia, insieme al regime di Bashar al-Assad e alla Russia, ha tutto l’interesse a contenere lo sviluppo della Repubblica del Rojava a nord della Siria. Un’offensiva militare turca potrebbe materializzarsi nuovamente (si ricordi l’attacco nella regione di Afrin del 2018) nel prossimo periodo, al fine di distogliere l’attenzione delle masse dalla forte sconfitta elettorale di Erdogan avvenuta alle scorse elezioni locali di fine marzo, le quali hanno segnato una débâcle per il partito di governo dell’AKP a vantaggio dell’opposizione; quest’ultima ha strappato i principali distretti industriali del Paese (Istanbul, Ankara ed Izmir). L’alleanza politica di Erdoğan con la destra fascista del MHP – Partito del Movimento Nazionalista – ben si accompagna alle dichiarazioni fatte dal premier in campagna elettorale, attraverso le quali ha sostenuto di voler risolvere «sul campo la questione curda, non con la diplomazia» (Il Manifesto, Il raìs sa già dove reagire: a Rojava di Alberto Negri). In questo scenario risulterà decisivo il ruolo della classe operaia turca che dovrà reagire in maniera decisa e radicale contro gli attacchi della propria classe industriale, la quale attraverso il manifesto della TUSIAD (la confindustria turca), la cosiddetta “riforma strutturale dell’economia”, annuncia di voler eliminare diritti e guadagni conquistati dai lavoratori turchi.

La lotta contro l’Isis

È indubbio che la popolazione che ha pagato il costo più alto nella lotta all’Isis, in termini di morti e devastazioni, è stata quella del Rojava. Negli anni dell’avanzata dello Stato Islamico, gli Stati Uniti hanno colto l’opportunità di apparire agli occhi dell’opinione pubblica come i salvatori della popolazione curda. L’assedio di Kobane è un caso emblematico. I curdi sono usciti vincitori dal duro conflitto contro le forze jihadiste, pagando un alto numero di vittime fra la popolazione, ma la leadership del Partito dell’Unione Democratica (PUD), invece di avere una posizione cauta nei confronti degli Stati Uniti, ha iniziato a percepire il rapporto con la coalizione internazionale come strategico e addirittura lo ha usato come materiale di propaganda politica. Alcuni suoi rappresentanti, come Salih Muslim, hanno sostenuto l’intervento armato degli USA contro Bashar al-Assad. Invece di pretendere un’indipendenza politica dagli Stati Uniti, il PUD ha perseguito quindi una strategia che poneva il popolo curdo ancora di più sotto l’ala protettrice yankee. Negli anni si è constatato anche l’abbandono, da parte delle forze socialiste come il PKK, di una delle rivendicazioni chiave nella lotta di autodeterminazione del popolo curdo, ovvero la lotta per la nascita di un Kurdistan socialista che riuscisse a riunire tutti i curdi e liberarli dal giogo dei vari tiranni locali, in una prospettiva rivoluzionaria e in rottura con gli imperialisti dominanti. La decisione di Öcalan di svoltare verso un confederalismo “democratico” segna non solo un profondo arretramento per la causa curda ma anche una difesa fortemente arroccata delle burocrazie territoriali suddivise nelle quattro regioni.

La prospettiva

La minaccia di una nuova escalation del conflitto è all’ordine del giorno. L’imperialismo occidentale, il sionismo, la Russia e le repubbliche islamiche sono pronte a martoriare la Siria e le regioni curde al fine di trasportare il petrolio in Occidente attraverso la Turchia. Per questo motivo la lotta comune dei turchi, dei curdi e degli altri popoli della regione è l’unica strada verso la vittoria sull’imperialismo, sul sionismo e sul colonialismo.

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