Emergenza abitativa a Roma, una questione di classe

di NI

L’emergenza abitativa a Roma e il disagio dei suoi quartieri più abbandonati hanno recentemente trovato risalto sulle pagine di tutti i quotidiani nazionali, ma la superficialità e il sensazionalismo con cui sono puntualmente trattati rubano spazio a qualsiasi tentativo di analisi reale del problema in favore dell’esaltazione di singoli episodi come Casal Bruciato e Torre Maura.

Da un po’ di anni gli sfratti sono un evento quotidiano nella capitale. Nel 2017 ne sono stati eseguiti 8 al giorno con l’uso della forza pubblica e sono state emesse 4.754 sentenze per morosità. Ci troviamo al cospetto di una tragedia sociale le cui cause sono da ricercare sia nella mancanza di politiche abitative adeguate sia nel rincaro degli affitti dovuto principalmente ai processi di urbanizzazione e gentrificazione che hanno investito la capitale negli ultimi quarant’anni.

Se la popolazione romana che negli anni ’50 risiedeva nel centro storico contava circa 400.000 abitanti, nel 2016 si assestava a 123.000. Questo esodo forzato verso le periferie è avvenuto inizialmente in seguito alla terziarizzazione cominciata negli anni ’80, con banche e uffici che sostituivano abitazioni e piccole attività commerciali, e successivamente alla turistificazione e alla svendita del patrimonio pubblico causate dalle condizioni economiche indotte dal fiscal compact, il quale ha favorito l’acquisto di grossi immobili da parte di grandi investitori per destinarli al mercato del turismo. Tali fenomeni, spinti barbaramente dalla logica del plusvalore sulla rendita fondiaria a totale vantaggio dei grandi proprietari e con il benestare delle amministrazioni comunali, hanno trasformato il centro in una vetrina per turisti e causato enormi aumenti dei valori immobiliari. Per un naturale effetto a catena le ripercussioni sono giunte ben oltre il centro storico causando aumenti di prezzo anche negli affitti dei quartieri più periferici. Al contempo, la crisi ha colpito il ceto medio e molte famiglie non riescono a sostenere i prezzi dettati dal mercato privato. Quindi il disagio abitativo non interessa più solo le fasce più deboli della popolazione, ma si è esteso anche a nuclei familiari che percepiscono stabilmente reddito ma non rientrano nei limiti previsti per accedere all’ERP (Edilizia residenziale pubblica). Ne è risultato un aumento costante delle famiglie in emergenza abitativa, quantificate intorno a 57.000 alla fine del 2018, e la nascita di alloggi di fortuna, baraccopoli e occupazioni di stabili inabitati.

L’edilizia popolare si assesta intorno alle 77.000 unità, cioè il solo 6% dell’intero stock abitativo presente a Roma. Le attuali amministrazioni regionale e comunale non hanno finora dato risposte adeguate a questa fase di emergenza, lasciando che si tramutasse nella normalità; ma se la politica risulta inefficiente a trovare soluzioni, riesce a trovare unità nel processo di criminalizzazione della povertà e delle occupazioni, dove il classismo di PD e Lega si sposa al giustizialismo dei 5 Stelle. Infatti, esiste un unico filo di repressione cominciato con l’articolo 5 del piano Casa del governo Renzi, che nega a chi occupa abusivamente un immobile la residenza e tutti i diritti che ne conseguono (voto, sanità, pensione e anche la richiesta di una casa popolare), fino agli idranti di Minniti a Piazza Indipendenza. Ora proseguirà nella nuova stagione di sgomberi annunciata dal governo gialloverde con una lista nera di immobili destinati allo sgombero.

Tra le contraddizioni prodotte dalla crisi, nei quartieri si è sviluppata una resistenza sul tema casa portata avanti da movimenti, comitati e sindacati. Tale conflitto assume un forte valore di classe ed è una delle lotte attuali più sentite e partecipate. Da un lato ci sono lavoratori, disoccupati, licenziati, precari, italiani e immigrati, che vedono negarsi un diritto sociale fondamentale, dall’altro gli interessi della grande borghesia proprietaria d’immobili (banche, speculatori e “palazzinari”) e del capitale che schiavizza i ceti più deboli applicando un vero e proprio taglio del salario alle masse popolari attraverso affitti elevati, tassazioni sulle proprietà e pignoramenti. In mezzo c’è lo Stato che, come organo di dominio e oppressione di una classe sull’altra, si fa garante di tale situazione tramite le sue politiche nazionali e locali.

I fatti di cronaca recente hanno enfatizzato la presenza, strumentale, sulla questione di movimenti neofascisti come Casapound e Forza Nuova, che al motto di “Prima gli Italiani”, sponsorizzato dall’alto dal leader leghista Salvini, cercano di crescere in tale disagio, mobilitandosi contro l’assegnazione di case a stranieri o l’installazione di centri di accoglienza per immigrati e campi rom. Il loro ruolo nel conflitto è fedele alla funzione controrivoluzionaria riservata al fascismo dalla storia. La loro “lotta”, oltre ad essere promotrice della guerra tra poveri e agire dal basso all’interno della classe oppressa indebolendola, edulcora ogni responsabilità del sistema a favore della grande borghesia, facendo passare l’idea che il problema sia puramente amministrativo perché favorisce gli immigrati a scapito degli italiani. Lo Stato, al di là di timidi distinguo, concede spazi e difende il fascismo scortandolo nei quartieri con la polizia, legittimando di fatto le sue idee.

È fondamentale che i movimenti per la casa e tutte le forze che affondano le proprie radici nella lotta di classe si battano per un insieme di rivendicazioni per rispondere alle esigenze materiali immediate relative al problema delle abitazioni, ma anche per mettere in discussione la società capitalista che produce e riproduce questo problema su una scala sempre più vasta. È fondamentale:

  • la requisizione delle case sfitte e la loro assegnazione a chi è senza casa;
  • la reintroduzione dell’equo canone con un fitto massimo non superiore al 25% del salario medio;
  • l’esproprio senza indennizzo dei grandi patrimoni immobiliari (a partire dal Vaticano), sotto il controllo operaio e popolare di un istituto di edilizia governato da dirigenti eletti democraticamente e permanentemente revocabili;
  • un piano nazionale di edilizia popolare che costruisca un numero di alloggi tale da sottrarre chi ne ha bisogno (studenti e lavoratori) al gigantesco squilibrio tra la domanda (enorme) e l’offerta.

Questo piano è certamente ambizioso e richiede altrettanto certamente grandi risorse che possono e devono essere sottratte ai grandi patrimoni. La lotta della casa deve essere un punto di partenza nella lotta per un governo dei lavoratori. Prospettiva Operaia lotta per questo obiettivo.

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