Rivoluzione e controrivoluzione in Sudan

di Trosko

Nel corso degli ultimi decenni, uno dei paesi africani più martoriati da guerre, siccità, carestie, epidemie ed estreme condizioni di povertà è stato il Sudan. Ininterrottamente dal secolo scorso, il Sudan ha subito vessazioni di ogni genere sia da parte degli imperialismi occidentali che si contendono il controllo geopolitico della regione (colonialismo britannico ed embargo nordamericano) sia dalle fazioni locali religiose perennemente in lotta per la conquista del potere. Le recenti guerre civili (1983-1998 e 1999-2005) hanno avuto un enorme prezzo in termini di morti (2 milioni) e di profughi (4 milioni) nelle regioni limitrofe, infine hanno sancito la divisione fra Nord e Sud del Sudan mediante gli accordi di Naivasha (in Kenya) del 2005. La definitiva separazione avvenne in seguito con la proclamazione dell’indipendenza del Sudan del Sud attraverso il referendum del 2011 che decretò la perdita dei principali giacimenti petroliferi presenti nella parte meridionale del paese per il regime di Omar Hasan Ahmad al-Bashir. La dittatura di questo leader sanguinario, incriminato per il genocidio di milioni di sudanesi di pelle nera nella regione del Darfur, regnava incontrastata dal 1989 grazie al sostegno economico, politico e militare del Fronte Nazionale Islamico (poi National Congress Party) e mediante il controllo dei centri industriali, commerciali ed amministrativi del paese come Khartoum (la capitale), Atbara, Port Sudan, Omdurman, Bahrī. Un regime islamico che nella regione mediorientale trovava i principali alleati nella fratellanza musulmana, Ihwan, della Turchia di Erdogan e dell’Egitto dell’ex presidente Mohammed al Morsi poi destituito dal generale al Sisi.

Questo status quo è stato appunto scardinato alla fine del 2018 quando ampi strati sociali della popolazione sudanese han preso coscienza sia della profonda crisi economica in cui il paese versa da decenni, martoriato dall’inflazione che ha colpito soprattutto i generi alimentari ed il prezzo dei carburanti, sia della brutalità con cui il regime reprime ogni dissenso. Infatti, durante le proteste, secondo stime indipendenti, sono stati uccisi più di 60 civili ed imprigionati più di 200 dimostranti nelle cosiddette “case fantasma” dove vengono perpetuati metodi di tortura sui prigionieri. Tuttavia, nel solco dei grandi sommovimenti che hanno precedentemente interessato i paesi delle “primavere arabe” come la Tunisia, l’Egitto, la Siria (successivamente estese, lo scorso anno, anche ad Algeria, Giordania ed Iraq), la lotta delle masse per questioni economiche si è elevata ad un livello superiore di lotta politica. Non a caso uno dei principali slogan che è stato inneggiato nelle proteste e nelle dimostrazioni in diverse decine di città sudanesi (Khartoum, Atbara, Port Sudan, Omdurman, ecc.) è stato “Tasqut bas!”, traducibile letteralmente con “Il popolo vuole la caduta del regime!”. La leadership del movimento d’opposizione è stata visibilmente nelle mani delle associazioni dei professionisti della classe media (medici, avvocati, ingegneri, farmacisti, giornalisti, insegnanti, ecc.) ed accanto ad essi vi è stato il coinvolgimento dei sindacati che hanno svolto un ruolo attivo nei quartieri popolati da ampi strati urbani poveri, in grande maggioranza proletari disorganizzati, oltre ad alcuni strati depauperizzati.

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Nell’ondata di scioperi ed occupazioni della classe lavoratrice contro le privatizzazioni, dai portuali di Port Sudan ai lavoratori delle telecomunicazioni fino ai lavoratori del pubblico impiego, si chiedeva insistentemente la destituzione del regime. Altri fattori dirompenti nelle lotte contro il regime sono stati il forte coinvolgimento di movimenti organizzati delle donne e degli studenti, che costituiscono de facto reti sociali nuove rispetto alle strutture consolidate all’interno del diritto sudanese. Infine, l’estensione del movimento ha riguardato anche gruppi etnici, religiosi e tribali vessati dal regime di Omar al Bashir. Si tratta di una lotta che coinvolge differenti classi sociali, ovviamente con interessi diversi, ma che insorgono insieme contro il regime corrotto di una oligarchia ricca e ristretta.

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Un punto di svolta si è registrato lo scorso 11 aprile quando il popolo sudanese, dopo settimane di manifestazioni e sit-in di fronte al quartier generale dello Stato Maggiore a Khartoum, ha ottenuto la cacciata di Omar al Bashir. Queste impressionanti dimostrazioni, partecipate da centinaia di migliaia di persone, hanno costretto la classe dirigente sudanese e gli imperialismi a dover destituire il dittatore per non essere a loro volta travolti dalle masse in rivolta. Le forze di regime hanno a quel punto capeggiato un golpe, avvenuto il 12 aprile, e formato il Consiglio Militare di Transizione, rappresentato da generali dei settori militari e paramilitari dello Stato che fino a poco tempo prima rientravano nella cerchia fedele del dittatore; infine hanno annunciato la presa del potere, per un periodo di transizione militare di due anni, e lo scioglimento dei governi statali ed i relativi consigli legislativi. Ovviamente la sola deposizione di Omar al Bashir non poteva bastare a calmare le acque quando era chiaro fin da subito che la richiesta delle masse era la destituzione di un intero sistema corrotto (e di conseguenza non poteva essere soddisfatta). Difatti le proteste sono continuate e hanno costretto il regime militare a destituire sia il generale Ibn Auf che l’odiato capo dei servizi di intelligence Salah Gosh. La sostituzione al timone è stata però indolore visto che è stato nominato un altro generale, sempre interno della cerchia del regime militare, Abdelfattah al Burhan, come capo del consiglio militare ad interim.

Il ruolo controrivoluzionario delle forze militari ha causato lo spostamento dell’attenzione dalla lotta di classe al piano delle (future ed ipotetiche) elezioni “democratiche”. Questi negoziati con le forze dell’opposizione sono stati interrotti bruscamente il 3 giugno quando è stato impartito l’ordine di sgomberare il sit-in dinanzi lo Stato Maggiore, provocando l’uccisione di 35 persone ed oltre un centinaio di feriti da parte delle forze paramilitari dell’ex dittatore Omar al Bahir – le famose Rapid Support Forces, capitanate dal vicepresidente Mohamed Hamdan Dagolo, ricordate in passato sotto il nome di Janjaweed per il loro sanguinario ruolo nel genocidio del Darfur del 2004. Abdelfattah al Burhan cancellava cosi ogni accordo con l’opposizione, l’Alleanza per la Libertà e per il Cambiamento, e indiceva nuove elezioni dopo nove mesi con regole ovviamente a favore del regime.

 IL TENTATIVO DI LIQUIDAZIONE DELL’ESPERIENZA RIVOLUZIONARIA

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Sul fronte internazionale, sulla falsariga dell’esperienza egiziana (rimozione del dittatore, elezioni ed infine golpe), gli imperialismi americano ed europeo hanno cercato di spegnere in ogni modo il fuoco rivoluzionario che ha pervaso le proteste nel paese, attraverso la richiesta/diktat della costituzione di una “transizione civile ed ordinata”, ovviamente sotto il controllo dei militari. Allo stesso tempo le petro-monarchie reazionarie del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, timorose di un contagio delle rivolte nei loro paesi, hanno finanziato lautamente le forze militari sudanesi per la destituzione dell’ex nemico Omar al Bashir.

Sul fronte interno, lo scorso 17 agosto, le forze dell’opposizione (la cui leadership, costituita principalmente dalle associazioni dei professionisti, si è organizzata nell’ “Alleanza delle forze per la libertà ed il cambiamento”) hanno siglato un accordo con le forze reazionarie del regime militare sotto la benedizione di vari regimi del continente (Egitto, Etiopia, Sud Sudan, ecc.) e dell’Unione Africana. Un accordo che, se da un lato ha riconosciuto il diritto di rappresentanza dell’opposizione, dall’altro ha permesso ai militari sia di riciclarsi all’interno di nuove istituzioni (falsamente dipinte come democratiche) come il Consiglio Sovrano sia di detenere il controllo del paese con la maggioranza assoluta nel Consiglio (5 membri della giunta militare, 5 membri dell’opposizione e l’ 11° scelto dai militari) nei prossimi 39 mesi che mancano alle future ipotetiche elezioni.

Questo accordo dimostra ancora una volta la natura frenante della piccola-borghesia nei processi rivoluzionari. La profonda sottomissione dei suoi leader, sia all’influenza della Lega Africana che agli ideali ed alle forme di governo dei paesi occidentali cui si ispirano, non permette affatto di migliorare anche minimamente le sorti delle classi povere del paese. Ricordiamo che tale accordo si è svolto in un contesto in cui le forze reazionarie, trovandosi in forte difficoltà nel dover gestire una situazione instabile, avevano molto da concedere pur di non ritrovarsi sfiduciati e travolti dalla forza dirompente di manifestazioni oceaniche. Si tratta del miglior accordo che avrebbero potuto mai ottenere: in pratica, il mantenimento del potere politico, economico e militare.

In conclusione, il ruolo dei rivoluzionari si costruisce inevitabilmente attraverso la formazione di un partito proletario che metta al centro gli interessi della classe operaia e contadina, la quale tutt’oggi costituisce la maggioranza della popolazione sudanese, oppressa dai regimi locali e dagli imperialismi dominanti. Un partito che si metta alla guida delle dimostrazioni rivendicando la costruzione di assemblee democraticamente elette dai lavoratori e proletari sudanesi, un partito che rivendichi la costruzione di organismi di potere indipendenti i quali discutano ed approvino un programma rivoluzionario di lotta contro la reazione militare e la borghesia sudanese e contemporaneamente contro le potenze reazionarie della regione e gli imperialismi occidentali.

Le sorti della rivoluzione sudanese sono sicuramente appese ad un filo ma il fuoco rivoluzionario brucia nei cuori di milioni di proletari sudanesi che non aspettano altro che sia indicata loro una seria prospettiva ed un’alternativa di potere per cui vale la pena battersi.

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