La Lega mostra il suo vero volto nel progetto di “autonomia regionale differenziata” e la borghesia del nord si frega le mani

La classe lavoratrice ha il dovere di opporvisi!

di RdB

Tra i progetti di governo (della borghesia) che sicuramente non muoiono con la caduta dell’esecutivo gialloverde c’è sicuramente quello riguardante la cosiddetta “autonomia differenziata”, per la quale le regioni che “son già a metà dell’opera” in questo percorso (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, le quali producono circa il 40% del PIL nazionale) torneranno presto a battere cassa. Come mai tale progetto, che si chiami riformismo costituzionale, federalismo, autonomia, attraversa i vari governi e le maggioranze parlamentari (borghesi)? Di cosa si tratta in realtà?

Il principio di autonomia regionale differenziata viene già introdotto nel 2001 dal governo Amato, quindi dal centrosinistra, con la riforma del titolo V della Costituzione, in cui si dà facoltà alle Regioni di negoziare con il governo centrale l’ampliamento delle proprie competenze sino a un massimo di 23 materie (art. 116 introdotto dalla riforma). Nel giugno 2014 il Consiglio Regionale del Veneto ha approvato due leggi di indizione di referendum popolari consultivi, con vari quesiti al loro interno. Con sentenza 118 del 2015, la Corte Costituzionale ha dichiarato la legittimità del referendum sul primo di essi: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”? Il referendum si è poi tenuto il 22/10/2017; ha votato il 57,2% degli aventi diritto, il 98% dei quali (2.273.000 elettori) per il sì. Parallelamente, il 17 febbraio 2015 il Consiglio Regionale della Lombardia ha impegnato il Presidente leghista Maroni ad indire un referendum consultivo sull’attribuzione alla regione di maggiori condizioni di autonomia con il quesito: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per chiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”. In questo caso ha votato, sempre il 22/10/2017, appena il 38,3% degli aventi diritto, con il 95% (2.875.000 elettori) di sì, ma Maroni ha ugualmente cantato vittoria. In realtà, in entrambi i casi, i leghisti erano in buona compagnia, visto il sostanziale appoggio sia del M5S che del PD del nord Italia. Partito Democratico che si spinge anche oltre, con il presidente della regione Emilia Romagna, Bonaccini, che senza neanche passare per il referendum, intraprende nel 2017 un negoziato col governo centrale per la concessione dell’autonomia regionale su 15 materie. L’esempio delle tre regioni pioniere si appresta poi ad essere seguito anche da altre come Piemonte, Toscana, Liguria, ma anche… Campania (del fanatico e autocelebrativo presidente De Luca).

Ad ogni modo, le tre regioni avviano, immediatamente dopo i referendum in Veneto e Lombardia, trattative con lo Stato nazionale così il governo Gentiloni, alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, sigla un’intesa con ciascuna delle tre regioni su 5 delle 23 materie su cui si richiede autonomia: politiche del lavoro, istruzione, salute, tutela dell’ambiente, rapporti internazionali (robetta da niente insomma!). Questo per quanto riguarda le “competenze”, mentre per quanto riguarda le relative “risorse”, necessarie a mettere in piedi questa nuova architettura politico/istituzionale, esse andranno determinate da un’apposita Commissione paritetica Stato-Regione. Con il governo Lega Nord – Movimento 5 Stelle la strada per la realizzazione finale del percorso delle autonomie pareva in discesa: nel “contratto di governo” da essi sottoscritto si legge al punto 20 che è “questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento di risorse necessarie”. Ad ogni modo, la caduta del governo gialloverde e la nascita del governo centrosinistra-M5S non fermerà certo improvvisamente la battaglia del Nord per ottenere competenze e risorse, è un progetto a cui la borghesia settentrionale non rinuncerà a meno che non sia fermata, ovviamente non dai suoi stessi scagnozzi politici del PD, ma da un movimento di massa che abbia radici nella classe lavoratrice, del sud e del nord. Perché l’obiettivo ultimo del progetto autonomista è una maggiore integrazione all’interno dei circuiti produttivi, commerciali e finanziari dell’Europa che conta, l’Europa delle aree continentali ricche come la Baviera, a cui i maggiori ritmi di crescita di queste regioni rispetto alle altre, con la maggiore concentrazione di capitale, hanno già portato ad essere quasi assimilabili. Ne consegue la necessità di svincolarsi dal resto del Paese tramite un’appropriazione delle principali competenze politico-amministrative e soprattutto di ulteriori risorse economiche.

Ad ogni spostamento di competenze da Stato centrale a Regione corrisponde infatti uno spostamento di risorse per la loro gestione. Ed è questo il cuore della questione. Le mosse di Veneto, Emilia Romagna e Lombardia sono esplicitamente finalizzate ad ottenere (ed è stato infatti questo il mantra della campagna referendaria in Veneto e Lombardia), sotto forma di quote di gettito dei tributi che vengono trattenute, risorse pubbliche maggiori (sottraendole quindi alla fiscalità nazionale e quindi alle altre regioni), conquistare la maggior quota possibile del cosiddetto “residuo fiscale” (quota addirittura quantificata nei 9/10 dei tributi riscossi nel disegno di legge approvato in Veneto nel novembre 2017), la differenza, cioè, tra le risorse che entrano per i meccanismi fiscali e le risorse che escono per le spese. Senza prendersi in giro, questo è un ulteriore effetto della crisi economica in cui le misure di austerità hanno notevolmente ridotto le risorse disponibili per Regioni ed Enti Locali. Al di là degli slogan, si tratta di una misura (antipopolare) dettata dalla necessità di accumulazione di profitto in un sistema capitalista in crisi.

Ma come viene calcolata la quota di residuo fiscale da trattenere sul territorio? Nelle diverse bozze di intesa il principio imperativo è che il finanziamento standard delle nuove funzioni non sia correlato al loro costo bensì al gettito (“capacità fiscale”) della regione. In pratica, agli stessi servizi offerti al cittadino corrisponderebbero fabbisogni standard tanto più elevati quanto maggiore è la capacità fiscale di un territorio: le regioni che producono più reddito e pagano più tasse dovrebbero ricevere a copertura di identici servizi maggiori risorse delle regioni più povere. Un principio che è la plastica rappresentazione del classismo borghese della società capitalista, si tenta di scavalcare perfino il diritto “democratico” di ogni cittadino di pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal territorio in cui si risiede.

È qui che troviamo una delle principali motivazioni per cui i comunisti rivoluzionari debbono intervenire battendosi contro l’autonomia differenziata, non in difesa di una impostazione nazionale se non nazionalista, non avallando alcun vacuo e antimarxista spirito patriottico, ma salvaguardando l’unità del Paese nella misura in cui serve a tutelare il principio della garanzia di livelli essenziali di prestazioni concernenti diritti civili e sociali in egual misura su tutto il territorio nazionale, alle masse del nord come a quelle del sud.

A parte l’azzeramento di ogni istanza solidaristica nella redistribuzione delle risorse, se passasse un tale tipo di contro-riforma, cosa accadrebbe al Servizio Sanitario Nazionale, già indebolito anno per anno dai governi di centrodestra e centrosinistra? E al sistema di formazione e della scuola, pubblica e laica, anch’esso perennemente sotto attacco e già smantellato da continue controriforme? E al sistema dei trasporti e delle infrastrutture? Per non parlare delle politiche ambientali e del ciclo dei rifiuti. Avremmo, in tutti i campi, un massiccio ricorso a liberalizzazioni e privatizzazioni, più di quanto non avvenga già oggi a livello centralizzato. È quello che i padroni hanno sempre auspicato in fondo. La Lega (come PD e M5S) presta diligentemente servizio.

E ancora, questione “di un certo peso” sia per il padronato che per il proletariato, la regionalizzazione di larga parte del pubblico impiego e di materie come la tutela e sicurezza del lavoro, la retribuzione aggiuntiva e la previdenza integrativa, a cosa serviranno se non a sferrare colpi mortali al sistema dei contratti “nazionali” di lavoro? Nuovamente, ci preme sottolineare quindi, noi non lottiamo contro il progetto di autonomia regionale in difesa della Costituzione italiana (borghese), tanto elogiata dalla sinistra democratizzante e da quella post-stalinista, né in difesa della patria, un concetto che come marxisti rivoluzionari ci è estraneo. Lottiamo contro il progetto di autonomia regionale perché è uno strumento di divisione della classe operaia italiana. Noi ci battiamo per l’unità del proletariato italiano, che le forze reazionarie e liberali vorrebbero colpire tramite la “secessione dei ricchi”.

Per lo stesso motivo, qualsiasi movimento di lotta contro l’autonomia differenziata dovrà vedere come protagonista centrale la classe lavoratrice per arrivare alla vittoria. Prospettiva Operaia si impegnerà in tale direzione.

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