FEMMINISMO E SINDACATI: perché la burocrazia sindacale sfrutta “la prospettiva di genere”

Pubblichiamo un articolo scritto che, sebbene sia stato scritto per la situazione in Argentina, trova riscontro anche nell’attualità italiana.

di Valu Viglieca

Nei workshop su donne e lavoro, secondo i temi elaborati dal Comitato Organizzatore, si può notare come stia guadagnando terreno la proposta della burocrazia riguardante la “prospettiva di genere”.

Si pone l’obiettivo di superare il dualismo maschile-femminile. Tuttavia, questo è impossibile sotto un regime guidato dall’ideologia del dominio del capo sul lavoratore e di un’organizzazione familiare che subordina donne e bambini.

Affinché la sessualità umana si sviluppi in tutte le sue diversità, è necessario abolire lo sfruttamento sociale e il carattere “privato” dell’unione familiare. La burocrazia sindacale è la rappresentante della borghesia nel movimento operaio; difficilmente la casta può essere l’agente di un’educazione superiore in quanto sfrutta la sua posizione per legittimare le molestie sessuali.

Le commissioni di genere nei sindacati e nei consigli di amministrazione interni si occupano principalmente dell’organizzazione delle lavoratrici nelle commissioni “di genere”, in termini di protocolli contro la violenza machista, corsi sulla mascolinità per i delegati, correzione dei materiali da diffondere per conformarsi ad un linguaggio più inclusivo.

Il linguaggio e i documenti non bastano per superare la violenza contro le donne nella sfera pubblica e privata della prostituzione di massa e del commercio internazionale delle donne.

Hanno dimenticato che quello violento che deve essere “educato” è il datore di lavoro, che opprime e abusa dei lavoratori attraverso licenziamenti, riduzioni di mansioni, miseri salari, precarietà, mancanza di rispetto delle leggi a tutela della maternità, assenza di asili materno-paterni, quando non agisce direttamente con molestie e abusi.

Sul fronte sociale i promotori della “prospettiva di genere” sono i promotori della “riforma del lavoro”.

I burocrati del CTA e del CGT si mobilitano insieme per l’8 Marzo, in nome della sorority e delle quote rosa, con l’obiettivo manifesto di nascondere il loro dominio sindacale al servizio dei padroni e di cooptare un settore femminile nel loro regime di leadership.

Nei loro materiali i “progressisti” del CTA hanno dimenticato di parlare del diritto all’aborto per non scontrarsi con il Vaticano o con l’FF, senza preoccuparsi di questa lotta decisiva per le lavoratrici, e soprattutto per le più povere, disoccupate e precarie che rischiano la vita in aborti clandestini.

Quelli che vanno in processione a Luján evitano qualsiasi confronto con il clero. Nel 2018 hanno fatto un imbuto in Avenida de Mayo, rendendo impossibile alle file di donne che lasciavano Plaza de Mayo raggiungere il Congresso. Nel 2019 hanno rinviato la manifestazione perché non erano d’accordo con il contenuto del documento da noi deciso, con il quale sono stati denunciati per la loro passività di fronte ad adeguamenti e licenziamenti. 

Sono sempre gli stessi che hanno voltato più volte le spalle al movimento delle donne che stava avanzando nel percorso per l’aborto legale. Hanno spudoratamente privilegiato i loro accordi con il Vaticano e la Chiesa locale.

La “prospettiva di genere” è inclusa nei piani dei governi, dell’OSA e persino della Banca Mondiale. Si tratta di una nuova scommessa per finanziare progetti che aumenteranno il debito estero dei paesi poveri. Sono gli stessi che promuovono i piani di controllo delle nascite. I “protocolli contro la violenza” funzionanti nelle aree dello Stato non si occupano mai della violenza sul posto di lavoro dei capi e dei funzionari o delle forze di sicurezza contro le lavoratrici in conflitto. Sono interessati solo ai maltrattamenti che possono verificarsi tra i lavoratori e lavoratrici.

Ecco perché sono ben visti dai padroni: tendono a dividerci e a non farci comprendere chi ci opprime. Esiste un protocollo di genere e un linguaggio inclusivo anche nei sindacati che portano sulle loro liste i gruppi che cacciano le lavoratrici manifestanti. Per esempio, quelle che hanno difeso l’Indec per un decennio. O le insegnanti.

In nome della sorority le sindacaliste femministe rifiutano la strategia di lotta che si basa sull’unità delle lavoratrici. Pensiamo che le nostre rivendicazioni si otterranno combattendo insieme ai nostri compagni. Le donne socialiste vogliono sindacati che difendano i diritti delle donne lavoratrici in termini di classe. Riteniamo che le nostre cause marciano insieme e che unitamente dobbiamo colpire i padroni e lo Stato.

I pregiudizi machisti che esistono tra i lavoratori devono essere discussi nella prospettiva di un unione degli sfruttati. Se un lavoratore esercita violenza contro qualcuno di noi, è la nostra organizzazione – politica o sindacale – che deve agire. Non accettiamo di coinvolgere datori di lavoro o funzionari, non chiediamo il licenziamento, non accettiamo sanzioni che compromettano lo stipendio o la famiglia di nessuno.

Per noi, lottare per il lavoro delle donne significa lottare per la parità di retribuzione per lo stesso lavoro, contro la precarietà, contro le molestie sul lavoro, per le richieste che le lavoratrici si sentono fare quotidianamente. Chiediamo giardini e asili nido in cui i nostri figli siano protetti.

Dichiariamo anche che il pagamento del presenzialismo non sia un successo, ma una politica contro le donne, che discrimina le assenze per la cura dei parenti malati e dei diritti acquisiti, come le uscite per assistere alle recite dei nostri figli, e tutte quelle attività che VOGLIAMO ma non possiamo fare perché abbassano il nostro salario.

Nella Knorr, una fabbrica con 300 operai, di cui solo 30 donne, i compagni della commissione interna insieme alla commissione donne hanno ottenuto dai padroni un permesso extra per l’8 marzo, giornata internazionale delle lavoratrici. Quando la Commissione Donne ha smesso di riunirsi regolarmente, i padroni hanno scorto l’opportunità di ritirare la concessione. Hanno votato in assemblea a favore dell’ adesione allo sciopero internazionale delle donne con immagini e manifesti che chiedono giustizia per Lucia. E’ la stessa fabbrica che ha appena ottenuto un’obbligazione di 20.000 pesos per la svalutazione del 12 Agosto scorso.

Potremmo ottenere la conquista di tutte le rivendicazioni delle lavoratrici solo quando gli uomini della nostra stessa classe comprenderanno che le nostre rivendicazioni sono per entrambi: è il classismo e non una prospettiva di genere che ignora il regime sociale e politico di sfruttamento e oppressione.

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