10 Novembre – Il PSOE svolta a destra cercando il sostegno del PP per la sua investitura

Agenda nascosta e repressione

I dibattiti elettorali tra i candidati alle elezioni del 10 novembre hanno evidenziato la crescente svolta a destra del PSOE nel cercare nel Partido Popular (PP) e in Ciudadanos (C) il sostegno per un’investitura, mentre Podemos arranca nella sua proposta di offrire il proprio sostegno sotto forma di coalizione di governo con il socialista Pedro Sánchez come strumento per fermare la deriva dei socialisti. Ma in questa offerta il candidato Pablo Iglesias smaschera la propria svolta a destra, nella misura in cui il programma scritto e non scritto del Partito Socialista è un attacco profondo agli interessi dei lavoratori. Il PSOE mantiene nel suo portafoglio di proposte lo “zaino austriaco” per le pensioni, il che implica una riforma del lavoro più reazionaria di quella messa in piedi dal PP e l’attacco violento contro le correnti nazionaliste in Catalogna. La destra è stata rafforzata da un decreto del governo Sanchez prima delle elezioni che attacca le libertà democratiche su Internet, stabilendo che si può intervenire contro i siti web per motivi di sicurezza nazionale. Come se non ci fossero strumenti per questo nel codice penale.

L’obiettivo nascosto: proibire una “repubblica catalana virtuale”, come se l’esistenza di un’utopia elettronica costituisse una minaccia fisica all’integrità territoriale, cosa che non è accaduta nemmeno durante gli eventi del 2017. Le vere conseguenze: questo decreto è l’estensione ad Internet della “Legge Museruola” che il PSOE ha dichiarato che avrebbe abrogato. Si tratta di una decisione di emergenza estremamente grave, che viola il diritto di espressione e di opinione e che sarà utilizzata contro i diritti storici dei lavoratori quando al governo di turno tornerà comoda. I partiti “costituzionalisti”, di tutti i colori, non si ostacolano a vicenda quando si tratta di calpestare la Costituzione che pretendono di difendere, come già dimostrato dall’accordo dell’ultimo minuto tra l’ex presidente José Luís Rodríguez Zapatero e Mariano Rajoy nel 2011 per riformare l’articolo 135 della Costituzione da soli, di notte e con malizia, al fine di soddisfare le richieste coloniali di Bruxelles. Stiamo assistendo ad un approfondimento delle tendenze a irreggimentare la società attraverso la repressione, con la spinta verso la trasformazione del regime del 1978 verso una rigenerazione bonapartista.

Per mitigare l’impatto di questa profonda svolta, il governo ha messo in opera il trasferimento dei resti di Franco alla vigilia delle elezioni. Ha inteso mascherare la sua svolta a destra e sbiancare un governo che assomiglia sempre più a quelli che afferma di combattere. Ma lo ha fatto in modo tale che il trasferimento della mummia di Franco, lungi dall’essere una misura democratica e antifranchista, si è trasformato in una specie di funerale di Stato, un omaggio a Franco, offrendo alla destra una piattaforma per rivendicare il genocida con i suoi simboli e i suoi inni. I franchisti non sono stati né arrestati né repressi, anzi, al contrario, sono stati protetti dalle forze repressive. Una cortina fumogena, che il governo e parte della sinistra vogliono far apparire come una conquista democratica e di sinistra, ha scandalizzato la grande maggioranza della popolazione. A Cuelgamuros ci sono ancora 33.000 morti sepolti dalla guerra civile, di cui circa 6.000 erano fedeli alla repubblica. La Valle dei Caduti continua ad essere un monumento ai sediziosi trionfanti della guerra civile contro la repubblica.

L’asse catalano

La questione nazionale catalana è rimasta al centro della politica spagnola da quando il cosiddetto Processo [di Indipendenza della Catalogna, n.d.t.] ha indetto un referendum il 1° ottobre 2017, che è stato bandito dalla Corte costituzionale. La sentenza della Corte Suprema, la quale ha condannato i leader politici che hanno ricoperto posizioni nella Generalitat della Catalogna e leader di organizzazioni sociali come “Ómnium Cultural” e la “Assemblea Nazionale della Catalogna”, si distingue per la sua durezza. Condanne che vanno da 13 a 9 anni hanno provocato una forte reazione sociale in Catalogna e in altre regioni della Spagna. Le correnti nazionaliste, ad eccezione del PNV [“Partido Nacional Vasco”, Partito Nazionale Basco, n.d.t.], dei Paesi Baschi, di Valencia, delle Isole Baleari e della Galizia, hanno firmato un manifesto di sostegno alla lotta della Catalogna e al diritto all’autodeterminazione delle regioni spagnole, superando i confini catalani. Le sentenze per sedizione e appropriazione indebita contro i leader catalani a favore dell’indipendenza si basano su prove che sono una vera e propria finzione. Il nucleo delle forze politiche parlamentari che si definiscono “costituzionaliste”, PSOE, PP e C’s, con il sostegno di Podemos e Mas Pais, si sono allineate alla sentenza, mentre sta emergendo un blocco orientato verso un accordo di investitura tra socialisti e popolari. Il regime parlamentare spagnolo ha messo a nudo il suo scheletro franchista.

Il PSOE ha messo in secondo piano qualunque prudenza nei confronti di ciò che è stato, senza alcuna limitazione, un giudizio politico agli accusati per il loro orientamento, cioè una condanna della loro lotta per l’autodeterminazione in Catalogna. Nella prima settimana di novembre Sánchez ha superato ogni barriera costituzionale per segnalare che l’Avvocatura di Stato è al servizio del Governo in riferimento al caso del “latitante” Carles Puigdemont. A chi risponde l’Avvocatura di Stato? Al governo, chiaro. Il Presidente del governo per gli affari correnti ha messo a nudo che l’indipendenza della magistratura è una finzione del capitalismo per mascherare uno strumento di repressione contro le lotte sociali e politiche dei lavoratori. La tendenza alla disintegrazione territoriale in Spagna e le lotte sociali e salariali in tutto il paese hanno un legame profondo. La colossale crisi capitalistica internazionale riemerge con forza di fronte all’impossibilità dei governi del grande capitale e delle loro banche centrali di superarla. Il popolo di Catalogna, che si schiera col movimento per l’indipendenza, lo fa nell’illusione che la secessione per costruire una repubblica indipendente nell’Unione europea e nella NATO risponderà alle sue rivendicazioni sociali e salariali. Le aspirazioni dei lavoratori saranno frustrate di fronte a coloro che si sono assunti l’incarico di applicare le politiche antisociali di austerità in Catalogna, vale a dire le stesse forze nazionaliste.

Lo spiegamento del bonapartismo

La popolazione oppressa di tutta la Spagna è vittima degli stessi interessi antisociali in tutte le regioni, indipendentemente dal modo in cui si nascondono coloro che attuano queste politiche. I lavoratori cominciano a vedere che dietro i bombardamenti mediatici si nasconde la vera intenzione del governo e del regime, vedono che le loro lotte, i loro problemi, hanno la stessa origine di quelli del popolo catalano: una monarchia parlamentare ereditata dal regime franchista che si sta evolvendo verso il bonapartismo. In altre parole, che aspira a irreggimentare la società con la repressione, in particolare contro le masse lavoratrici, pur mantenendo un parlamento decorativo. Il cerchio che il governo e i partiti costituzionalisti intendono chiudere insieme alla destra e alla sinistra del regime contro la Catalogna, comincia a crollare di fronte a ciò che è sempre più evidente: l’obiettivo non è solo la Catalogna, ma rafforzare l’intero apparato repressivo legale e il suo apparato di polizia per accompagnare le misure di austerità e i tagli che cercheranno di applicare di fronte all’aggravarsi della crisi economica internazionale. Con la sanzione della Corte Suprema, ogni protesta, sciopero o resistenza può essere considerato un reato di sedizione o ribellione per criminalizzare, arrestare e perseguire i suoi leader e per neutralizzare la lotta.

Né il governo né la destra hanno gli strumenti economici per fornire una via d’uscita non basata su bastoni e prigione, la questione della Catalogna non è un fatto isolato, è un’espressione mascherata della reazione sociale all’avanzata della crisi che partiti di ogni colore scaricano sui lavoratori. I partiti “costituzionalisti” accusano i gruppi estremisti di violenza per le strade a prescindere dall’ondata di ribellioni che sta girando il mondo, e che è una conseguenza della brutale crisi economica del capitalismo, la quale non ha soluzione per l’interno del sistema. È il comune denominatore delle rivolte che stanno dilagando nel mondo: Cile, Ecuador, Haiti, Libano, Francia, Iraq. Ribellioni che trovano l’Europa sull’orlo di una Brexit senza un accordo, in recessione, e che dà “schiaffi come ciechi in una camera oscura”, come ha spiegato uno dei suoi rappresentanti non molto tempo fa. I “gilet gialli” in Francia e lo sciopero generale decretato dalla CGT francese contro l’attacco del governo di Emmanuel Macron al sistema pensionistico sono anche una chiara espressione di questa crescente crisi. Il governo e la destra cercano di isolare la “questione catalana” come una questione della Catalogna contro il resto del paese, ma nel resto del paese i lavoratori subiscono le stesse difficoltà contro le quali la maggioranza della popolazione si ribella in modo distorto.

L’accordo di transizione crolla

Tutti questi conflitti si sommano in una contraddizione ancora più acuta: la sentenza al Processo è allo stesso tempo, e in modo contraddittorio, espressione del crollo dell’accordo politico di transizione. Questo accordo stabiliva il sostegno alla monarchia, incarnata dalla dinastia borbonica scelta da Franco, nascostasi nei panni del parlamentarismo in cambio del riconoscimento delle autonomie dei Paesi Baschi e della Catalogna in una “Spagna delle autonomie”. In altre parole, diluire il fenomeno nella moltiplicazione di regioni autonome.

La convocazione del referendum catalano contro la sentenza della Corte Costituzionale, controllata dalla destra e nominata di comune accordo dai partiti politici del regime, e la sua realizzazione nel mezzo di un’offensiva repressiva contro una mobilitazione di massa, ha significato un nuovo atto del crollo del patto ancorato all’interno della Costituzione del 1978. Colui che ha decretato i limiti di questo fallimento è stato lo stesso re Filippo VI, il quale in un messaggio alla nazione il 3 ottobre 2017 ha sostenuto l’offensiva repressiva del governo del Partito Popolare presieduto da Mariano Rajoy, dando, in qualità Capo di Stato e degli Eserciti e in nome della Costituzione che lo regge sul trono, pieno sostegno a quel processo di repressione che si è concluso con l’applicazione dell’articolo 155. La foglia di fico parlamentare è caduta e ha messo a nudo la vera essenza bonapartista del regime. È in questo scenario che l’estrema destra prospera sulla terra fecondata dal PSOE e dalla sinistra impotente, sfruttando il loro abbandono delle rivendicazioni lavorative e sociali degli sfruttati, incolpando l’immigrazione e i “traditori” della Spagna, tra cui i baschi e i catalani, per i mali causati dallo sfruttamento capitalista. Ultima linea di difesa dello sfruttamento capitalista in attesa del proprio turno per reprimere le organizzazioni dei lavoratori.

Un patto costituzionale può essere sostenuto solo dal consenso di coloro che l’hanno firmato, la rivolta popolare contro tale patto è il segno più evidente che la sua esistenza non è più praticabile con metodi democratici. Il mantenimento dell’unità nazionale sulla base della repressione è un’espressione del fatto che le tendenze alla disintegrazione nazionale non possono essere realizzate con mezzi “politici”. Filippo VI, e il resto delle forze che si definiscono costituzionaliste, hanno sostenuto questa evoluzione bonapartista del regime per mantenere l’unità della Spagna. Ma questa politica è l’estensione alla questione nazionale della repressione dei combattenti sindacali e sociali per le loro richieste, non solo da parte del governo centrale, ma anche dello stesso governo autonomo catalano, che ha agito con estrema violenza quando nel maggio 2011 gli attivisti dei 15 M in Catalogna hanno cercato di attaccare il Parlamento di Barcellona. Questi attivisti sono stati perseguiti, accusati dalla stessa Generalitat, che è il fustigatore della Catalogna, e che ha effettuato i tagli al sistema sanitario, all’istruzione e la corsa alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali.

Autodeterminazione e unità degli sfruttati

Al contrario, la piccola borghesia e la borghesia catalana sono impegnate in una feroce disputa con la grande borghesia centralista sulle risorse del bilancio nazionale, non per i lavoratori e i loro interessi, ma per i propri interessi di classe, contrapposti a quelli dei lavoratori e delle maggioranze sfruttate. Non a caso è stata formulata la seguente domanda referendaria: “Vuole che la Catalogna sia uno stato indipendente sotto forma di repubblica”, evitando ogni tipo di dibattito sul tipo di Stato indipendente che sarebbe, cioè dando per scontato che tale Stato indipendente manterrebbe la divisione di classe e riprodurrebbe lo stesso regime capitalista di tutta la Spagna. Il tema centrale è che la lotta del popolo catalano è condotta dalla borghesia e dalla piccola borghesia catalana, cioè da chi applica gli stessi piani del governo centrale, usa gli stessi metodi repressivi, manda i Mossos [la Polizia della Generalitat de Catalunya, n.d.t.], coordinati con la polizia nazionale e la Guardia Civil, a reprimere le mobilitazioni. Le organizzazioni della piccola borghesia, dei CUP [Candidatura di Unità Popolare, n.d.t.] e dei CDR [Comitati in Difesa della Repubblica, n.d.t.], non offrono alternative a quella della borghesia catalana. Finché la classe operaia catalana resterà ai margini e finché non guiderà la lotta in Catalogna insieme al resto dei lavoratori della Penisola, non ci sarà una soluzione favorevole all’autodeterminazione e la lotta per l’indipendenza sarà uno strumento di negoziazione tra la borghesia catalana e la borghesia spagnola, con cui ha molteplici legami economici e un nemico comune: la classe operaia su cui vogliono scaricare la loro crisi.  A questa politica si deve contrapporre la lotta per una Federazione di Repubbliche Socialiste Iberiche di tutti i lavoratori di Spagna.

I lavoratori sfruttati e le masse della Catalogna non hanno altra possibilità di accedere all’autodeterminazione e alla soddisfazione delle loro rivendicazioni sociali e salariali se non attraverso l’unità con tutti gli sfruttati di Spagna. Finora in Catalogna non c’è stato alcun tentativo di indipendenza effettiva. Il nazionalismo catalano ha fatto la sceneggiata di decretare un’indipendenza, al di fuori del Parlamento, affinché non avesse alcun effetto. Ciò dimostra la sua impotenza e la sua sottomissione al regime contro cui si confronta. Oggi dire che si è per l’indipendenza significa dare sostegno a quella borghesia impotente che cerca solo di negoziare al meglio con lo Stato spagnolo, a cui è legata, e con cui ha un nemico comune: la classe operaia. Sostenere quella soluzione riduce i lavoratori catalani a carne da cannone della borghesia e della piccola borghesia catalana, isolati dal resto dei lavoratori della Spagna e ai piedi dei carrarmati dell’esercito monarchico.

Capitalismo e violenza

L’origine della violenza, che il governo e i media cercano di attribuire alla parte della lotta sociale e politica, non è nei gruppi minoritari (spesso formati da infiltrati della polizia), ma nello Stato stesso. Per il governo e i suoi media, non sono violenza la “Legge Museruola”, i prigionieri di Altsasua, Alfón, Molero, gli sfratti, i licenziamenti, la precarietà, i tagli, gli attacchi alle pensioni e alla salute pubblica, l’impunità del rubare della classe capitalista, della monarchia e della chiesa. Le rivolte e le proteste, non solo in Catalogna ma in tutto il pianeta, sono la risposta alla crisi capitalista che affoga la stragrande maggioranza della popolazione, che viene repressa quando si tratta di difendere le condizioni di vita di base, nella miseria. La ribellione contro l’ingiustizia, contrariamente a quanto dicono il governo e i media al suo servizio, è un diritto democratico. È il diritto delle masse più ampie di intervenire contro l’oppressione e di rispondere all’attacco alle condizioni di vita più elementari. La magna carta della democrazia borghese, “la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789” su cui si basa il sistema parlamentare, fu imposta proprio sulla base della ribellione contro la monarchia che ritardava l’ascesa della borghesia rivoluzionaria. Questa è stata l’origine del sistema parlamentare e della democrazia più di 200 anni fa. Oggi la borghesia è l’asse centrale del conservatorismo e il freno per il progresso della civiltà, ed è finita con l’occupare il ruolo della monarchia assolutista del XVIII secolo.

La responsabilità delle direzioni sindacali

Le direzioni sindacali maggioritarie di CCOO [“Comisionas Obreras”, n.d.t.] e UGT [“Union General de los Trabajadores”, n.d.t.] sono un pilastro fondamentale per sostenere il regime. Dalla mozione di censura, hanno sistematicamente rinunciato alla lotta per le condizioni di lavoro e i salari, alimentando illusioni in un “governo del progresso” che non si concretizzerà. Ma precedentemente, con il governo di Rajoy, hanno anche rinunciato alla lotta contro la riforma del lavoro e le leggi repressive. Si sono rifiutate di sostenere l’ultimo sciopero in Catalogna, nonché le manifestazioni a suo sostegno nelle diverse città. Allo stesso modo, sindacati alternativi, come la CGT, questa volta non hanno sostenuto lo sciopero, senza dare alcuna spiegazione (va ricordato che la CGT ha indetto l’ultimo sciopero generale il 3 ottobre di due anni fa). La tregua concordata dalla dirigenza sindacale non risponde a un mandato della base, ma a una decisione presa alle sue spalle. Ogni giorno ci sono marce, manifestazioni e raduni per lamentarsi del peggioramento delle condizioni di vita.

È inammissibile che i sindacati non si pronuncino per lo sciopero generale in queste condizioni e in questo contesto, chiedendo la libertà dei prigionieri politici e rifiutando che i lavoratori paghino per la crisi, contro la riforma del lavoro e del sistema pensionistico, con un piano di lotta e lo sciopero generale votato nelle assemblee di base. In altre parole, c’è di fatto un grande accordo per chiudere la crepa della crisi del regime, che coinvolge non solo la destra, ma anche la sinistra e le direzioni sindacali.

Di fronte alla convocazione di nuove elezioni, le posizioni non sono cambiate nella sostanza. Il PSOE ha finalmente abbandonato il falso argomento che vuole un governo di “sinistra e progressista” e ha apertamente teso la mano alla destra per governare. Il ruolo sempre più patetico di Podemos nell’insistere su un governo con il PSOE è un vicolo cieco. Milioni di lavoratori e combattenti sono sempre più diffidenti nei confronti di questa sinistra fallita. Oggi più che mai è necessario fare un bilancio e costruire una nuova leadership per la classe operaia. Le opzioni elettorali non offrono un’alternativa indipendente alle fazioni capitalistiche che difendono il regime, quindi la nostra posizione è il “voto in bianco”, che le Cortes [il parlamento spagnolo, n.d.t.] siano sciolte e la costituzione monarchica del 78 sia abrogata da un’Assemblea Costituente in cui il popolo deliberi e decida le nuove basi sociali per il proprio governo. Gli slogan per un’Assemblea Costituente e la lotta per una Federazione di Repubbliche Socialiste Iberiche sono il modo per porre fine al regime monarchico-franchista, verso il governo dei lavoratori.

Grupo de Independencia Obrera

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