Il Bolsonarismo sul filo del rasoio

di Osvaldo Coggiola (Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale – CRQI)

Traduzione a cura di Trosko

Il fatto che la lotta contro la riforma delle pensioni (nel pieno di un riflusso dopo il rinvio della sua approvazione al Senato) e la lotta contro gli attacchi alla pubblica istruzione e alla ricerca non si siano evolute verso una lotta comune, mentre lo sciopero delle poste, forte e determinato, si svolge in isolamento, non implica un rafforzamento del progetto bonapartista/personalista del clan militare al governo. “Il Bolsonarismo come movimento politico è in caduta e Bolsonaro cerca di compensare questo con un colpo di Stato e mediante l’uso della macchina (politica)”, ha segnalato Celso de Rocha Barros (Folha de São Paulo, 16/9).

L’indice di impopolarità del governo – il 38% lo considera “cattivo o schifoso” (il 44% dichiara inoltre di non essersi “mai fidato” del presidente) – è senza precedenti per un governo nel suo primo anno di mandato. I tentativi di centralizzazione del potere vanno dalla nomina senza precedenti di un Procuratore generale della Repubblica, il quale ignora la lista dei nomi indicati dall’associazione dei pubblici ministeri, alla persistenza nel nominare i suoi rampolli militari per l’ambasciata di Washington, passando per una squalificante condotta pubblica e “poco elegante” verso i suoi potenziali concorrenti dello stesso campo politico (l’ “ingenuo” Moro, Ministro della Giustizia, il “selvaggio” Guedes, Ministro dell’Economia, e persino l'”eiaculazione precoce” Doria, governatore di San Pablo), mostrando un “bolsonarismo” sempre più ridotto ai minimi termini, dove le crepe risultano essere più evidenti all’interno del suo precario fronte politico, lo stesso fronte che gli permise di ottenere quasi il 60% dei voti dalla fine del 2018.

Se si confronta quel 60% con meno del 30% di elettorato che, secondo i sondaggi, continua a sostenere il governo, abbiamo il quadro della dislocazione dei “settori fluttuanti”, soprattutto quella “classe media” (piccola borghesia) che potrebbe costituire una potenziale opposizione politica. Le conseguenze sono esplosive non solo per il governo ma per il regime politico nel suo complesso. Il licenziamento di Marcos Cintra dalla direzione di una carica strategica come il Dipartimento delle entrate federali del Brasile (equivalente alla DGI argentina), a seguito del suo disastroso tentativo di reintrodurre una versione “aggiornata” della CPMF (Contributo Provvisorio sui Movimenti Finanziari), evidenzia non tanto un episodio aneddotico o un’alterazione della seconda fase (del governo): esso è, in primo luogo, l’indice di una mancanza di orientamento da parte del governo in materia economica, ovvero, rivela la bomba a orologeria su cui quest’ultimo è seduto. Secondo Reinaldo Azevedo, “Marcos Cintra è caduto perché non è riuscito a prendere il controllo dei settori delle entrate federali dalle mani di Sérgio Moro e Lava-Jato” (Folha de São Paulo, 13/9), ossia non è riuscito a porre il sistema fiscale riformato (o meglio, ricostruito) al servizio di una ripresa economica al 100% basata in primo luogo sui favori al grande capitale finanziario. Bolsonaro avrà bisogno di un’altra figura per questa funzione: “Quando Bolsonaro dice e ripete che è lui stesso che prende le decisioni (come nel caso del licenziamento di Cintra), il destinatario del messaggio è Moro” (Estadão, 5/9), e tale aspetto non può non significare che, come ha commentato Vinicius Torres Freire (Folha de São Paulo, 12/9), “il taglio del CPMF taglierà le gambe a Guedes”, la cui testa sarà posta come scalpo se l’economia non mostrerà segni di ripresa nel prossimo periodo immediato.

Le misure centrali del governo, oltre alle iniziative assurde che tentano di favorire lo stesso ‘entourage’, cercano di mantenere o approfondire l’adesione della base politica e sociale che in passato ha deciso in suo favore la disputa politica (e solo successivamente quella elettorale) del 2018: coloro che dovrebbero essere i suoi candidati, che sventolano la bandiera dell’anti-PeTismo e della “lotta alla corruzione”, il grande capitale e le Forze Armate.

La proposta di bilancio per il 2020 prevede pesanti tagli (come inizio di una direzione distruttiva) nei programmi sociali, nonché un attacco in piena regola alle basi economiche dei diritti universali (sanità, istruzione, trasporti, pensioni, sicurezza sociale). Il “pacchetto di lotta alla disoccupazione” del governo, in fase di studio, prevede la concessione di 65 miliardi di reales per le imprese, con la creazione di una rete di “agenzie di lavoro” private, cioè la trasformazione della disoccupazione e della miseria in un altro business capitalistico. Lo stesso bilancio che taglia salute, istruzione, pensioni e spese sociali, destina 4,7 miliardi di reales alle prestazioni militari istituite dalla riforma delle pensioni. Bolsonaro ha bloccato 36 punti nei 19 articoli del disegno di legge parlamentare sulla “legge riguardante gli abusi di autorità”, a beneficio sostanzialmente delle forze di polizia. Questo è il punto centrale. L’avanzata polizia-militari percorre strade parallele: Moro e Bolsonaro si liberano di una competizione sempre più accentuata (e reazionaria) dei due corpi di sicurezza per potersene servire meglio. Il primo settore ha già annunciato l’intenzione di introdurre nel codice penale modifiche che istituiscano un’ampia licenza di uccidere (da parte della polizia). Come commenta Lincoln Secco (Le Monde Diplomatique, settembre 2019): “i militari hanno riacquistato forza politica mediante l’aumento della spesa e il comando del Ministero della Difesa. Tali eventi hanno rivelato come il partito giudiziario abbia lasciato il palcoscenico dopo aver rubato il ruolo dei politici professionisti. Il vuoto comincia ad essere riempito dal Partito Militare”.

Il problema è che la crisi politica, motivata dal carattere confuso della base sociale e politica del governo, ha restituito protagonismo ai “professionisti” della politica, quest’ultimi guidati dal presidente della Camera dei deputati Rodrigo Maia. Infatti, la rete televisiva Globo (nemica dell’offensiva imprenditoriale/mediatica/evangelica bolsonarista) sta promuovendo Maia, gentilmente e calorosamente intervistato dal presentatore Bial (il più popolare della TV Globo con un proprio programma) come non è mai accaduto con Bolsonaro o qualsiasi altro politico/ufficiale intorno al presidente; Bial ha addirittura intervistato (con evidente affetto) un giornalista autore di un libro che denuncia la carriera militare dell’ex capitano come una frode con episodi “terroristici” (sic). Un giornalista ha delineato come il “Papol” (il Partito della Polizia) abbia creato scalpore nella Procura Generale della Repubblica, facendo dimettere i pubblici ministeri legati all’operazione “Autolavaggio” al fine di fare pressione sul futuro capo (-procuratore), un bolsonarista (non sostenuto dall’associazione dei pubblici ministeri): “L’operazione ha inviato un messaggio allo stesso Bolsonaro: ‘Attenzione, ci può essere ribellione'” (Folha de São Paulo, 6/9).

Per quanto rumorosi possano essere, questi mini-scandali non sono nulla sullo sfondo della crisi brasiliana: la crisi economica (nazionale, continentale e mondiale), nel caso in cui non fosse ancora sulla soglia del default come sta avvenendo in Argentina, evidenzia le tracce di una decadenza senza via d’uscita capitalistica all’orizzonte. Il celebre (e quasi nullo) recupero della riscossione fiscale nasconde come il saldo delle transazioni correnti nel primo semestre sia stato di 10.500 milioni di dollari, con un aumento del deficit corrente di 2.000 milioni di dollari rispetto allo stesso periodo del 2018, nel mezzo del fallimento di Temer (-8.000 milioni di dollari) (Fipe Information, agosto).

Nel calcolo spietato di Delfim Netto (Folha de São Paulo, 4/9), il calo medio del PIL pro capite negli ultimi 5 anni è stato dell’1,5%, ed include una riduzione media della produttività del lavoro dell’1,1% all’anno (oltre l’aumento della disoccupazione). Una quota del PIL e del bilancio nazionale viene consumata dal pagamento del debito pubblico (interno ed esterno) che non cessa di crescere in termini assoluti e percentuali. L’eccedenza nazionale diminuisce ed è sempre più divorata dagli squali finanziari. Solo la classe operaia, sostenuta da maggioranze popolari, può porre fine al massacro nazionale attraverso il proprio governo. È possibile riorganizzare e ricostruire la sinistra brasiliana sulla base di questa prospettiva, o lasciare che con varianti politiche di infima rilevanza accada il peggio.

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