Ecologia e marxismo

di OC

(Originariamente pubblicato sulla rivista Motrivivencia N°22, giugno 2004)

Qual è la relazione tra la crisi ecologica della terra, e dell’umanità, e il tema dell’educazione umana integrale, compresa l’educazione fisica, che è la vocazione di questa rivista? Crediamo che il marxismo sia l’unica teoria in grado di stabilire il necessario collegamento tra le due questioni. Le ultime notizie, ad esempio, hanno reso sempre più chiaro il rischio di riscaldamento globale (“effetto serra”). Una simulazione effettuata nel gennaio 2005 ha stabilito che la Terra può riscaldarsi nel XXI secolo fino a 11ºC (l’aumento massimo precedentemente previsto era di 5ºC). La simulazione prevedeva un accumulo di anidride carbonica (CO2) equivalente al doppio di quello che si trovava nell’atmosfera prima del 1750, cioè prima dell’inizio della rivoluzione industriale.

Il cosiddetto “effetto serra” è dovuto alla presenza di gas nell’atmosfera, soprattutto anidride carbonica, generati da molti processi di combustione (tra i quali i motori comuni), che fa sì che parte del calore ricevuto dal sole, dai raggi infrarossi che generalmente irradierebbero lo spazio, venga assorbito da questi gas, innalzando la temperatura media del pianeta. Questo è necessario per la sopravvivenza umana: se non ci fosse l’effetto serra, la temperatura media del pianeta sarebbe di 33ºC più bassa (ora è + 15ºC, quindi sarebbe -18ºC), rendendo la vita quasi impossibile. Il problema è sapere cosa può accadere se, con l’aumentare della concentrazione di CO2, la temperatura aumenta ancora di più. Nei primi periodi della storia della Terra, c’era più CO2, e sappiamo che la temperatura era maggiormente piacevole. Oggi questo aumento è il risultato dell’azione umana e il suo effetto è cumulativo e rapido. Ci sono previsioni estreme secondo le quali la temperatura aumenterà, i ghiacci polari si scioglieranno, il mare si innalzerà e inonderà tutto. Gli studi più seri rifiutano questa previsione estrema: l’innalzamento potrebbe raggiungere una decina di metri, ma in uno scenario di secoli. La crisi climatica è grave, ma meno di quella biochimica e biologica, i cui effetti sono irreversibili.

Secondo una forte corrente di scienziati, la Terra è entrata in una nuova era, l’antropocene, caratterizzata da cambiamenti globali nell’ambiente come prodotto dell’azione umana. A causa del loro successo come specie, gli esseri umani sono diventati una “forza geologica” di una certa importanza: la dimensione umana dovrebbe essere inclusa nei modelli del sistema terra, in quanto vi sarebbero processi geofisici potenzialmente instabili (in un elenco dei dodici principali, la devastazione della foresta amazzonica occupa un posto di rilievo) a causa dell’azione umana.

L’apparato analitico marxista offre la possibilità di comprendere i drammatici cambiamenti in atto? Il pensiero marxista è stato elaborato in un contesto di grandi sintesi scientifiche, nel corso del XIX secolo, e ha trovato una spiegazione esatta nell’elaborazione del concetto di lavoro, sia nella sua dimensione fisico-meccanica che politico-economica. “Sia nella sua costruzione che nel suo obiettivo, la teoria meccanica del lavoro e la teoria del valore di Karl Marx sono in realtà sorprendentemente simili. L’obiettivo fondamentale è lo stesso: trovare una misura comune del valore del prodotto”, ha detto François Vatin. Nell’Ottocento abbiamo verificato la realizzazione di sintesi che potevano essere combinate solo sulla base del grande fenomeno sociale e storico che fu la Rivoluzione Industriale. Lungi dall’essere un fenomeno oggettivato dai diversi fattori che la storiografia solitamente enumera, dobbiamo cercare nei cambiamenti dei rapporti di produzione e, quindi, nei rapporti sociali del lavoro, l’origine dei fatti avvenuti nel passaggio dal XVIII al XIX secolo.

Nel Capitale, Marx non si è limitato all’analisi delle conseguenze dell’accumulazione capitalistica per il lavoratore, ma anche per l’ambiente naturale stesso: “Con il crescente predominio della popolazione urbana, agglutinata nei grandi centri, da un lato si concentra la produzione capitalistica, forza motrice storica della società, ma, dall’altro, si ostacola lo scambio tra gli esseri umani e la natura, cioè il ritorno alla terra degli elementi del suolo utilizzati dall’uomo sotto forma di cibo e vestiario, cioè si disturba la condizione naturale eterna di una fertilità duratura della terra. In questo modo, la produzione capitalista distrugge sia la salute fisica dei lavoratori urbani che la vita mentale dei lavoratori rurali. Tutto il progresso dell’agricoltura capitalistica è progresso non solo nell’arte di sfruttare l’operaio, ma anche, allo stesso tempo, dell’arte di saccheggiare la terra; ogni progresso nell’aumentare la sua fertilità in un dato periodo è allo stesso tempo progresso nella rovina delle fonti durature di quella fertilità; pertanto, la produzione capitalistica non sviluppa la tecnica e la combinazione del processo sociale di produzione più di quanto, allo stesso tempo, non mini le fonti da cui emana tutta la ricchezza: la terra e il lavoratore”.

Nel Capitale, opera di ‘scienze sociali’, Marx aveva già messo in guardia su questo problema (la distruzione dell’ambiente naturale da parte dell’anarchia produttiva del capitalismo), che oggi sarebbe la base del “pensiero ecologico”. È lo stesso argomento che Friedrich Engels affrontò nella sua opera di ‘scienze naturali’ “la Dialettica della natura”, scritta nel 1876, dimostrando che per entrambi i pensatori la critica del capitalismo non era basata su una scienza particolare ma su una concezione del mondo totale, che articolava tanto la conoscenza delle scienze sociali quanto quella delle scienze fisiche e naturali.

Dice Engels nell’opera citata: “Non vantiamoci troppo delle nostre vittorie sulla natura. Si vendica di ognuna di esse. Ogni vittoria porta, all’inizio, i benefici che ci aspettavamo, ma poi porta conseguenze diverse, impreviste, che spesso distruggono anche i primi effetti benefici”.

“I popoli della Mesopotamia, della Grecia, dell’Asia Minore e di altri luoghi erano ben lungi dal pensare che, mentre decimavano le foreste per guadagnare terreno per l’agricoltura, stavano gettando le basi dei loro deserti attuali, distruggendo con le foreste i centri di accumulo e conservazione dell’umidità. Sul versante meridionale delle Alpi, i montanari italiani che hanno devastato le foreste di conifere del versante settentrionale, accuratamente conservate, non sapevano che avrebbero così finito per allevare bestiame in alta montagna sul loro territorio. Sapevano ancora meno che con questa pratica avrebbero privato d’acqua le sorgenti di montagna per la maggior parte dell’anno, e che quelle, durante le stagioni piovose, avrebbero scaricato sulle pianure le tormente torrenziali più furiose…”.

E così, i fatti ci ricordano ad ogni passo che non regniamo sulla Natura, come un conquistatore regna su un popolo straniero, cioè, come qualcuno che è fuori dalla Natura, ma che ne facciamo parte con il nostro corpo e il nostro cervello, che siamo in mezzo ad essa e che tutto il nostro dominio su di essa sta nel vantaggio che abbiamo su tutte le altre creature di conoscere le sue leggi e di poter usare saggiamente quella conoscenza. Infatti, impariamo ogni giorno a comprendere meglio queste leggi e a conoscere le conseguenze naturali più lontane delle nostre azioni in corso nel campo della produzione e, in virtù di tale conoscenza, a padroneggiare queste conseguenze. Più questa conoscenza sarà avanzata, più gli uomini sapranno di far parte di un’unità con la natura, e diventerà insostenibile l’idea più assurda e innaturale dell’opposizione tra spirito e materia, tra uomo e natura, tra anima e corpo, l’idea che si diffuse in Europa dopo il declino dell’antichità classica, e che conobbe con il cristianesimo il suo più ampio sviluppo.

L’economia politica classica dette inizio ad un movimento che sarà liquidato dal marxismo: lo spostamento dell’attenzione dallo scambio (circolazione), che aveva caratterizzato il pensiero mercantilista, alla produzione, e la nozione stessa del modo di produzione come chiave di lettura della storia umana e, da un certo grado di sviluppo storico, anche della storia naturale. I materialisti Marx ed Engels hanno sempre considerato la storia umana come parte della storia naturale. Le varie formazioni socioeconomiche che si susseguono storicamente “sono diverse modalità di mediazione della natura. Svelata nell’uomo e nel materiale da lavorare, la natura è sempre in sé stessa nonostante questo dispiegarsi”. Allo stesso tempo, Marx era consapevole che, a causa del suo carattere tendenzialmente globale, il modo di produzione capitalistico cambiava qualitativamente i rapporti uomo-natura. Nel suo capolavoro, ha sottolineato: “Il capitale si eleva a tal punto da far apparire tutte le società precedenti come sviluppi puramente locali dell’umanità, e come idolatria della natura…. e la natura diventa un oggetto per l’uomo, qualcosa di utile”.

A causa del suo carattere globale e contraddittorio, il capitalismo ha teoricamente posto la possibilità di una crisi globale nei rapporti uomo-natura. Nell’Ideologia Tedesca, Marx aggiunge: “Nello sviluppo delle forze produttive, si verifica una fase in cui nascono forze produttive e mezzi di circolazione che possono essere dannosi solo nel quadro dei rapporti di produzione esistenti, e che non sono più forze produttive ma forze distruttive (macchine e denaro). Legato a quanto sopra, nasce anche una classe che sopporta tutti i fardelli della società, senza godere dei suoi vantaggi, che viene espulsa dalla società ed è costretta ad un’opposizione più aperta di altre classi. Una classe di cui fa parte la maggioranza dei membri della società e dove sorge la coscienza della necessità di una rivoluzione radicale, la coscienza comunista che, naturalmente, può formarsi anche nelle altre classi quando vedono la situazione di quella classe.

Se la prospettiva concreta di una crisi ecologica era inscritta nello sviluppo capitalistico, era anche chiaro che lo sviluppo stesso delle forze produttive costituisce la base per superarla. Nel testo citato sopra, Engels ha affermato che “anche in questo campo, possiamo gradualmente ottenere un quadro chiaro degli effetti sociali indiretti e remoti della nostra attività produttiva attraverso una lunga e spesso difficile esperienza, e attraverso l’approvvigionamento e la selezione del materiale. Pertanto, non è possibile dominare anche questi effetti, ma per ottenere questa regolazione non basta la semplice conoscenza. È richiesta un’alterazione totale del modo di produzione che abbiamo seguito fino ad oggi e, con esso, il nostro intero ordine sociale nel suo complesso. Marx aveva già sottolineato che “le culture che si sviluppano in modo disordinato e non sono dirette con la coscienza, lasciano i deserti al loro passaggio”.

Il capitalismo non è sfuggito a questa regola. Nel Capitale, Marx dichiara che “a Londra, l’economia capitalista non ha trovato una destinazione migliore per il letame di quattro milioni di uomini che usarlo, ad un costo gigantesco, per trasformare il Tamigi in un focolaio pestilente”. Se Marx, nel testo citato, ha notato il degrado urbano causato dal capitalismo industriale, era anche a favore del riciclaggio dei rifiuti industriali: “Con il lavoro su larga scala e il miglioramento dei macchinari, le materie prime che nella loro forma attuale non sono più utilizzabili, possono essere trasformate per adattarsi ad una nuova produzione. La scienza, in particolare la chimica, deve progredire nella scoperta delle proprietà utili dei rifiuti”.

La caratteristica dell’epoca attuale è che le tendenze distruttive del capitalismo, già evidenziate da Marx, operano ora su scala globale, mettendo a nudo l’anacronismo storico della sopravvivenza di questo modo di produzione della vita sociale e la necessità di sostituirlo con un nuovo regime sociale, basato sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione, il comunismo.

Un programma rivoluzionario per affrontare la crisi ecologica dovrebbe basarsi sulle seguenti premesse: 1) Le risorse della biosfera sono limitate e devono essere reintrodotte dopo il loro utilizzo da parte dell’uomo in cicli naturali, altrimenti saranno definitivamente esaurite; 2) L’integrità di questi cicli naturali deve essere preservata; 3) L’inquinamento della moderna tecnologia distrugge l’integrità di questi cicli; 4) La lotta all’inquinamento è impossibile quando questa tecnologia viene utilizzata, e richiede l’uso di altre tecnologie razionali e non inquinanti. 5) Queste tecnologie esistono o potrebbero esistere, ma non sono sviluppate o impiegate dall’imperialismo capitalista, poiché sono infinitamente meno redditizie per i capitalisti rispetto a quelle attualmente utilizzate.

Sulla base di queste conoscenze di base, la discussione dovrebbe concludersi con l’elaborazione di un’analisi degli aspetti economici e politici dei problemi e l’elaborazione di una posizione internazionale concreta su questi temi. Alcune questioni potrebbero essere definite urgenti: 1) Mettere fine alle varie forme di inquinamento dell’acqua, dei fiumi e dei suoli; 2) mettere fine alla distruzione planetaria delle foreste, polmone indispensabile della biosfera e garanzia di mantenimento del suolo; 3) Porre fine all’irrazionale esplorazione dei suoli e alle varie forme di saccheggio e spreco delle risorse minerali, vegetali e animali della terra; 4) Porre fine alla distruzione senza ritorno dell’ambiente naturale e delle specie viventi; 5) Elaborare un’indagine dei problemi fondamentali della biosfera e dei processi geofisici potenzialmente instabili, dovuti all’azione umana, e delle loro reciproche interazioni, al fine di definire un programma di sviluppo mondiale delle forze sociali produttive basato sul crescente ristabilimento dell’equilibrio tra società umana e natura.

Ciò avrebbe implicazioni per tutti gli aspetti dell’attività umana, compresa soprattutto l’istruzione, che deve colmare il divario tra l’istruzione scientifica/umanistica e l’istruzione tecnica (che costituisce la base della divisione tra lavoro manuale e intellettuale), nonché tra formazione intellettuale e formazione fisica (o istruzione). La prospettiva del socialismo deve essere costantemente ridefinita alla luce dei cambiamenti storici e naturali e dell’approfondimento del parassitismo e dell’anacronismo capitalistico. O, come ha detto lo scienziato Roland Sheppard in Whither Humanity? The environmental crisis of capitalism: “Se non rovesciamo il capitalismo, non abbiamo alcuna possibilità di salvare ecologicamente il mondo. Credo che una società ecologica sotto il socialismo sia possibile. Non credo sia possibile sotto il capitalismo”. Questa è l’unica prospettiva realistica che ci permetterà di affrontare con successo la crisi mortale della nostra civiltà.

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