CILE: SCIOPERO GENERALE CONTRO LA TRUFFA COSTITUZIONALE E LA MILITARIZZAZIONE

di Jorge Altamira

Le decine di organizzazioni dei lavoratori che compongono l’Unión Social, tra il Sindacato Centrale dei Lavoratori (CUT) e la combattiva Unión Portuaria, hanno risposto con uno sciopero generale attivo di 48 ore all’accordo del governo, la Concertación (DC, PPD, PS, PS) e il Frente Amplio, per la convocazione di un’assemblea costituente entro un anno, preceduta da un plebiscito che definisca le caratteristiche di tale assemblea e da un altro per ratificare quanto da essa approvato. Il Partito Comunista ha ripetuto più volte attraverso i media che si è rifiutato di firmare questo obbrobrio non per ragioni di principio, ma perché ha capito che era inutile “pacificare” il paese.

Divisione dall’alto

Questo crudo tentativo dei funzionari e degli oppositori di porre fine alle mobilitazioni rivoluzionarie del popolo cileno non è accompagnato da alcuna misura che contempli richieste immediate o minime delle masse. La via d’uscita attraverso “politiche pubbliche”, che non incidono sul dominio o sugli interessi della grande borghesia, propone a malapena un aumento della pensione minima da parte dello Stato, cioè dei contribuenti, in tre quote annuali. La Costituente Sovrana richiesta dalle enormi mobilitazioni popolari aveva lo scopo opposto: porre fine al sistema pensionistico privato e ridurre al minimo il costo del paniere familiare; nonché stabilire la gratuità della salute e dell’istruzione, attraverso la nazionalizzazione delle strutture che regolano entrambe. Le aziende farmaceutiche cilene hanno recentemente respinto qualsiasi possibilità di ridurre i prezzi dei farmaci agli elevati standard internazionali. Una Costituente con quel potere è come minimo incompatibile con la permanenza di Piñera e, in ultima istanza, con il Parlamento.

A ben vedere, l’accordo tra partito di governo e opposizione ha limiti politico-operativi insormontabili ed è stato firmato solo per evitare di esporre la frammentazione del potere politico. Il punto centrale del patto è che la Costituente non può invadere la giurisdizione dell’Esecutivo o del Parlamento, quindi deve essere limitata ad una funzione di redattrice. Secondo il gergo della collaborazione: deve essere “istituzionale”. Il plebiscito di aprile deve decidere se l’assemblea sarà interamente eletta dal popolo o in condivisione con i rappresentanti dell’attuale Assemblea Nazionale. Questa clausola è stata introdotta dal diritto di creare un terreno di agitazione politica contro le derive “estremiste” o “anti-istituzionali”. Un altro punto controverso è la proposta di riservare seggi al popolo Mapuche e ai candidati indipendenti, con l’intenzione di non ripetere l’attuale rappresentanza parlamentare, anche se in proporzioni diverse. La nuova Costituzione dovrà ricevere l’approvazione dei due terzi, altrimenti quella attuale rimarrebbe in vigore, che è ciò che finirebbe per accadere. Ogni clausola dell’accordo funziona come un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo costituzionale, anche nella variante più restrittiva. Storicamente parlando, la condizione è più restrittiva delle costituzioni concesse dalle monarchie europee che hanno cercato di combattere la rivoluzione democratica del XIX secolo.

Non è un caso, quindi, che questo patto abbia provocato crisi e spaccature nel Frente Amplio e all’interno dei suoi partiti. La base politica dell’accordo si è ristretta. La destra affronta le proprie divisioni, perché la sua ala estrema inquadra la convocazione come una concessione che potrebbe trascinarne altre, le quali comprometterebbero seriamente la stabilità politica e l’accumulazione capitalistica in Cile, il cui asse è il sistema pensionistico privato. Con un’economia in declino e un continente in subbuglio, (la destra) avverte circa il pericolo della fuga di capitali e dei conseguenti fallimenti finanziari. Lungi dall’allontanare la prospettiva di un’intensificazione del processo rivoluzionario, il patto può invece avvicinarla in una catena di piccoli arretramenti e salti qualitativi. Questo è il metodo con cui si sono sviluppate tutte le rivoluzioni della storia.

Stato di emergenza e sciopero di massa

Ciò che rivela meglio l’impossibilità del patto tra forze di governo (tutte hanno governato negli ultimi tre decenni) è una misura presa da Piñera e dal comando militare al di là di ogni “concertazione”: autorizzare lo schieramento di truppe per proteggere infrastrutture e servizi essenziali, senza la necessità dell’approvazione del Congresso. Lo “stato di emergenza” che la Costituzione prevede come eccezione diventerebbe la regola; per mezzo di inganni costituzionali, il Cile diventerebbe “uno stato di eccezione” – al di fuori della Costituzione. Si tratta di una nuova dichiarazione di “guerra” da parte del pinochetismo, come accaduto all’inizio della crisi. Le morti, le torture, le umiliazioni, l’impunità, le operazioni d’assalto, che hanno visto per protagonisti i Carabineros e l’esercito, dimostrano che questa “eccezione” è già in vigore.

Lo sciopero di due giorni in risposta a tutta questa situazione introduce in forma più generale questo storico metodo di lotta, dopo altri recenti scioperi. È una risposta alla pressione dei lavoratori, ma non costituisce ancora l’espressione dell’offensiva essenziale della classe operaia. In questo caso riunirebbe tutte le caratteristiche dello sciopero politico di massa. Inevitabilmente ci si muove in questa direzione, come conseguenza della spinta storica che ha scatenato la ribellione popolare in generale e dell’altrettanto inevitabile aggravamento delle condizioni economiche delle masse. Le burocrazie sindacali cercano con lo sciopero limitato di guadagnare autorità come forza di contesa – in particolare quella del CUT, dove spicca il Partito Comunista. Quest’ultimo ha rifiutato un incontro con il governo prima dello sciopero, ma l’ha accettato dopo.

Le masse cilene non stanno semplicemente tornando all’esperienza degli anni ’70, che tengono a mente ogni giorno – un’esperienza di lotta rivoluzionaria abbandonata dalle loro leadership. Nel mezzo si sono succeduti Pinochet e i governi democratici del regime lasciati da Pinochet. L’azione diretta di numerosi gruppi giovanili è la base di questa nuova coscienza. Lo slogan della Costituente Sovrana non ha, né dovrebbe avere, uno scopo costituzionale ma uno scopo di autorità. Si tratta di espellere il governo di Piñera e di sciogliere il Parlamento degli stipendi oltraggiosi verso il popolo, e di istituire un governo che stabilisca un nuovo regime politico e riorganizzi la società con la partecipazione attiva degli sfruttati. Questa lotta politica è alimentata da lotte coordinate per rivendicazioni immediate e da nuove organizzazioni deliberative ed esecutive (Consigli, Assemblee, Comitati) che facilitino l’ingresso di ampie masse all’interno di tale lotta.

La questione del potere in termini pratici sarà sollevata nel corso della crisi politica e della lotta stessa.

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