Echi di guerra dalla Libia. La spartizione delle regioni libiche fra potentati locali e potenze imperialiste

di GA

Quando il premio Nobel per la pace, l’ex presidente “democratico” degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, decise nel 2011 di bombardare la Libia e di spodestare il regime di Gheddafi non calcolò minimamente il prezzo delle innumerevoli sofferenze che il popolo libico avrebbe dovuto patire da lì in avanti. Le dichiarazioni postume di Obama, ipocrite come quelle dell’ex primo ministro britannico e laburista Tony Blair per il conflitto in Iraq, riconobbero il fallimento della missione americana in Libia e il conseguente caos prodotto nella regione nordafricana, quest’ultimo aggravato dall’emergere di nuove fazioni reazionarie in lotta per il potere. Le ambizioni guerrafondaie dei governi occidentali, sia democratici che conservatori, sancirono in modo inequivocabile il volto omicida del capitalismo moderno. I rispettivi schieramenti internazionali lavorarono, senza alcun distinguo di colore politico, nell’esclusivo interesse di una spartizione delle riserve naturali di idrocarburi e delle ricchezze accumulate dallo stesso Gheddafi in importanti istituti finanziari e gruppi imprenditoriali in giro per il mondo. Pertanto, l’attacco alla Libia non fu il “peggior errore” della presidenza Obama ma si trattò del peggior crimine di guerra ai danni di un’intera nazione ed un monito a nuovi sviluppi rivoluzionari nella regione.

D’altro canto, secondo il “pentito” Obama, si trattava della “cosa giusta da fare”. Infatti l’operazione militare contro la Libia, come nel 2001-2003 in Afghanistan ed in Iraq sotto la presidenza Bush, venne squallidamente giustificata con la classica retorica dell’esportazione dei principi “democratici”, della “guerra umanitaria”, dalla “liberazione dal tiranno” ed altre false illusioni che come sempre nascondono il volto brutale dell’imperialismo dominante a stelle e strisce. Difatti questa illuminante prosopopea si tradusse in violenti bombardamenti aerei condotti dalla NATO ai danni del popolo libico producendo morti, distruzioni ed infine inaugurando, come in Siria, la nuova fase delle guerre per procura con lauti finanziamenti ed armamenti alle forze mercenarie islamiste e terroriste.

Queste operazioni militari hanno goduto del pieno appoggio incondizionato di tutti i governi occidentali ed imperialisti, in particolar modo Francia, Gran Bretagna e Italia, fino ad allora fedeli alleati del regime di Gheddafi. Deve essere chiaro che coloro che generarono il caos libico e giustificarono l’intervento militare della NATO in Libia, sono gli stessi paesi imperialisti che oggi dichiarano di voler lavorare per “la pace”. Non vi è cosa più stomachevole di un falso teatrino che ancora una volta tenta di coprire sotto il velo dei tavoli della diplomazia le efferate operazioni belliche e la spartizione di territori e ricchezze nazionali a scapito degli interessi del popolo libico.

Dalle rivolte popolari alla guerra civile

Lo scoppio delle rivolte, le cosiddette “primavere arabe”, nel 2011, sancì definitivamente la caduta di regimi decennali (Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, ecc.) nell’area nord-africana e mediorientale. Lo sfondo dominante della forte crisi economica accentuò le contraddizioni attraverso la crescita costante delle disuguaglianze sociali e la formazione di ricche cricche nazionali di potere, corrotte e reazionarie, le quali vivevano agiatamente al di sopra di milioni di proletari sfruttati ed impoveriti.

Le forti mobilitazioni e scioperi di massa nelle strade e nelle piazze di numerose città dimostrarono come larghi strati della società potessero trovare da singoli episodi la forza ed il coraggio di lottare contro dittature fin allora considerate intoccabili, stabili e durature. Gli stessi governi occidentali, ardenti finanziatori e partner commerciali dei suddetti regimi, si trovarono totalmente spiazzati dinanzi a folle oceaniche che rivendicavano migliori condizioni di vita. Lo sviluppo degli eventi segnò l’inizio di una lotta politica che, iniziata come risposta allo sdegno seguito a singoli episodi di disperazione (è il caso del gesto estremo auto-incendiario di un avvocato tunisino, a testimonianza dello stato di disperazione dilagante), si evolvé in proteste che, sostenute dai sindacati, reclamavano una lotta contro il carovita, una lotta per gli elementari diritti democratici, fino ad arrivare alla legittima richiesta immediata della cacciata dei rispettivi tiranni, i quali non ebbero alcuno scrupolo nell’utilizzare l’esercito per schiacciare le masse in rivolta. In questa fase iniziale, le proteste libiche si inserirono in tale scenario ma con una diversa evoluzione rispetto ai paesi limitrofi (Egitto e Tunisia in primis).

Sebbene sia giusto sostenere che la gioventù libica, appartenente al ceto medio, giocò un ruolo determinante nelle iniziali proteste contro il regime di Gheddafi, in particolar modo in quei centri urbani (es. Bengasi) da sempre ostili al dittatore libico, bisogna  comunque considerare la centralità ed il ruolo che ebbero le decisioni dei capi tribù, quest’ultime sostenute militarmente dagli imperialismi e dalle petro-monarchie del Golfo che, insieme a settori dell’esercito esiliati ed ex lealisti, decisero di disfarsi del loro protettore al fine di non essere a loro volta travolti dai sommovimenti che stavano interessando i paesi confinanti.

La conseguente defenestrazione del rais causò inevitabilmente un vuoto di potere ed una crisi nel funzionamento dell’apparato statale che fin ad allora si basava sulla centralizzazione del potere politico ed economico nelle mani di una cerchia ristretta che stipulava accordi con le centinaia di capi tribù, ovvero piccoli sultanati che controllavano e controllano tuttora grandi porzioni del territorio libico. Sono le stesse tribù che difesero le multinazionali straniere da eventuali attacchi da parte di milizie armate e cellule terroristiche.

Nove anni dopo, il caos prodotto dalla decisione degli imperialismi occidentali di disfarsi di Gheddafi porta lungo il suo cammino ancora migliaia di morti e distruzioni. L’attuale cristallizzazione della lotta per il potere vede un duro scontro fra le due principali fazioni: il Governo di Accordo Nazionale (GAN) di Fayez al-Sarraj e l’Esercito Nazionale Libico (ENL) del generale Khalifa Haftar. Entrambi i leader politici delle rispettive fazioni furono esponenti del regime di Gheddafi.

Chi difende cosa

Nello scacchiere internazionale la Libia ricopre un ruolo strategico sia per la sua ricca concentrazione di idrocarburi (petrolio e gas), che ne fanno il nono esportatore mondiale, membro OPEC e quinto fornitore dell’Italia, con scambi commerciali tra i due paesi che si attestano sui 4 miliardi di euro; sia per la funzione di Stato carceriere per l’Unione Europea relativamente al blocco dei flussi migratori, dove milioni di proletari, provenienti da molti paesi africani e medio-orientali, vengono brutalmente ammassati ed imprigionati in lager e privati della dignità di esseri umani.

Il posizionamento degli imperialismi e delle potenze regionali risponde pertanto alla necessità di garantire gli interessi miliardari dei grandi gruppi multinazionali che lavorano nei centri petroliferi (Eni, Total, Gazprom, Repsol, Wintershall, ecc.) e di difendere i propri confini nazionali (Unione Europea, Egitto, Algeria, Tunisia) dalle ondate migratorie in vista di una nuova escalation del conflitto. Di conseguenza, la concentrazione di forze che sostengono militarmente ed economicamente sia il GNA di Serraj (Italia, Nazioni Unite, Gran Bretagna, Turchia, Qatar, forze islamiste come i Fratelli Musulmani) che l’ENL di Haftar (Francia, Stati Uniti, Israele, Russia, Egitto, Arabia Saudita) non tiene conto delle contraddizioni negli stessi schieramenti (si veda il caso russo) quando in ballo c’è l’accaparramento di grandi fette di mercato ed il controllo di centri economici e strategici per la sostenibilità di interi comparti industriali nazionali.

L’unione e la solidarietà dei popoli contro i potentati di turno e le potenze imperialiste

Il fallimento dei tavoli diplomatici sulla questione libica (Mosca e Berlino) dimostra ancora una volta quanto siano effimere e patetiche le posizioni politiche delle sinistre progressiste europee che reclamano “pace e stabilità” (sia chiaro a difesa degli interessi capitalistici nazionali!) a scapito di milioni di sfruttati nelle mani di barbari carcerieri come Haftar e Serraj. Il ruolo dei rivoluzionari deve necessariamente ribaltare tale logica. L’attuale compito imperante per la sinistra rivoluzionaria mondiale consiste nella costruzione di organizzazioni di lotta nei diversi paesi arabi, capaci di guidare milioni di lavoratori e struttati contro NATO, imperialismi e petro-monarchie fino alla cacciata definitiva di tali regimi reazionari.

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