L’INTERNAZIONALE COMUNISTA E LA RIVOLUZIONE MONDIALE

di Savas Michael Matsas

All’inizio, nel momento fondativo della Terza Internazionale Comunista, nel suo Primo Congresso, il 2-6 marzo 1919, fu pubblicato un Manifesto ai Lavoratori del Mondo, scritto da Lev Davidovitch Trotsky, che nella sua parte conclusiva sottolineava:

Se la Prima Internazionale ha presagito il futuro corso dello sviluppo (della società, n.d.t.) e indicato i suoi passi, se la Seconda Internazionale ha raccolto e organizzato milioni di lavoratori; allora la Terza Internazionale è l’Internazionale dell’aperta azione di massa, l’Internazionale della realizzazione rivoluzionaria, l’Internazionale dell’atto.

L’ordine mondiale borghese è stato sufficientemente sferzato dalla critica socialista. Il compito del Partito Comunista Internazionale consiste nel rovesciare questo ordine ed erigere al suo posto l’edificio dell’ordine socialista.

[…]

Lavoratori del mondo! nella lotta contro la barbarie imperialista, contro la monarchia, contro le proprietà del privilegio, contro lo Stato borghese e la proprietà borghese, contro ogni tipo e forma di oppressione di classe o nazionale – Unitevi!

Sotto lo stendardo dei Soviet dei lavoratori, sotto lo stendardo della lotta rivoluzionaria per il potere e la dittatura del proletariato, sotto lo stendardo della Terza Internazionale – Lavoratori del Mondo Unitevi!

All’estremo opposto, nel momento finale dello scioglimento formale della Terza Internazionale con un decreto del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista il 15 maggio 1943, Iosif Vissarionovich Stalin in una dichiarazione così giustificava la decisione: “Abbiamo sopravvalutato le nostre forze quando abbiamo creato l’Internazionale comunista e abbiamo pensato di poter guidare il movimento in tutti i paesi. È stato un nostro errore []. Il motivo principale dello scioglimento è l’impossibilità di condurre le attività di partiti in tutti i paesi del mondo da un centro internazionale in tempi di guerra mondiale, quando alcuni partiti, come il tedesco, l’italiano ecc., cercano di rovesciare i loro governi e le loro perdenti politiche salariali, mentre un’altra parte di partiti come il nostro Partito, quello degli inglesi ecc., sostengono pienamente i loro governi e mirano alla loro vittoria sul nemico”.

Tra l’inizio e la fine del Comintern, il suo primo Manifesto e l’ultima affermazione, si apre un gap incolmabile in cui si gioca l’intero dramma del 20° secolo e le sue conseguenze che pesano ancora su di noi.

Sorge un flusso inarrestabile di domande: fu “un errore” la fondazione dell’Internazionale Comunista nel 1919? Tale decisione si basava su una “sopravvalutazione delle forze” come aveva già detto nel Primo Congresso fondatore Albert, il delegato tedesco dello Spartakusbund insieme ad altri? È impossibile per un’Internazionale rivoluzionaria funzionare nelle condizioni di una guerra mondiale? Se è così, allora è stato un errore quello di Lenin, il quale, all’inizio della prima guerra mondiale, alquanto isolato e in esilio, con pochissime forze che lo sostenevano, ha sollevato la necessità di una nuova internazionale dopo il fallimento politico della Seconda Internazionale e il social-patriottismo delle sue sezioni? Ha sopravvalutato le poche forze di Zimmerwald nel 1915, quando avanzò la linea politica della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, in rivoluzione socialista internazionale, con una nuova internazionale come strumento politico necessario per la mobilitazione unitaria rivoluzionaria dei lavoratori al di sopra dei confini nazionali e contro l’isteria nazionalista? Ultimo ma non meno importante, senza questo audace riorientamento politico su scala internazionale sarebbe stata possibile la vittoria di quella rivoluzione dell’Ottobre’17 che ha scosso il mondo come primo atto della rivoluzione socialista mondiale?

La “logica” degli argomenti presentati per giustificare lo scioglimento del Comintern contraddice ogni aspetto della logica alla base della sua fondazione nel 1919. Ma è in pieno accordo con la linea del 7° (e ultimo) Congresso mondiale del Comintern nel 1935 che aveva proclamato la linea di collaborazione di classe con la borghesia “democratica”, sotto la copertura della “lotta antifascista”. La fine ufficiale del Comintern nel 1943 fu un accomodamento alle esigenze di collaborazione con gli alleati imperialisti.

La decisione del 1943 fu il preludio degli accordi del dopoguerra a Yalta e Potsdam sull’ordine europeo e mondiale post-conflitto.

Il primo frutto avvelenato fu la tragica sconfitta della rivoluzione sociale greca nata dall’eroica resistenza antifascista dei partigiani comunisti del movimento popolare di massa EAM-ELAS. Sconfitta interconnessa a, e seguita da, quella di tutte le situazioni rivoluzionarie, in Francia e in Italia – presupposto necessario per la ri-stabilizzazione e la ricostruzione del capitalismo europeo e dell’ordine capitalista mondiale postbellico. Presto fu seguita dalla prolungata e feroce “Guerra fredda” antisovietica e anticomunista dell’Occidente imperialista contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati. Il risultato finale è purtroppo ben noto. Pertanto, non è affatto esagerato vedere la fine della Terza Internazionale Comunista come anticipazione della fine della stessa URSS nel 1991.

Le lezioni fondamentali da trarre dalla Terza Internazionale devono includere tutta la sua traiettoria, dai suoi inizi rivoluzionari alla sua fine senza gloria. Qualsiasi discussione seria sulla possibilità e necessità di una nuova Internazionale nelle attuali condizioni di crisi globale non può aggirare questa esperienza storica nel suo insieme, non solo i suoi grandi successi iniziali, ma anche ciò che ne ha reso irreversibile la fine.

Continuità storica e internazionale

La fondazione dell’Internazionale comunista non fu né una decisione arbitraria dei bolscevichi né un errore basato su un grave errore di calcolo delle relazioni internazionali riguardo le forze. Non si basava su una valutazione impressionistica della congettura. Il documento istitutivo del 1919, il Manifesto ai lavoratori del mondo, fornisce un’analisi obiettiva delle tendenze generali derivanti dalla guerra mondiale e allo stesso tempo le colloca nell’intero sviluppo storico del capitalismo e del movimento operaio nel mondo. Reclama una continuità con il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, che hanno sottolineato la crescente interconnessione del mondo portata dal capitalismo, il ruolo storico del proletariato, il primato del livello internazionale sulle lotte nazionali, il bene comune sugli interessi parziali dei lavoratori, la necessità dei proletari del mondo di unirsi.

La Terza Internazionale non è nata per scelta arbitraria o dal nulla o per convenienza pragmatica di soddisfare le esigenze di politica estera della Russia Sovietica. È nata dalla storia e attraverso la storia. Rivendica di rappresentare la continuità della lotta internazionale per il comunismo che “ha proceduto su percorsi complessi”, “con periodi di turbolenta ripresa” e “periodi di declino”, con successi e “sconfitte crudeli”; con la continuità “degli sforzi eroici e del martirio di una lunga serie di generazioni rivoluzionarie da Babeuf a Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg”.

Perché un’Internazionale?

La continuità esprime una necessità: la necessità politica di un’Internazionale si basa sul carattere mondiale delle moderne forze produttive sociali, sul metabolismo sociale tra l’umanità e la Natura; sul carattere mondiale acquisito dalla vita sociale, economica, politica e culturale, con uno sviluppo disomogeneo e combinato, attraverso l’espansione globale del capitale.

Perché un’Internazionale della classe operaia?  Non è un dispositivo organizzativo scelto appena per la sua efficienza pratica. È l’organizzazione obiettivamente necessaria di una classe sfruttata, che, a causa della sua posizione fondamentale nella produzione e nella riproduzione delle condizioni della vita sociale sotto il capitalismo, non può emanciparsi dallo sfruttamento senza emancipare l’intera società da tutte le forme di sfruttamento, oppressione e umiliazione di un essere umano da parte di un essere umano. Come Marx ha stabilito per primo nel 1844, (la classe operaia) è in grado di agire come classe rivoluzionaria, guidando la transizione mondiale oltre la società di classe, fino alla sua stessa eliminazione, solo agendo come classe universale.

L’universalità dei suoi interessi e obiettivi storici, la portata dei suoi compiti richiede un’Internazionale. Più precisamente un’Internazionale rivoluzionaria operaia – non un apparato burocratico amministrativo, come nel periodo del Comintern burocratizzato, che impartiva ordini dall’alto, secondo i bisogni della politica estera sovietica, ignorando non solo i bisogni universali della rivoluzione socialista mondiale ma anche le specificità, le condizioni concrete di una situazione concreta, in ciascun paese e continente.

Discontinuità storica e internazionale

Lo sviluppo di un’Internazionale rivoluzionaria operaia esprime necessariamente non solo continuità ma anche discontinuità. Discontinuità in due sensi:

  1. La lotta per l’Internazionale attraversa fasi qualitativamente diverse dello sviluppo storico del capitalismo e del movimento operaio. Il Manifesto del 1919 del Comintern ribadisce le osservazioni di Lenin sulle differenze qualitative tra le Internazionali:
  • La Prima Internazionale ha posto le basi della lotta proletaria internazionale per il socialismo.
  • La Seconda Internazionale è stata una fase di preparazione del campo per espandere in maniera ampia tra le masse il movimento in diversi paesi.
  • La Terza Internazionale ha raccolto i frutti del lavoro svolto dalla Seconda Internazionale, ha tagliato la cancrena borghese e piccolo borghese, opportunista e social-sciovinista, e ha iniziato a realizzare la dittatura del proletariato”.
  1. “Tagliare la cancrena” dell’opportunismo e del socialsciovinismo era precisamente la discontinuità per eccellenza, nel senso più acuto, tra la Seconda e la Terza Internazionale, tra socialdemocrazia e comunismo, tra la difesa dello Stato borghese nazionale e l’inizio della realizzazione della dittatura del proletariato, un “quasi-Stato del tipo della Comune di Parigi”, per l’istituzione di una Repubblica Internazionale dei Consigli-Soviet.

La discontinuità, il “taglio della cancrena”, la linea di demarcazione tra la Seconda e la Terza Internazionale si rivelò non un atto automatico, ma un complesso processo dialettico che riguardava i primi quattro Congressi del Comintern. La domanda centrale era: come vincere alla rivoluzione mondiale per il comunismo le masse di lavoratori che seguivano ancora la socialdemocrazia in Germania e in Europa occidentale senza “sfocare” la linea di demarcazione, senza entrare a far parte della “cancrena” opportunista che minacciava la vita del movimento operaio? Da questi dibattiti sono emersi, insieme a una serie di principi organizzativi, le tattiche del Fronte Unito e il programma di rivendicazioni transitorie per collegare i bisogni immediati delle masse proletarie con la lotta per il potere dei lavoratori.

La discontinuità significava una separazione organizzativa necessaria dalla Seconda Internazionale, ma non limitandola a una divisione formale. Doveva comportare una profonda interruzione della continuità a più livelli:

  • Indipendenza politica dalle burocrazie riformiste e loro politiche di opportunismo, cretinismo parlamentare, adattamento allo Stato borghese e nazionalismo borghese sia in guerra che in pace;
  • nessuna collaborazione di classe con la borghesia e l’imperialismo, ma una lotta di classe rivoluzionaria per il loro rovesciamento;
  • nessun adattamento alla democrazia borghese e al parlamentarismo,ma lotta per la dittatura del proletariato, una forma superiore di democrazia operaia delle masse auto-organizzate e auto-governate, per l’appassimento della struttura statale nella transizione verso un mondo senza classi, una società senza Stati nazionali. (Non è un caso che i due documenti principali votati nel Primo Congresso fondatore del Comintern siano stati le tesi sulla “Democrazia borghese e la dittatura del proletariato” scritte da Lenin e il “Manifesto ai lavoratori del mondo” scritto da Trotsky);
  • sulla organizzazione: non burocratica ma a centralismo democraticonei partiti e nell’Internazionale;
  • sul programma: non una divisione tra programma “minimo”, limitato al sindacalismo quotidiano, parlamentare, all’attivismo sociale nel quadro capitalista, e programma “massimo”, senza riservare quindi la lotta per il potere dei lavoratori e il socialismo a un futuro indefinito, ma un programma di transizione cheunisce le lotte quotidiane con la prospettiva della rivoluzione socialista;
  • sulla strategia: una rottura decisiva con tutte le strategie del riformismo, della gradualità e tutte le “teorie degli stadi” mensceviche, per la strategia della rivoluzione socialista mondiale permanente;
  • sulla teoria e il metodo marxista: seguire il percorso di Lenin, che, quando nel 1914-15 dichiarò il fallimento della Seconda Internazionale e la necessità di una nuova Internazionale, chiese una cesura dal “materialismo economico” kautskyita e il meccanicismo, la cosiddetta “ortodossia marxista”, della socialdemocrazia, insistendo coraggiosamente sul rinnovamento della dialettica materialista non dogmatica.

È ovvio che la Dichiarazione di Stalin del 1943, che giustifica la dissoluzione formale del Comintern è un rifiuto di ogni singolo principio su cui fu fondata la Terza Internazionale Comunista.

Nel 1914 e nel 1943, in tre decenni, nel tempo di una generazione, il movimento operaio ebbe la dura esperienza della morte di due Internazionali dei lavoratori…

La Seconda Internazionale è crollata nel socialsciovinismo all’inizio della prima guerra mondiale e ha tradito la rivoluzione tedesca ed europea dopo la Grande Guerra. La Terza Internazionale nacque dalla Rivoluzione d’Ottobre, il primo atto della rivoluzione mondiale, e poi cedette alle sconfitte della rivoluzione mondiale, e alla burocratizzazione, per essere trasformata in un nuovo fattore di sconfitta prima e dopo la propria liquidazione.

Per una nuova Internazionale

Tutte le ragioni storiche oggettive che hanno reso una necessità politica l’esistenza di una classe operaia internazionale rivoluzionaria esistono anche oggi e sono anche molto più sviluppate e pressanti.

La globalizzazione del capitale e l’integrazione dell’economia e della politica mondiale sono infinitamente più avanzate rispetto ai tempi di Marx o Lenin. L’implosione della globalizzazione del capitale nel 2007-2008, seguita da un crollo finanziario mondiale e da una Terza Grande Depressione, la peggiore nella storia del capitalismo, ha prodotto devastazioni sociali in tutto il mondo, guerre imperialiste in costante aumento, movimenti di migrazione di massa, ascesa di xenofobia, razzismo, e fascismo, conseguenti mobilitazioni popolari di massa in tutti i continenti, rivolte e rivoluzioni. Esistono enormi minacce per l’umanità, ma anche possibilità senza precedenti per un nuovo “assalto al cielo”, dal regno della necessità al regno della libertà.

Ma la vittoria è un compito strategico. Ha bisogno di una leadership collettiva consapevole, armata di una prospettiva, strategia, tattica, programma, organizzazione, che combatta nelle attuali condizioni globalizzate su scala mondiale. In altre parole, è urgentemente necessaria un’Internazionale rivoluzionaria.

Imparando da tutte le esperienze passate, l’Internazionale può essere costruita sulla base della continuità e della discontinuità storica.

Lenin aveva giustamente sottolineato: “Il movimento è l’unità di continuità (di tempo e spazio) e discontinuità (di tempo e spazio). Il movimento è una contraddizione, un’unità di contraddizioni”.

Continuità con tutta la storia della lotta rivoluzionaria per l’emancipazione umana universale, il comunismo. Soprattutto continuità con la Rivoluzione di Ottobre del 1917, che non fu solo un evento russo ma storico e mondiale, l’inizio di una transizione mondiale non lineare di superamento del capitalismo e di tutte le società fondate sull’antagonismo di classe. A causa del carattere mondiale della fonte, delle dinamiche, delle contraddizioni, delle conseguenze della rivoluzione di Ottobre, il ciclo storico che aveva aperto non è stato chiuso, nonostante le regressioni del 1989-91. L’Internazionale rivoluzionaria deve essere costruita in un confronto senza compromessi con il disfattismo storico, il pessimismo e il disorientamento prodotti da queste regressioni, in una lotta rivoluzionaria permanente contro la restaurazione capitalista e la ricolonizzazione dell’ex spazio sovietico (e della Cina) da parte dell’imperialismo.

Non possiamo ignorare anche la discontinuità. Non possiamo ignorare il 1914 e il fallimento della socialdemocrazia, ciò che rese necessario il 1919 e la fondazione dell’Internazionale Comunista, il Comintern liquidato nel 1943, ma politicamente anche prima, sacrificato sull’altare del dogma burocratico del “socialismo in un solo paese”. La linea di demarcazione tra bolscevismo e menscevismo era ed è sempre l’atteggiamento nei confronti della rivoluzione socialista mondiale.

Non possiamo ignorare i rivoluzionari che hanno combattuto dall’inizio contro le tendenze liquidazioniste, nell’opposizione della sinistra bolscevica e in seguito fondando la Quarta Internazionale, proprio per la continuità, la permanenza della rivoluzione fino al completamento della trasformazione del mondo, la quale ha avuto inizio con l’Ottobre 1917 nella Russia sovietica. Un compito ancora davanti a noi.

Un’Internazionale rivoluzionaria in grado di affrontare vittoriosamente le attuali sfide della Storia non può essere costruita sull’amnesia storica. Non possiamo eliminare meccanicamente il passato e ripartire da zero. Cento anni, il secolo più epico e tragico della storia dell’umanità, non sono passati invano. La rivoluzione deve superare, nel senso dialettico di Aufhebung – “sostituire, terminare, mantenere e contemporaneamente preservare” – il passato del comunismo e della rivoluzione mondiale.

Possiamo fare questo salto in avanti combattendo per cogliere e cambiare la Storia come Presente, sempre dal punto di vista di un Futuro sia necessario che aperto. Un futuro di cui parla l’inno immortale dell’Internazionale di Eugene Pottier:

L’Internationale sera le genre humain.

L’Internazionale sarà l’umanità unita e libera!

 

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