Scuole chiuse, bambini a casa, donne allo stremo

I dpcm del 4 e del 9 Marzo 2020 hanno messo in campo una serie di misure di contrasto e contenimento della malattia da coronavirus Covid-19. Come è noto, i servizi educativi per l’infanzia e le attività scolastiche sono sospese fino al 3 aprile, con possibilità di proroga fino alla fine dell’anno scolastico, vale a dire fino agli inizi di giugno. Stiamo parlando di 8 milioni di minorenni che devono restare a casa. Questa situazione ha avuto pesanti ricadute sulla quotidianità delle donne che, dall’oggi al domani, si sono ritrovate a dover badare ai figli anche per quelle ore della giornata in cui sono normalmente a scuola. Questo, ovviamente, in aggiunta alle mansioni che già svolgevano in casa e agli impegni lavorativi che caratterizzano la loro routine. La situazione è a dir poco tragica.

E quindi come la stanno gestendo le donne? Si stanno ammazzando, come sempre. Alcune possono contare sull’aiuto dei nonni, soprattutto nonne (dal lavoro di cura non si va mai in pensione), altre ricorrono al supporto dei figli più grandi, magari maggiorenni, altre si stanno dividendo tra telelavoro e faccende domestiche. Altre ancora sono disoccupate o hanno ricevuto una riduzione o un azzeramento delle ore di lavoro a causa delle misure di contenimento alla diffusione della Covid-19 (bar, ristoranti, pizzerie, parrucchieri, estetiste, negozi etc.). Poi ci sono quelle in ferie forzate, in “vacanza”. Che bella vacanza è quella che costringe le donne al lavoro di cura 24/7 senza possibilità di riposo! Che bella vacanza è quella che tiene le donne impegnate a capire come far seguire ai figli le lezioni a distanza che, tra l’altro, senza gli strumenti e un’adeguata formazione, neanche le insegnanti sanno come organizzare… La verità è che dal lavoro di cura in vacanza non si va mai.

Il decreto #iorestoacasa non tiene conto che la casa è spesso la prigione delle donne, dove il lavoro di cura è quasi un lavoro forzato. Ma le problematiche legate alle conseguenze della chiusura delle scuole non sono ignote a Conte & co. che si sono visti costretti a comprendere “misure a sostegno delle famiglie” nel decreto Cura Italia. Tra queste, la possibilità di fruire di permessi speciali che però sono retribuiti solo al 50%. Tali permessi possono essere ripartiti tra i due genitori, a patto che non si superino comunque i 15 giorni totali. Ad ogni modo, se uno dei due genitori non lavora non è possibile per l’altro ricorrere a tali permessi. In Italia il 50% delle donne non ha un impiego lavorativo. Pertanto, questo decreto scarica ancora una volta il peso della cura dei figli sulle spalle delle donne.

Un’altra possibilità prevista dal decreto è quella dei bonus del valore massimo di 600 euro per l’acquisto dei servizi di baby-sitting. Fino ad “esaurimento scorte” ovviamente. La somma stanziata è pari a 1.261,1 milioni di euro, capace di coprire circa 2 milioni e 100 000 famiglie a cifra piena. C’è poi da dire che sia i permessi sia i bonus baby-sitter sono riservati solo ai genitori con figli che hanno meno di 12 anni. Come se nella realtà non si fosse responsabili civilmente e penalmente per la sicurezza e l’operato dei figli fino al compimento del loro diciottesimo anno di età.

La maggior parte, se non la totalità, dei baby-sitter è donna. Queste donne lavorano in genere a nero, senza diritti, e con regole arbitrarie basate su consuetudini oppressive che variano da regione a regione. Ad ogni modo un contratto nazionale esiste e prevede una paga oraria, comunque miserabile, che va dai 5 agli 8 euro l’ora. È questo il prezzo che è stato stabilito per il lavoro di cura quando viene considerata una prestazione professionale. Non si capisce perché i genitori, la madre in particolare, per il semplice fatto di aver generato i figli debbano farlo senza ricevere nulla in cambio. La riproduzione della classe lavoratrice non va forse a beneficio di tutti, dell’intera comunità? Per quale ragione la cura dei figli è considerata una faccenda “privata”, che si risolve entro le mura domestiche occupandosene direttamente o pagando qualcun altro per farlo almeno in parte? Perché della cura dei figli non se ne fa carico la società nel suo insieme (anche nelle situazioni di emergenza)?

Rivendichiamo un’economia pianificata, capace di gestire al meglio emergenze quali la diffusione di pandemie come quella attuale. Vogliamo la piena occupazione per tutte (e tutti ovviamente) e la “esternalizzazione sociale” del lavoro di cura (riproduttivo) al di fuori della sfera domestica, come è stato fatto in Russia dopo la Rivoluzione del 1917, in quello che ad oggi resta il più importante tentativo di emancipazione della donna, anche e soprattutto attraverso la socializzazione di quelle mansioni che una società di oppressione e sfruttamento caricava già allora esclusivamente sulle sue spalle.

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