La doppia crisi dell’Eurozona

da Nuova Prospettiva, giornale quindicinale del partito EEK n. 676, 27 ottobre 2018

L’Unione Europea sembra essere entrata nelle pastoie della crisi politica ed economica ben prima di quanto preventivassero i potentati nei grandi circoli politici ed economici dell’Eurozona.
Le fluttuazioni dei mercati finanziari e delle borse diventano più frequenti, più importanti, e si intersecano in maniera insidiosa con le questioni politiche aperte ed irrisolte che mettono in dubbio la possibilità dell’Eurozona di conservare la propria coesione interna.

Sul piano economico l’elemento trainante dell’instabilità internazionale risulta la decisione della Fed di aumentare i tassi di interesse ad un livello tale da potere, sia pure in parte, utilizzare di nuovo lo strumento della politica monetaria qualora la portata effettiva dell’indesiderato tsunami facesse capolino all’orizzonte.
Le conseguenze di questa mossa sono evidenti ai quattro punti cardinali dell’orizzonte, mentre il “ritorno” dei capitali lascia dietro di sé i buchi neri che ingoiano le economie di interi paesi. Queste conseguenze sono rese più gravose dalle ripercussioni del protezionismo e della guerra commerciale dichiarata da Trump, facendo saltare rovinosamente uno ad uno gli strumenti della gestione della crisi e degli equilibri introdotta nel dopoguerra.
Nell’Eurozona tale scenario fa infiammare problemi interni e ferite aperte, che in un modo o nell’altro hanno a che fare col debito principalmente privato, ma anche pubblico, che passa al sistema bancario.
La Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato l’interruzione delle politiche di alleggerimento (quantitative easing), e l’inversione delle stesse politiche a partire dall’1/1/2019, con l’intenzione di aumentare anch’essa i tassi di interesse immediatamente dopo le elezioni europee.
Tuttavia le conseguenze sono tali che fanno dubitare molti analisti sull’eventualità che la BCE pervenga effettivamente a fare ciò che la Fed ha già iniziato dal 2014. In altri termini a riacquisire almeno in parte il controllo della politica monetaria e ad avere la possibilità di utilizzare i tassi di interesse per fronteggiare, come la Fed, lo tsunami economico in arrivo.
La BCE certo continua ancora a “stampare” e a lanciare alle banche e agli stati membri “nuova” moneta, che solo in minima parte viene convertita e “funziona” come capitale, come è evidente se si paragonano le quantità che sono state trasmesse alle banche e la grandezza degli investimenti “generata” da esse. E questo nonostante le banche prendano in prestito denaro dalla BCE con interessi negativi (-0,02%).
Tutto ciò terminerà alla fine del 2018, ma il denaro che è stato stampato e comprato con questo debito, con quello che al momento è in scadenza, verrà reinvestito in debito…
In altri termini la condizione di sopravvivenza continuerà ad essere riciclata attraverso il sistema bancario. E ciò perché nessuno può prevedere se il sistema bancario, che ha assorbito più di 2.000 miliardi di euro di questa “moneta” e nonostante tutto non riesce a sbarazzarsi dei 1.000 miliardi di crediti in sofferenza, riuscirà a tollerare l’impatto di una politica monetaria restrittiva.
I crediti in sofferenza, nonostante i finanziamenti senza restrizioni delle BCE e dei governi, rimangono una bomba ad orologeria fuori controllo per il sistema bancario europeo.
Le stime della BCE, ma al momento anche la materializzazione dei bilanci preventivi dell’ Unione Europea, delineano ormai una chiara previsione di rallentamento economico per ragioni sia interne che esterne, a prescindere dalle imprevedibili reazioni dei mercati.

È all’interno di questo scenario economico e delle sue conseguenze che crollano elettoralmente i terrapieni costituiti dalle socialdemocrazie e dalle cristiano-democrazie, cioè coloro sui quali si è fondata dopo la guerra l’istituzione dell’Unione Europea.
A queste fondamenta ha dato fuoco l’atteggiamento dell’alleanza fascistoide al governo in Italia, Lega e 5 Stelle, che sta pervenendo ad uno scontro diretto col “sancta sanctorum” della burocrazia comunitaria, Berlino e Parigi. Le fondamenta dell’Unione sono già scosse dal ritiro della Gran Bretagna (Brexit) nel 2019, una “uscita” sulle cui ripercussioni nessuno dei gloriosi suoi gestori all’interno della classe dirigente europea osa fare al momento una previsione, né in termini di cosa e quanto costerà all’Unione Europea, né tantomeno si è in grado di decifrarne gli effetti sulla sorte dell’euro.
Il 2019, anno delle elezioni europee, sembra avere tutti i requisiti perché si verifichi o si avvii in Europa la “tempesta perfetta”, politica ed economica. La Grecia, l’anello debole della catena, evidentemente subirà effetti ancora più devastanti…

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