Venti di guerra nel Mar Nero. Lo stretto di Kerch tra Russia e Ucraina

di Danilo Trotta

Domenica 25, secondo quanto riportato dai giornali, tre piccole unità militari ucraine trainate da un rimorchiatore avrebbero cercato di attraversare lo stretto di Kerch, che divide il Mare d’Azov dal Mar Nero. La Marina Russa sarebbe intervenuta sperondando il rimorchiatore e aprendo il fuoco contro i navigli ucraini, causando almeno due feriti. Successivamente avrebbero sottoposto a sequestro le motovedette ucraine. I russi sostengono di non essere stati avvisati del passaggio (gli ucraini sostengono il contrario) e che pertanto si sia trattata di una provocazione della Marina Ucraina. Il passaggio attraverso lo stretto di Kerch è regolato da un trattato firmato da Russia e Ucraina che stabilisce e disciplina la libertà di circolazione. Soprattutto dal 2014, anno del golpe filo-Nato a Kiev e dell’annessione russa della Crimea, lo stretto di Kerch è divenuto strategico tanto per la Russia quanto per l’Ucraina (e per la NATO) cruciale poiché è l’unico passaggio marittimo possibile da una costa all’altra dell’Ucraina dopo l’annessione russa della Crimea.

Il Presidente ucraino Poroshenko ha messo in allerta l’esercito e convocato una riunione d’emergenza con i vertici delle forze armate e col governo, chiedendo per giunta al parlamento l’introduzione della legge marziale e lo stato di guerra. Tale atto avviene in un contesto drammatico per l’Ucraina, la cui economia, gravemente danneggiata dalla restaurazione capitalista prima e dalla crisi del 2009 poi, ha finito per sprofondare in una spirale terrificante a partire dall’inizio dagli eventi del 2014, che hanno determinato un’interruzione di una parte importante delle relazioni economiche strutturali con la Russia, ereditate dai tempi della pianificazione economica sovietica. Il paese oggi è alla mercé dell’FMI che in cambio del suo “aiuto” (ossia dei prestiti usurari per pagare l’interesse sul gigantesco debito pubblico) chiede al governo di terminare col sovvenzionamento delle aziende statali (vecchie e improduttive) e finanche di privatizzarle. La classe operaia ucraina, soprattutto i minatori e i lavoratori delle acciaierie, sono stati protagonisti negli ultimi mesi di un significativo incremento delle lotte che hanno portato a marce di decina di migliaia di lavoratori sino alle porte del parlamento per chiedere salari più alti e lo stop alle privatizzazioni. Il tutto nel quadro di uno stato di guerra permanente sempre più impopolare.

Non è un caso che gli ultimi sondaggi in merito alle prossime elezioni previste per il 31 marzo 2019 vedano in vantaggio Yulia Timoshenko (seppur in un quadro di grande frazionamento delle forze politiche e di una prevista enorme astensione), candidata del partito “Patria” favorevole ad un ammorbidimento dell’atteggiamento del governo ucraino nei confronti della Russia (conscia della crescente impopolarità dell’operazione militare nel Donbass, nota come ATO, Operazione Anti-Terrorismo) e pertanto accusata di essere filorussa (benché sia stata tra i protagonisti della “rivoluzione arancione” del 2004 che portò lei e Viktor Yushenko al governo nel 2007). L’eventuale introduzione della legge marziale renderebbe impossibile lo svolgimento delle elezioni e darebbe al governo di Poroshenko (la cui esistenza non dipende dal consenso degli ucraini ma unicamente dallo stato di guerra ad est e dal sostegno di Washington) la possibilità di completare il golpe del 2014 e di sottrarsi alle elezioni del 2019.  Sebbene Poroshenko non abbia molto margine per rafforzare il suo potere personale, data la mancanza di indipendenza a cui si faceva riferimento prima che gli rende impossibile una scalata “bonapartista”, un’eventuale forzatura in questa direzione non farebbe altro che trascinare il paese in una escalation bellica e accelerare la crisi di regime.

È fondamentale che la classe operaia ucraina, da Leopoli a Donetsk, difenda la sua indipendenza tanto dall’Imperialismo e dalla borghesia ucraina, sua lacchè, quanto dallo sciovinismo filo-russo. È indispensabile che il movimento operaio e la sinistra che si rivendica rivoluzionaria nei paesi imperialisti lotti per demarcarsi dall’imperialismo di casa propria e si prodighi, in caso di guerra, per una rovinosa sconfitta della NATO. Contro il nazionalismo filo-NATO ucraino (e la manovalanza fascista al suo soldo) e contro il nazionalismo grande-russo è fondamentale rivendicare lo scioglimento dell’attuale Verkhovna Rada[1] di mafiosi e oligarchi e l’elezione di una nuova Verkhovna Rada eletta da consigli operai e popolari eletti in tutta l’Ucraina. Solo un’Ucraina socialista e rivoluzionaria potrà essere libera e unita.

[1] La Verchovna Rada è il parlamento unicamerale dell’Ucraina.

Il Presidente ucraino Poroshenko ha messo in allerta l’esercito e convocato una riunione d’emergenza con i vertici delle forze armate e col governo, chiedendo per giunta al parlamento l’introduzione della legge marziale e lo stato di guerra.

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