La rivoluzione sudanese

di Sungur Savran (Partito Operaio Rivoluzionario DIP – Turchia)

Sono trascorsi due intensi mesi dall’inizio dell’insurrezione popolare in Sudan. Dal 19 dicembre 2018 il popolo sudanese manifesta nelle strade del paese per esigere “tasquit bas” (“just fall” o “Fall, that is all” come talvolta viene tradotto) dal despota Omar al Bashir. Per di più le manifestazioni si sono trasformate da una ribellione popolare, che protestava contro la catastrofe economica e la brutalità politica, in una vera e propria rivoluzione che adesso minaccia le fondamenta stesse della tirannica dittatura islamica di al Bashir, il quale salì al potere tre decenni fa nel 1989. Non solo c’è una graduale crescita di quell’insieme di forze, nel movimento, che sta lottando per far cadere al Bashir, ma ci sono anche crepe crescenti nel blocco di potere, le quali mostrano come il regime stia tentando di conservarsi attraverso misure terribili, che possono persino sacrificare lo stesso dittatore al Bashir al fine di salvaguardare gli interessi del blocco socio-economico beneficiatario del regime.

Salah Abdallah Gosh, capo della potente National Inteligence and Security Service (NISS) e temibile rivale di Omar al Bashir all’interno del regime, ha dichiarato il 22 febbraio che al Bashir si sarebbe dimesso e che il suo progetto di modifica costituzionale, il quale gli avrebbe consentito di candidarsi per la terza volta alla presidenza del paese, sarebbe stato abbandonato. La sera stessa, Omar al Bashir ha tenuto un incontro con i dignitari del suo regime per annunciare che non stava scappando e che anzi stava istituendo sia lo stato di emergenza che la dismissione del governo federale con la sostituzione dei governatori statali con militari ad interim. Si tratta senza dubbio di un autogolpe, come la tradizione politica sudamericana chiama il fenomeno di condurre il colpo di stato contro il proprio regime, e dimostra che una nuova fase è appena subentrata negli importantissimi eventi in corso in Sudan. Non si tratta più di una ribellione popolare, incapace perfino quando ha dimensioni dirompenti, per ragioni oggettive e/o soggettive, di rivendicare un potere politico e, a maggior ragione, sociale, ma una rivoluzione, una potente richiesta di potere per definizione.

Lo scenario

La natura imperialista dell’ordine mondiale si replica persino nelle fila degli oppressi e dei ribelli. Nel confronto con i giles jaunes francesi, ai quali noi attribuiamo grande importanza come movimento (si veda la nostra analisi complessiva qui: http://redmed.org/article/yellow-vests-la-republique-en-marche-arriere ), questi sono stati per tanto tempo al centro dell’attenzione mondiale, mentre nemmeno un minimo di attenzione è stato dedicato a quel movimento che sconvolgeva il Sudan. È vero che gli eventi francesi sono iniziati a novembre, mentre la rivolta sudanese è entrata in scena un mese dopo, il 19 dicembre. Ma da allora, diversamente dalle manifestazioni settimanali dei dimostranti francesi, il popolo sudanese è sceso nelle strade permanentemente giorno dopo giorno e, sebbene la polizia francese sia stata anche provocatoriamente aggressiva nella risposta ai dimostranti, il regime sudanese, a dir poco una dittatura omicida di un uomo forte dove tutte le forme democratiche sono praticamente una farsa, ha costantemente sparato sui dimostranti con munizioni vere; esso ha ucciso finora, secondo stime indipendenti, circa 60 persone in due mesi e ha imprigionato circa 2000 combattenti in quelle che sono etichettate come “case fantasma”. Oltre alle forze di polizia regolari, ai militari e all’apparato dell’inteligence, al Bashir detiene una guardia pretoriana, la milizia paramilitare chiamata “Rapid Support Forces”, nota per i suoi metodi selvaggi. È in un tale paese che il popolo sudanese sta conducendo una lotta senza tregua contro il despota da oltre due mesi.

A dicembre gli eventi furono innescati dal triplicarsi del prezzo del pane e da un analogo aumento del carburante, in seguito all’eliminazione delle sovvenzioni su queste due voci sollecitate dal FMI. Il Sudan è stato alle prese con le difficoltà economiche sin dalla secessione del Sud Sudan nel 2011 ed a causa di ciò si sono ridotti di tre quarti i proventi petroliferi del paese. A ciò si aggiunge l’impatto crescente della crisi mondiale e la seria crisi in cui è caduto il paese nel recente periodo. Il governo di Omar al Bashir è stato ai ferri corti coi paesi imperialisti fino al 2017, addirittura incriminato dalla Corte penale internazionale per il presunto genocidio nel Darfur (dove la popolazione è nera nella sua maggioranza, a differenza della popolazione arabizzata del resto del paese), ma da allora le cose sono cambiate. Ecco perché il FMI è ormai parte in causa ed ecco perché sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea, cosi come la Cina, hanno chiuso un occhio sulla lotta disperata delle masse per liberarsi del loro dittatore trentennale e della brutale repressione a cui sono sottoposte.

Gli eventi sono iniziati il 19 dicembre ad Atbara nel nord del paese, la città che è sempre stata in prima linea nei disordini sociali e nell’organizzazione della classe operaia fin dall’epoca coloniale, dove tradizionalmente il Partito Comunista del Sudan è stato influente, una città soprannominata di “al hadid wa al nar” (“acciaio e fuoco”). Le mobilitazioni si sono diffuse in pochi giorni a macchia d’olio in altre 15 città, tra cui Khartoum, la capitale, e Port Sudan, importante città portuale sul Mar Rosso. Il governo ha chiuso immediatamente le università, le scuole superiori e i dormitori, poiché i giovani erano parte integrante delle manifestazioni. Il 25 dicembre la folla ha marciato verso la sede del National Congress Party, il partito al potere, per chiedere la cacciata di al Bashir. Il 9 gennaio ha marciato sul parlamento di Omdurman (il nome di una città che in realtà è uno dei tre distretti che formano la città di Khartoum). Anche in questa fase lo slogan principale della rivoluzione araba del 2011-2013, “Il popolo vuole la caduta del regime”, è stato ampiamente adottato, con l’aggiunta di un altro slogan più succinto e locale “Tasqut bas”, tradotto “Fall, that is all”.

Fin dall’inizio la leadership è stata visibilmente nelle mani delle associazioni professionali sudanesi, coinvolgendo le organizzazioni delle professioni liberali: medici, avvocati, ingegneri, farmacisti, insegnanti, ecc., un amalgama di strati della moderna piccola borghesia, classi ambienti, strato educato del proletariato. L’attivismo progressista di questi strati è stato abbastanza comune nei paesi dominati dai musulmani nell’era moderna e, come nel caso della rivolta in Giordania della metà del 2018, è stato un tale tipo di organizzazione a condurre la lotta. Tuttavia tutti gli indicatori mostrano che quanto sta accadendo non si limita ad una sorta di protesta “democratica” della classe media. Accanto alle associazioni professionali anche i sindacati sono visibili nella lotta e sono molto attivi i quartieri popolati da ampi strati urbani poveri, in grande maggioranza proletari disorganizzati oltre ad alcuni strati declassati. La gioventù, come è stato detto, è un elemento potente. La presenza delle donne, sia tra i manifestanti studenti che tra la folla di professionisti, è notevole. Va forse aggiunto che sia le organizzazioni professionali che i sindacati sono stati proscritti durante l’ascesa al potere di Omar al Bashir, insieme al Fronte islamista di Hasan al Turabi, alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, cosicché questi movimenti organizzati costruiscono de facto reti sociali nuove rispetto alle strutture consolidate con una base nel diritto sudanese. Un’altra caratteristica del movimento è la sua estensione a diversi gruppi etnici, religiosi e tribali, cercando di attirare al suo interno tutti i diversi settori. Questo è uno dei maggiori punti di forza del movimento in un paese in cui le lotte interne a questi gruppi sono state ultimamente la regola piuttosto che l’eccezione, con i conflitti tra Nord e Sud del paese ed in Darfur che si sono distinti per la violenza e lo spargimento di sangue. Inoltre sono presenti anche altre guerre e conflitti armati. Se il movimento riuscirà a conservare la sua unità nel corso del tempo sarà da vedere ma una cosa è certa, ovvero che non si tratta di lotte etniche o tribali. È una lotta di classe con varie classi che ovviamente hanno interessi diversi ma che lottano contro il regime corrotto di una oligarchia ricca e ristretta.

Dalla ribellione popolare alla rivoluzione

La perseveranza delle masse ha dimostrato che l’insurrezione non è il prodotto di uno stato d’animo passeggero ma è l’espressione di una rabbia repressa nella società e che ora è esplosa apertamente. Molte rivolte nel periodo della Terza Grande Crisi, cioè nel periodo post “Lehman Brothers”, sono rimaste limitate alle ribellioni popolari o alle rivolte di popolo, senza che le grandi masse rivendichino il potere politico. Le rivolte in questione non sono oggettivamente sufficientemente forti in termini di forza di classe che rappresentano e/o in termini di organizzazione (ad esempio non hanno gli strumenti attraverso i quali prendere il potere) o sono soggettivamente impreparati a conquistare il potere (ad esempio la loro consapevolezza è limitata allo stato di protesta e a richieste discrete piuttosto che al desiderio di diventare padroni del proprio destino). Gli aspetti oggettivi e soggettivi non sono ovviamente isolati l’uno dall’altro e si mescolano in modo evidente nel caso delle forze politiche, in particolare dei partiti politici, che parlano a nome delle classi in azione. Tuttavia una ribellione popolare può trasformarsi quasi impercettibilmente in una rivoluzione politica o addirittura sociale attraverso un processo di ebollizione ed accumulo di forze da parte delle masse in rivolta contro l’ordine politico e socio-economico. L’azione stessa può generare gli strumenti politici attraverso i quali il potere può essere perseguito. Un’ovvia opzione è che il movimento di massa generi organi di potere come i consigli o i soviet, i quali trasformerebbero immediatamente una ribellione popolare in una rivoluzione. Un’altra direzione transitoria può essere l’egemonico dominio del movimento di massa basato sull’azione della classe, ad esempio scioperi e occupazioni dei luoghi di lavoro da parte della classe lavoratrice portando avanti un chiaro confronto tra le maggiori classi sociali della società capitalistica. Un’altra strada ancora può essere quella della creazione di spazzi all’interno del blocco dominante in modo tale da differenziare alcune forze provenienti dall’interno dell’estabilishment, le quali, schieratesi dalla parte della rivolta, possono mettere fine al regime ed aprire la possibilità di costruirne un altro.

Ci sono chiari segnali nel caso del Sudan che tale transizione sia già avvenuta (questo può essere detto con una certa cautela a causa della nostra distanza dal paese e dalle nostre limitate fonti di informazione). Il Sudan, a quanto ci sembra, è ora nel bel mezzo di una rivoluzione. Vi sono almeno quattro sviluppi che servono come base di questa caratterizzazione.

In primo luogo l’ampiezza e la profondità del movimento e la sua perseveranza ci spinge ad abbandonare il racconto di una ribellione popolare ed a riconoscere che queste masse sono piene di rabbia e zelo rivoluzionario. I disordini hanno preso piede in stati (o province) diversi come Khartoum e Darfur che solo una decina di anni fa sono stati coinvolti in una guerra sanguinosa che è stata persino definita “genocidio”. Si estende dai confini dell’Africa subsahariana a ovest fino al Mar Rosso a est. Riunisce le diverse classi lavoratrici della società, moderne e conservatrici, con stili di vita e standard che vanno dai benestanti ai miserabili. È ben lungi dall’essere una protesta “borghese” (termine così abusato che sentiamo il bisogno di metterlo tra virgolette anche se lo usiamo solo in senso lato), come la cosiddetta “Rivoluzione Verde” in Iran nel 2009. È diventata audace, come tutte le rivoluzioni. Ora è entrata nelle moschee, durante le preghiere del venerdì, con slogan cantati dopo la preghiera o addirittura durante lo svolgimento della hutba del venerdì (sermone). Il famoso imam salafita Abu Hay Hay Yousif è stato fermato nel bel mezzo del suo sermone del venerdì perché si schierava chiaramente dalla parte del governo e si rifiutava di sostenere la rivolta. Ad Atbara, una waqf (fondazione) religiosa è stata saccheggiata a causa del suo atteggiamento reazionario nei confronti del movimento di massa.

In secondo luogo la mobilitazione ha assunto sempre più la forma di metodi proletari di lotta in nome delle esigenze di classe. Negli ultimi dieci giorni circa, i lavoratori del settore pubblico e privato non solo hanno organizzato scioperi selvaggi, ma anche occupato occasionalmente i loro luoghi di lavoro. In particolare, i lavoratori di “Port Sudan”, dove si sta preparando il terreno per la privatizzazione attraverso la vendita ad una società straniera, hanno condotto un potente sciopero. Anche i lavoratori di diverse società di telecomunicazioni si sono impegnati in interruzioni del lavoro. Questo non è più un movimento di cittadini, né di moltitudini di classi incrociate sotto la guida delle organizzazioni dell’ala moderna della piccola borghesia e del proletariato. Sta diventando l’arena per l’auto-attività e l’auto-organizzazione della classe più rivoluzionaria della società moderna, il proletariato.

In terzo luogo si stanno elaborando programmi diversi per il corso della rivoluzione e della controrivoluzione da parte di forze politiche diverse, ovviamente sostenute da classi e strati diversi. Lo scenario principale, quello dominante nella leadership delle associazioni professionali sudanesi, per quanto ci è dato di capire, è la cacciata di Omar al Bashir insieme al suo Partito del Congresso Nazionale, per un governo di transizione “tecnocratico” che prenda il sopravvento per un periodo di quattro anni al fine di preparare il paese ad un regime parlamentare pluripartitico. Una via alternativa che si difende all’interno del movimento di massa è l’immediata transizione del paese verso elezioni libere ed eque. Non siamo a conoscenza della richiesta di una “assemblea costituente”, ma questo sembra essere il significato approssimativo di questo programma rispetto al modello del “governo di transizione tecnocratico”. L’immediata transizione alle elezioni sembra essere più consona agli interessi della classe operaia e ad un futuro processo di rivoluzione permanente. È da notare che partiti “comunisti” di molti paesi del mondo hanno firmato una dichiarazione congiunta a sostegno dello slogan di una “rivoluzione democratica nazionale”, con la chiara implicazione che il Partito Comunista del Sudan è pronto a schierarsi con le ali più “democratiche” della borghesia e della piccola borghesia, e di conseguenza arresterà l’ulteriore sviluppo della rivoluzione qualora i lavoratori e i contadini mostrino segni di una ulteriore marcia (verso il potere, ndt).

Il programma della controrivoluzione spazia dal colpo di stato di al Bashir stesso, attraverso una “ritirata ordinata”, ai metodi apertamente reazionari di salvataggio del regime, fino ad arrivare, all’apice del pessimismo, ad uno scenario apocalittico. Discutiamo brevemente tutti i punti singolarmente. La dichiarazione di scioglimento di tutte le istituzioni del paese e il trasferimento dei loro poteri allo stesso Bashir e ai militari è ovviamente un chiaro tentativo di controrivoluzione nel modo più grossolano. Tuttavia, va sottolineato che, allo stesso tempo, ciò dimostra che la base di potere di al Bashir si è ridotta molto seriamente e che lo stesso non può fidarsi nemmeno dei ministri e dei governatori statali del suo stesso partito, selezionati con cura.

Lo scenario di una “transizione ordinata”, che in realtà si riduce ad un adattamento di quello che viene tradizionalmente definito “colpo di palazzo” alle condizioni delle politiche repubblicane, è stata la regola base applicata nella prima ondata della rivoluzione araba dall’imperialismo e dai suoi principali alleati nei paesi arabi, cioè i militari. È stato implementato con maggior successo nel caso dell’Egitto e con i più catastrofici effetti a medio termine nel caso dello Yemen. Nel caso della rivoluzione sudanese, ciò significherebbe l’espulsione di al Bashir da parte dei militari e la sua sostituzione con un altro uomo forte che persegue lo stesso orientamento, anche se con uno status inferiore.

Distinta è la possibilità, molto più reazionaria nella sua natura, di un colpo di stato messo in scena da Salah Abdallah Gosh, il direttore del National Intelligence and Security Services (NISS). Gosh è uno stretto alleato dell’apparato dell’intelligence statunitense e ha collaborato alle cosiddette “indagini antiterrorismo” di quest’ultimo. È noto per aver tramato un colpo di stato contro al Bashir in passato, a cui in qualche modo è sopravvissuto. La relazione con gli USA non è l’unica ragione per cui un colpo di stato di Gosh sarebbe più reazionario di un “colpo di palazzo”. Quest’ultimo può, alla fine, portare ad una completa transizione verso un sistema parlamentare se lo slancio della rivoluzione dovesse persistere. Quindi non è del tutto controrivoluzionario, ma rinvia la resa dei conti ad una data successiva in circostanze diverse, circostanze che il regime spera migliori per sé stesso. Il colpo di stato di Gosh, se consolidato con successo, arresterebbe probabilmente l’ulteriore sviluppo della rivoluzione, sia perché il suo leader domina l’apparato statale più formidabile del Sudan, sia perché è stato una figura potente nell’assetto politico del paese, secondo probabilmente solo ad al Bashir.

Lo scenario apocalittico viene utilizzato dall’establishment, fra l’altro anche dallo stesso al Bashir, come uno spauracchio contro il movimento di massa. Questo è lo scenario Libia-Siria. Si dice che se il “caos” (leggi: la rivoluzione) dovesse continuare a lungo, il Sudan cadrebbe nella stessa trappola dei paesi di cui sopra e che (con particolare riferimento alla situazione siriana) i manifestanti e gli scioperanti, insieme al resto del popolo sudanese, si trasformerebbero in una “rifugiati”. Questo è senza dubbio possibile. Va ricordato che la Siria ha vissuto, nel caldo della rivoluzione araba, una rivolta popolare per sei mesi, dal 15 marzo al settembre 2011, e quando è risultato chiaro che né il governo né l’insurrezione erano capaci di battere l’altra parte, l’imperialismo e le potenze regionali (Arabia Saudita, Qatar e Turchia) sono intervenuti per fomentare una guerra civile, che si è poi trasformata in una serie internazionale di guerre per procura. Il Sudan ha in grembo molteplici bombe sotto forma di conflitti etnici, religiosi, regionali e tribali; pertanto non è inconcepibile che il paese si suddivida in una moltitudine di zone appartenenti ai signori della guerra, come accaduto fino a poco tempo fa nel caso della Siria e della Libia.

Ricadute regionali ed internazionali

La rivoluzione in Sudan è di importanza fondamentale, soprattutto per la rilevanza che il paese possiede rispetto alla sua posizione geostrategica di attore importante nel Mar Rosso, vicino all’Egitto, un paese di transito tra il mondo arabo e l’Africa subsahariana. Da questo punto di vista, va sottolineato che al Bashir sta tentando di ingraziarsi il favore di tutti gli attori potenti che avranno un impatto sull’esito della rivoluzione. Dal 2017 è stato in buoni rapporti con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, anche se quest’ultima può preferire Gosh o un altro uomo forte visto che al Bashir non promette più un regime stabile per gli interessi imperialisti. Per quanto riguarda i due campi reazionari nati dal complesso processo della rivoluzione araba, il campo che ruota intorno all’Arabia Saudita, comprendente in primo luogo gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, e il campo guidato dal turco Erdoğan, con il suo forte alleato del Qatar, al Bashir sembra tentare un atto di equilibrio, rimanendo equidistante e cercando aiuto da entrambi. Ha visitato l’Egitto nel pieno dell’insurrezione e ha inviato truppe nello Yemen per compiacere l’Arabia Saudita, ma il Sudan sotto il suo regime ha anche avuto relazioni molto strette con la Turchia di Erdoğan, sia economicamente che diplomaticamente.

Tuttavia la vera importanza della rivoluzione sudanese sta nel fatto che, se avrà successo, anche solo parzialmente, promette (o minaccia, a seconda di come la si guardi) di scatenare lo spirito di zelo rivoluzionario del mondo arabo ancora una volta nell’arco di un solo decennio! Va ricordato che il mondo arabo ha già iniziato ad allungare le sue braccia e le sue gambe. Nel corso del 2018, già tre paesi arabi, Tunisia, Iraq e Giordania, ai quali va aggiunto uno dei giganti non arabi del Medio Oriente, l’Iran, hanno visto nelle loro masse aumentare la rabbia per le questioni economiche di classe, a un livello di intensità tale che in Iran e in Iraq i tumulti continuano da mesi, anche un anno nel primo caso, mentre in Giordania un governo è stato abbattuto la scorsa estate sotto la pressione della rivolta di massa. La Tunisia, dove di recente è stato organizzato con successo uno sciopero generale dalla confederazione UGTT, è in realtà un paese in cui la rivoluzione non si è fermata del tutto dal 2010-2011.

Una vittoria, anche parziale, delle masse in Sudan provocherà con ogni probabilità spinte analoghe in altri paesi arabi. Avrebbe innanzitutto un impatto su quei paesi già in ebollizione, ovvero quelli che abbiamo già menzionato. Ma l’ultimo momento di verità arriverà quando il vicino settentrionale del Sudan, il gigante del mondo arabo, l’Egitto, subirà lo stesso tipo di effetto. Quindi la rivoluzione araba è tutt’altro che morta.

Dall’ “anno di inflessione” all’anno della viva speranza

In un paio di articoli pubblicati l’ultimo giorno del 2018 e il primo giorno del 2019, abbiamo dapprima parlato del movimento dei “Gilet jaunes” in Francia, per poi passare, nella seconda parte, ad una valutazione più generale della situazione mondiale in termini di movimenti popolari (si veda http://redmed.org/article/yellow-vests-la-republique-en-marche-arriereand  http://redmed.org/article/2018-year-resurgence-third-wave-world-revolution ). Con ciò abbiamo voluto segnalare una rinascita dei sommovimenti popolari in tutto il mondo dopo, in primo luogo, l’ondata rivoluzionaria del 2011-2013 principalmente nel mondo arabo, ma anche in paesi così ampi come la Spagna, la Grecia, gli Stati Uniti, la Turchia e il Brasile, così come molti paesi balcanici, e, in secondo luogo, il periodo di stasi tra il 2014-2017. Il 2018 ha visto 12 insurrezioni in 12 mesi (Iran, Tunisia, Romania, Slovacchia, Armenia, Nicaragua, Giordania, Iraq, Haiti, Francia, Sudan e Ungheria). Questa è stata l’inflessione. Abbiamo salutato questo come l’inizio di una nuova ondata di lotte di massa.

Nel giro di due mesi il 2019 ha portato altri paesi come lo Zimbabwe e la Serbia nella mischia. Inoltre, cosa ancora più importante, due delle rivolte popolari dello scorso anno, il Sudan e forse anche la lontana Haiti, si stanno trasformando in rivoluzioni. Si tratta di un salto di qualità. Non è più un’inflessione, ma un’irruzione fragorosa di una rivoluzione sulla scena mondiale.

Che la rivoluzione sudanese marci con successo e vittoriosa ed infonda diligenza rivoluzionaria e audacia nei popoli del resto del mondo, a cominciare dai suoi fratelli e sorelle arabi!

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