#14Giugno: andare oltre questa giornata di sciopero politico contro il governo, per una lotta continuativa dei metalmeccanici e dell’intera classe operaia!

di NI

A distanza di tre anni dall’ultimo sciopero generale indetto da FIOM, UILM e FILM, i sindacati confederali chiamano all’appello i metalmeccanici per scendere in piazza il prossimo 14 giugno (previste tre manifestazioni a Milano, Firenze e Napoli). Lo fanno in risposta alla crisi del settore, presentando un programma alternativo a quello dell’attuale governo gialloverde, a cui non hanno risparmiato critiche in merito al “decreto dignità”, che “non ha risolto nessun problema di precarietà”, al “reddito di cittadinanza” che “non può sostituirsi ad un impegno su politiche occupazionali e di dignità del lavoro” e a “quota 100” che “lascia intatta la riforma Fornero”.

La crisi nei settori metalmeccanici

La mobilitazione cade in un periodo molto delicato per i metalmeccanici. Il 2018 è stato un anno nefasto, che ha visto calare la produzione di oltre il 5%; si tratta della diminuzione tendenziale più forte dal 2012 e nel solo mese di dicembre gli ordini sono crollati del 7%. I dati diffusi dai sindacati sono a dir poco preoccupanti. Nello specifico, la produzione manifatturiera registra un risultato negativo pari a -2,4%; la metallurgia – 2,3%, l’elettrodomestico -5,1%, i macchinari e le attrezzature -2,2% e l’elettronica -2,2%.

Ma il picco si registra nel settore auto, che ha quantificato un calo del 19,4% (dell’8,6% nel solo mese di novembre). Lo studio a riguardo portato avanti dalla Fiom è catastrofico e ci offre uno scenario di quanto i marchi italiani soffrano, insieme a quelli europei, per un piano industriale non adeguato, in ritardo sulla produzione dell’auto elettrica rispetto ai concorrenti asiatici e americani. Tra le principali fonti di preoccupazione vi sono la mancanza d’investimenti nelle fabbriche italiane (FCA per esempio negli ultimi anni ha puntato soprattutto sulle sue sedi negli USA) e l’abbandono del diesel, imposto dalla Cina, che colpisce in primo luogo i grandi marchi tedeschi e di conseguenza i loro fornitori di cui molti sono italiani. Nell’automotive in Italia vengono calcolati “a rischio” 180.000 posti, 2/3 dell’intera occupazione nel settore. La cassa integrazione è in crescita e tocca molti marchi di FCA, da Maserati (Grugliasco, Mirafiori e Modena) ad Alfa (Cassino) e Fiat (Pomigliano, Nola e Melfi).

Da quando è stato lanciato l’allarme, il governo gialloverde e le opposizioni, un po’ distratti probabilmente dalla campagna elettorale per le Europee, non hanno dato nessuna importanza alla questione.

Al contrario, una risposta è arrivata da Renault e FCA. È notizia di questi giorni la trattativa per la fusione tra le due case, voluta dall’Europa per presentare un marchio forte sul mercato mondiale ed entrare in concorrenza sull’elettrico con i mercati asiatici e americani. L’operazione è momentaneamente saltata, dopo un braccio di ferro tra le due parti. I rappresentanti dello stato francese, che detiene il 15% del capitale di Renault, hanno deciso di rinviare il voto a una successiva riunione del consiglio. FCA sembra essersi defilata, ma se dovesse fallire questa intesa, sarà costretta a cercare un nuovo partner di spessore. In ogni caso, la fusione era stata applaudita a piene mani dai nostri capitalisti che vedono nel colosso nascente un pilastro per la sovranità del capitale europeo. In questi anni in cui si acuisce la crisi del capitalismo mondiale, si rivelano pienamente corrette le analisi di Marx e di Lenin in merito al fatto che alle proprie crisi economiche il capitalismo reagisce con le concentrazioni dei capitali, che quando, come in questo caso e in questo momento, non possono più avvenire su scala nazionale, travalicano i confini (i quali in questo caso a Salvini non piacciono poi così tanto).

Ovviamente verrà trascurato il destino di migliaia di lavoratori del settore, che con molta probabilità, a seguito di questa o di un’altra fusione, si troveranno senza lavoro a fronte della necessaria chiusura di alcuni stabilimenti. I capitali sono salvaguardati, come sempre, e continueranno a farne le spese, come sempre, gli operai, che pagano quotidianamente il prezzo della crisi capitalista con sangue e sudore.

La risposta del sindacato

In risposta a questa tragica situazione, i sindacati confederali hanno indetto lo sciopero chiedendo al governo in carica di riconoscere il ruolo dei lavoratori (anche se più che altro chiedono di riconoscere il ruolo delle rispettive burocrazie sindacali in chiave concertativa) e adottare politiche mirate a contrastare delocalizzazioni e chiusure di stabilimenti attraverso gli investimenti. Il documento pubblicato in aprile è corredato da un vero e proprio programma politico di stampo keynesiano da presentare al governo e al sistema delle imprese.

Riportiamo qui i punti di tale programma:

  • la riduzione delle aliquote Irpef sul lavoro dipendente;
  • l’aumento dei salari;
  • l’incremento di investimenti pubblici e privati nei settori strategici;
  • la reindustrializzazione delle aree in crisi, con piani di sviluppo territoriale che garantiscano l’occupazione;
  • l’impegno comune al confronto in sede Ue per detrarre gli investimenti dai vincoli comunitari;
  • lo sviluppo di infrastrutture energetiche, digitali e dei trasporti;
  • lo sviluppo della filiera manifatturiera collegata alla mobilità ecocompatibile di persone e merci;
  • il contrasto alla “controriforma” del codice degli appalti, alla sostanziale liberalizzazione dei subappalti e per l’estensione delle clausole sociali;
  • un investimento straordinario nella salute e nella sicurezza delle persone e del territorio;
  • la riforma degli ammortizzatori sociali;
  • l’incentivazione di contratti di solidarietà “espansivi” finalizzati alla riduzione degli orari di lavoro e all’occupazione giovanile;
  • il sostegno agli investimenti delle imprese (piano impresa 4.0), la formazione e l’istruzione;
  • leggi per l’applicazione erga omnes dei contratti e la rappresentanza dei lavoratori recependo quanto previsto dagli accordi interconfederali e di categoria;
  • lo sviluppo di forme di partecipazione dei lavoratori nella progettazione dell’organizzazione del lavoro e nelle scelte strategiche aziendali.

Gli stessi punti trovano posto in forma più generica e sintetica anche sul volantino dello sciopero distribuito nelle ultime settimane, integrati con altre rivendicazioni di giustizia sociale, superamento della riforma Fornero e garanzia di qualità della salute e dell’istruzione pubblica.

Prima però di commentare questo programma, è necessario ripercorrere molto brevemente gli ultimi anni di storia dei sindacati confederali.

In quali condizioni FIOM, UILM e FILM si presentano a questo appuntamento?

Secondo lo studio di Demoskopica dello scorso settembre, negli ultimi anni si è registrato un calo di iscrizioni al sindacato di circa 450.000 unità. In particolare, ne avrebbero risentito la CGIL con 285.000 iscritti in meno e la CISL con 188.000. Nonostante CGIL e CISL abbiano smentito i dati della ricerca, è innegabile che ci troviamo di fronte a un calo di fiducia in queste istituzioni, soprattutto da parte dei più giovani: gli under 35, infatti, costituiscono meno di 1/5 degli iscritti.

Le cause di questa crescente sfiducia sono da ricercare nell’attuale ruolo ricoperto dal sindacato, indebolito, legislatura dopo legislatura, di ogni capacità di azione incisiva sulla politica e nella società. Un ruolo sempre più marginale nel dibattito sul lavoro a cui il sindacato si è auto-relegato attraverso dubbie strategie e la stretta dipendenza dalla politica. Basti pensare che ad ogni cambio di governo è sempre seguito un periodo di paralisi nelle lotte. Nel frattempo sono passati vent’anni dalle ultime vittorie significative.

Entrando specificamente nel campo metalmeccanico, come accennato in apertura, l’ultimo sciopero generale (esclusi quelli indetti dai sindacati di base) risale a tre anni fa, esattamente a luglio 2016. L’ultima lotta riguardava il rinnovo del CCNL e fu organizzata con 12 ore di sciopero divise in tre mezze giornate lavorative. Il contratto fu poi firmato alla fine dello stesso anno, in seguito a un referendum, che vide la vittoria del SI, a cui però partecipò soltanto una parte dei metalmeccanici. Il SI fu sponsorizzato nelle aziende dalle burocrazie sindacali come unica strada possibile da percorrere. Un contratto debole che scambiò poche decine di euro di aumento salariale e voucher annuali con perdita di diritti, indebolimento della rinomata “104” e l’obbligo di partecipazione dei lavoratori a un fondo assicurativo con la sanità privata (“Metasalute” istituito da FIM, UILM, FEDERMECCANICA e ASSISTAL nel 2011). Tra l’altro, quest’ultimo aspetto risulta essere in netta contrapposizione con la lotta per la sanità pubblica portata avanti nello sciopero. In definitiva, nessun avanzamento significativo nella vita dei lavoratori è stato ottenuto da quella firma, al più questa è risultata essere un lasciapassare sul curriculum di Landini per dare il via alla sua carriera in CGIL.

Sono seguiti poi tre anni di calma e pace sociale, senza scioperi nazionali, in cui una classe operaia sempre più invisibile e indebolita è rimasta ostaggio delle scelte discutibili delle burocrazie sindacali. E mentre la crisi capitalista continuava a fare il suo corso, Landini portava a termine la sua scalata in CGIL, con quest’ultima che sostituiva alle lotte la fallimentare “via costituzionale” dei tre referendum, di cui quello più importante, sul ripristino dell’articolo 18, è stato bocciato dalla Consulta perché ritenuto inammissibile. I voucher, invece, inizialmente aboliti, sono stati reinseriti sotto una nuova veste nel “Decreto dignità” dell’estate scorsa.

Dopo anni di torpore quindi non possiamo non guardare positivamente a questo sciopero, che è sempre un momento di coltivazione e di risveglio delle coscienze. Inoltre, in tempi in cui una lotta indipendente della classe lavoratrice fa fatica ad emergere, nel bene e soprattutto nel male, il destino e la coscienza del movimento operaio rimane strettamente correlato alla condotta dei sindacati che raccolgono il maggior numero di lavoratori.

Come abbiamo già accennato, questo ci sembra essere uno sciopero politico, una prova generale per rialzare la testa in preparazione di scioperi più grandi non riguardanti soltanto i metalmeccanici, probabilmente in occasione della prossima finanziaria.

Tuttavia, se molte delle rivendicazioni sono sacrosante o condivisibili, non possiamo fare a meno di rilevare le contraddizioni e i limiti di tale programma.

Ammazziamo ogni illusione!

Un programma riformista deciso dall’alto rimane sempre un atto di retroguardia per la coscienza dei lavoratori. Questa regola vale in qualsiasi periodo storico, anche in quelli più favorevoli in cui è maggiormente possibile ottenere delle piccole conquiste. Ma in un momento di crisi capitalista come quello che stiamo vivendo, qualsiasi soluzione keynesiana rimane completamente inattuabile e il rischio che queste rivendicazioni siano destinate a restare tali è più che una certezza.

Come è possibile trattare con governo e imprese per chiedere aumenti salariali, investimenti pubblici e privati, quando esiste un calo così forte della produttività, la saturazione dei mercati ed un debito pubblico spaventoso, tra l’altro destinato a crescere? Se attualmente non esiste nessuna forza politica rilevante in grado di portare avanti un simile programma, ciò è dovuto al fatto che l’attuale crisi non lascia nessuno spazio possibile per tali rivendicazioni riformiste. Le sconfitte elettorali nei vari paesi del mondo delle sinistre liberali o riformiste, e le loro continue virate a destra, sono conseguenza di questa situazione.

Finché non si faranno realmente i conti con la realtà, nulla potrà più essere riconquistato.

Auspichiamo quindi che, e ci batteremo affinché, le lotte sindacali non si fermino al 14, ma proseguano nel prossimo Autunno anche nel caso dovesse esser già caduto l’attuale governo… senza aspettare altri tre anni per il prossimo appuntamento. Per tutte le minoranze di opposizione sindacale o extra-sindacale, invece, questo potrebbe essere un momento importante come terreno di prova verso un fronte unico in cui crescere, rivendicare poderosamente delle posizioni comuni e segnare l’inizio di una strada che porti ad una reale emancipazione nella lotta ad ogni burocrazia.

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