La fine anticipata del governo gialloverde approfondisce la crisi politica. Occorre costruire una risposta autonoma della classe operaia

La crisi politica italiana ha conosciuto nelle ultime ore una rapida escalation di scontri nella maggioranza culminati con l’annuncio da parte di Salvini di porre fine al governo col Movimento 5S. A dispetto delle recenti analisi politiche dei principali media, la fine anticipata di questo governo Lega-M5S non può essere riassunta solo nelle ultime schermaglie avute sulla questione TAV e lo sblocco dei cantieri, anzi va precisato che il percorso politico intrapreso dai due raggruppamenti governativi, in piena continuità coi governi precedenti di centrodestra e centrosinistra, sta portando il paese verso uno scenario di profonda recessione. Non a caso, a dispetto di quanto affermano Salvini e i suoi scagnozzi, l’approvazione della legge di bilancio entro la fine dell’anno deve tener conto di tre aspetti prioritari: forti sgravi fiscali alle imprese ed ai grandi capitali (la cosiddetta flat tax), da cui derivano forti tagli alla spesa pubblica al fine di salvaguardare l’avanzo primario che, infine, conducono ad un piano di macelleria sociale nei confronti di milioni di lavoratori che già subiscono l’acuirsi della crisi economica mediante la perdita di potere d’acquisto, perdita di diritti, stagnazione dei salari ed abbrutimento delle condizioni lavorative schiavizzanti. La paura di gestire una fase talmente critica non poteva essere assunta da una forza politica in ascesa come la Lega che, sospinta dalle pressioni degli interessi economici delle borghesie locali e dagli interessi politici delle amministrazioni regionali del nord, è arrivata al punto di innescare una crisi di governo, mettendo a forte rischio i conti pubblici attraverso l’innalzamento dello spread ed il pagamento dei debiti sui titoli di stato, pur di non perdere l’attuale consenso politico conquistato. Ricordiamo che in assenza di una manovra economica scatteranno automaticamente le cosiddette clausole di salvaguardia che prevedono un aumento di tre punti percentuali dell’IVA al fine di recuperare 23 miliardi di euro che saranno devastanti per gli strati sociali più deboli. Pertanto non sorprendono le dichiarazioni di Salvini secondo cui “sarebbe incredibile un governo Renzi – Di Maio… sarebbe un governo inaccettabile per la democrazia”, le quali dichiarazioni nascondono, invece, a malapena, il desiderio che il Presidente della Repubblica Mattarella metta su un governo di “responsabili”, un governo tecnico o al limite un governo del Presidente, che raccolga la patata bollente di una manovra lacrime e sangue. Uno scenario di questo tipo consentirebbe a Salvini la più agevole delle campagne elettorali, preludio ad una vittoria schiacciante nelle urne in primavera. Una vittoria che molto probabilmente si avvicinerebbe allo stesso risultato politico delle europee con la possibilità di un aumento dell’astensionismo in assenza di una alternativa di una sinistra di lotta.

Queste ripercussioni avvengono in contesto di grave crisi economica, recentemente attenuata dall’annuncio da parte del Presidente della BCE, Mario Draghi, di un nuovo piano di acquisti di titoli di stato (Quantitative Easing). Ed è proprio in questa finestra di parziale sollievo dalle abituali tribolazioni che il Tesoro ha recentemente venduto 6.5 miliardi di BOT con una domanda quasi una volta e mezzo l’offerta di titoli. In questo quadro Salvini tenta il suo azzardo. Tuttavia, la strada è impervia poiché un governo politico con una maggioranza differente da quella gialloverde o un governo tecnico del Presidente, che certamente Mattarella cercherebbe di formare se fosse necessario, non avrebbe molto margine di stabilità a lungo termine in Parlamento, giacché richiederebbe il controllo completo dei gruppi parlamentari. Sicuramente non è il caso del PD, con i parlamentari in maggioranza renziani (nonostante qualche defezione), né probabilmente del M5S, con la traballante leadership di Di Maio. Il margine di manovra stretto per il Quirinale non elimina la possibilità di votare entro la fine dell’anno, nonostante i difficili passi che il governo dovrà affrontare, soprattutto con le istituzioni europee.

La crisi politica non coinvolge solo il governo, ma l’insieme del regime politico, La borghesia non riesce più a governare. Non riesce a farlo coi partiti tradizionali, disintegrati prima dall’esperienza del governo Monti e poi da governi di “Grande Coalizione”, e non riesce a farlo neanche coi partiti sovranisti della classe media, impossibilitati a risolvere i problemi della crisi capitalista. In questo contesto è fondamentale che la classe operaia emerga ed intervenga nell’arena politica con un proprio profilo autonomo, indipendente dai partiti della borghesia, grande, media o piccola.  Serve una mobilitazione unitaria su una piattaforma di classe che abbia al suo centro una prospettiva di potere della classe operaia: il governo dei lavoratori.

– No alla macelleria sociale e alle politiche di austerità; ritiro unilaterale dai trattati di Maastricht; abrogazione immediata dalla Costituzione del pareggio di bilancio (fiscal compact).

– No al pagamento del debito pubblico; Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutto il sistema finanziario.

– Per un Governo dei lavoratori basato su comitati operai eletti in tutti i luoghi di lavoro, in Italia e in tutta Europa; per una federazione di Repubbliche Socialiste d’Europa, dal Portogallo alla Russia.

Prospettiva Operaia

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