Un atto di guerra dell’imperialismo yankee

L’unico rimedio che il capitalismo conosce alle sue crisi è la guerra imperialista e la distruzione su scala mondiale di forze produttive in eccesso, compresa la forza lavoro […] Il “pacifismo” elettorale di Trump lascia spazio al riarmo degli USA e al sostegno armato a cani da guardia regionali, come l’Arabia Saudita e Israele. […] L’intrecciarsi della guerra economica (con le sue conseguenze sull’industria) e della guerra militare obbligano le forze della sinistra che si rivendica rivoluzionaria ad intrecciare le lotte “economiche” ad una prospettiva di potere. L’unico soggetto che può evitare la guerra è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

La crisi capitalista mondiale e la guerra imperialistaProspettiva Operaia, dicembre 2018 (https://prospettivaoperaia.com/2018/12/20/la-crisi-capitalista-mondiale-e-la-guerra-imperialista-la-necessita-di-una-guerra-alla-guerra/)

 

di Jorge Altamira

L’assassinio organizzato del generale Qassem Soleimani, capo della Guardia rivoluzionaria iraniana, e del suo vice, è stato descritto quasi all’unanimità come “un atto di guerra”, in un conflitto che va avanti già da tempo anche se senza alcuna dichiarazione in tal senso. L’attacco è stato eseguito dal Pentagono, sotto la supervisione di Donald Trump. La stampa internazionale concorda sul fatto che le conseguenze di questo crimine hanno una portata ampia e indeterminata. In altre parole, si apre un periodo più ampio di guerre internazionali che non si limiterebbe al Medio Oriente. Trump ha inviato nella regione altre 3.000 truppe dell’82° Divisione Aviotrasportata.

Decenni di guerra

L’Iran è stato il Paese che ha combattuto con più determinazione ed efficacia contro lo Stato islamico, il quale intendeva costruire un califfato a cavallo tra Iraq e Siria, che gli Stati Uniti avevano dichiarato nemico prioritario. È stato il Paese che ha messo fine ad Al Qaeda, un’organizzazione gestita da Usa, Pakistan e Turchia, nella guerra condotta dalla Nato contro il regime siriano di Bashar al-Assad. Molto prima di questo, l’Iran e gli Stati Uniti strinsero un’alleanza per consentire l’occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti nel 2001, con l’approvazione della Russia. Qualcosa di simile accadde con l’occupazione dell’Iraq. Il regime iraniano ha oscillato tra tutti gli spettri della politica, dopo la rivoluzione del 1979. Ha agito, in alternativa, come avversario o partner strategico degli Stati Uniti, in diverse occasioni, indipendentemente dal fatto che fosse classificato come nemico storico. Gli interessi del nazionalismo interetnico o interarabo o musulmano sono stati imposti più volte in Medio Oriente, a scapito della lotta per la liberazione nazionale e l’unità rivoluzionaria del mondo arabo e dell’Iran.

La guerra scatenata contro la Siria, per soffocare le rivoluzioni arabe del 2011, ha notevolmente ristrutturato lo scenario bellico, e ancor più dopo l’intervento della Russia nel settembre 2015. La riconquista di gran parte del suo territorio da parte del governo siriano è avvenuta con il sostegno della Guardia rivoluzionaria iraniana. Quando più tardi gli Stati Uniti, l’UE, la Russia e la Cina hanno raggiunto un accordo con l’Iran per limitare la capacità di sviluppo nucleare di quest’ultimo, la richiesta dei primi, Russia compresa, di ritirarsi dalla Siria è stata lasciata all’ordine del giorno dei negoziati. Questo è il punto che è bastato perché Trump si ritirasse da quel patto internazionale e avviasse una spietata politica di sanzioni contro l’Iran – che ha colpito duramente i capitali dell’Unione Europea, che hanno addirittura tentato di creare un sistema di pagamento internazionale al di fuori del dollaro USA.

Trump e il sionismo

L’atto di guerra all’aeroporto di Baghdad fa parte di questo scenario. Il bombardamento israeliano delle basi iraniane in Siria è un’operazione di routine. Trump stesso lo ha fatto, una settimana prima dell’assassinio di Soleimani, come ritorsione per un attacco a un cantiere americano nel nord dell’Iraq, di cui ha incolpato una milizia filo-iraniana, senza presentare alcuna prova. Trump ha coinvolto l’esercito statunitense nell’attacco in Siria, dopo aver ritirato le truppe rimaste nel nord del Paese, per facilitare l’occupazione dello spazio da parte della Turchia. Per una parte della stampa, questi movimenti contraddittori sarebbero la prova che a Trump manca una strategia nella regione. Ora si trova di fronte la Turchia, membro della NATO, per la decisione di quest’ultima di intervenire militarmente in Libia. Tra le maggiori provocazioni di Trump c’è il massiccio bombardamento di civili nello Yemen, insieme all’Arabia Saudita, con il pretesto che l’opposizione yemenita è sostenuta dall’Iran.

Guerra e ribellioni popolari

La reazione dell’Iran a questi attacchi non solo è stata militarmente accurata, ma ha anche scoperto un fenomenale fianco politico di vulnerabilità per gli Stati Uniti e Trump. I droni che hanno lasciato lo Yemen hanno perforato le difese patriottiche dell’Arabia Saudita, per le quali il regno ha pagato una fortuna, per causare favolosi danni ai suoi impianti petroliferi. Anche in questo caso, si è effettivamente infastidita e bloccata l’infiltrazione degli Stati Uniti nel Golfo di Ormuz, il confine economico dell’Iran. Recentemente l’Iran ha partecipato a un’operazione militare in quel golfo, considerato una riserva degli Stati Uniti, con le forze armate di Russia e Cina. Trump ha attentato alla vita di Soleimani da una posizione di debolezza strategica. Come conseguenza dell’attacco, è imminente il voto del Parlamento iracheno per il ritiro totale degli Stati Uniti dall’Iraq (provvedimento approvato ieri dal parlamento, ndt). Anche una sezione della stampa sionista ha criticato l’assassinio del capo della Guardia rivoluzionaria, chiaramente da un punto di vista politico. Il comandante in capo dell’esercito israeliano ha detto molto chiaramente nella recente cerimonia di inaugurazione di quest’ultimo che per i militari sionisti una guerra aperta con l’Iran è inevitabile.

Non è sfuggito a nessun analista che questa escalation bellica si verifica quando, sia in Iran che in Iraq, si sviluppano enormi ribellioni popolari, in risposta al colossale peggioramento della miseria sociale. Questa condizione è accentuata dall’occupazione militare straniera e dalla militarizzazione dello Stato e del suo bilancio. In Medio Oriente, la rivolta delle masse si confronta con la guerra in modo diretto e immediato e con la corruzione ad essa legata, in contrasto, diciamo, con l’America Latina o la Francia. Le manifestazioni chiedono il ritiro totale dell’imperialismo statunitense, ma anche delle milizie guidate dall’Iran, come avviene in Iraq. In Iran, c’è una richiesta insistente di smettere di spendere soldi in Siria e in altre zone di guerra. Nel contesto della guerra, i governi definiscono queste proposte come traditrici. Demilitarizzazione, però, significa, prima di tutto, una lotta internazionale per il ritiro americano e per l’espulsione del sionismo; solo un governo operaio potrebbe portare a termine questa proposta. Significa un’internazionalizzazione della ribellione popolare in Medio Oriente, che ora coinvolge anche il Libano. Le sfide politiche affrontate dalle ribellioni popolari vanno ben oltre i programmi e i metodi d’azione dei partiti della regione, soprattutto delle sinistre più fasulle. Un partito non va confuso con un apparato, quando manca di programma, di metodo e di consapevolezza delle sfide storicamente concrete.

Crisi USA

La nuova estensione della guerra non è accelerata dai soli combattimenti in corso. È anche forzata dalla crisi politica americana, in quanto la rielezione di Trump è associata a un regime di provocazioni, soprattutto nel contesto di un processo politico. La leadership del Partito Democratico sta nuovamente mettendo sul tavolo la subordinazione dell’Esecutivo al Parlamento in materia di guerra, per timore che le azioni di Trump scatenino guerre di proporzioni insostenibili. Gli arsenali dell’imperialismo sono traboccanti di armi ultra sofisticate, ma l’imperialismo politico sprofonderebbe nell’abisso se scatenasse una guerra di proporzioni globali.

Il Pentagono ha un’agenda e un’ipotesi di guerra per l’intero pianeta. La Cina e persino la Russia sono state definite avversarie strategiche. In America Latina ci sono prospettive di colpi di stato e interventi militari, centrate sul Venezuela e anche sulla Bolivia; lo stesso in Europa. Trump e Israele hanno imposto nella maggior parte dell’America Latina un allineamento che estende la guerra dal Medio Oriente all’America Latina. Questa tendenza alla guerra, stimolata dalla prospettiva di guerre economiche e crisi finanziarie, dovrebbe manifestarsi in una tendenza alla concentrazione del potere e della demagogia fascista – e, quindi, in prima istanza nelle lotte di classe più acute e rivoluzionarie e nelle crisi di dominio politico.

La politica mondiale è dominata dalla guerra e dalla rivoluzione.

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