CRISI. GUERRA. RIVOLUZIONE.

Lo scenario politico del nuovo decennio

Il decennio che ci lasciamo alle spalle è stato innegabilmente caratterizzato dalla crisi economica. In Europa, nonostante le politiche antipopolari attuate dai governi, le politiche monetarie d’intervento della BCE come il Quantitative Easing sono solo riuscite a ritardare il tracollo ma non a risollevare l’economia, anzi il loro risultato è strettamente connesso al pericolo di una nuova crisi finanziaria di impatto anche maggiore della precedente, che potrebbe toccare in maniera profonda le vite di tutti noi. La fragile situazione economica italiana rende il nostro Paese l’anello debole d’Europa e si riflette in una costante crisi di dominio politico, in quanto nessuna forza è riuscita e riuscirà a consolidarsi al potere, ed anche in un ruolo sempre più di secondo piano nella politica estera, come dimostra la crisi libica, riflesso del declino del capitalismo italiano nel quadro del capitalismo mondiale.

Il nuovo decennio non si è fatto attendere nel confermare, già dal suo primo mese, lo scenario mondiale, i soggetti sociali che al suo interno confliggono e anche il grado d’iniziativa che essi possiedono. Da un lato ci sono le potenze imperialiste e gli Stati borghesi pronti a farsi la guerra. I territori interessati sono il Medio Oriente e il Mediterraneo, dove le scoperte di giacimenti di gas hanno portato grandi e piccole potenze a puntare la preda. Dall’altro lato, invece, abbiamo assistito all’impressionante crescita e consolidazione di proteste e rivolte in tutto il globo: in Cile, Colombia, Perù, Ecuador, Haiti, Francia, Stato spagnolo, Sudan, Algeria, Libano, Iraq, Iran e Hong Kong.

Le proteste ovviamente sono eterogenee in quanto nate in contesti differenti, tuttavia è impossibile non notare come nascano tutte indistintamente dalla contrapposizione tra bisogni umani e dominio del capitale. Anche ad Hong Kong, il caso più anomalo e specifico nella sua complessità, tra le cause scatenanti c’è l’insostenibilità dei prezzi delle case in città. La sinistra mondiale, invece, è ancora infettata dal pessimismo storico in cui sprofondò nel secolo scorso dichiarando chiusa l’esperienza rivoluzionaria cominciata in Russia nel ’17, e tende ad assumere un ruolo di freno alle spinte rivoluzionarie, deragliandole verso lidi circoscritti nel campo dell’economicismo, ignorando il fatto che la borghesia non ha più i mezzi per poter governare come prima. L’accelerazione della crisi capitalista mette a nudo e approfondisce la crisi della sinistra.

Le attuali proteste e rivolte popolari soffrono quindi della mancanza di un soggetto politico rivoluzionario che interagisca con le masse e nelle masse. Nonostante la crisi di direzione, quello che accomuna buona parte delle mobilitazioni è l’invocazione di una caduta dei rispettivi regimi politici, in Cile come in Sudan, in Colombia come in Iraq.

Il capitalismo vive la sua più profonda crisi, è a pochi passi da un precipizio, ma le sinistre invece di spingerlo giù gli tendono la mano. Il nuovo decennio nasce nel conflitto, in tale dimensione cade ogni velo e le posizioni assunte mostrano il ruolo che realmente occupiamo. Il nostro è quello di chi vuole costruire un partito operaio rivoluzionario mondiale.

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